E poi si scopre che l'autostima degli uomini si misura ancora in centimetri

Una fotografa inglese ha pubblicato in un libro 100 foto di peni di ogni età ed etnia, con relative interviste ai proprietari, maschi con le loro fragilità che riportano in auge un’antica questione: la virilità si misura con un righello?

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Asaf R / Unsplash.com

Enlarge your penis: ci risiamo. Insieme alle pillole dimagranti, la casella spam è tornata a riempirsi di email con pozioni miracolose che garantiscono «una virilità possente in cinque giorni». Effetto prova costume per lui, oltre che per lei? Certo: c’è chi risolve con le braghe da surfista che lasciano tutto (o niente) all’immaginazione. Ma la moda vorrebbe boxer aderenti e c’è chi non rinuncerebbe mai allo slip. E allora gli imbonitori 2.0 vanno all’attacco, e pazienza se tra i milioni di destinatari ci sono donne come me. Per carità, le misure contano, eccome, e qualche battutina (e qualche occhiata) scappa anche a noi. Ma ciò che conta di più non sono le dimensioni della strumentazione, piuttosto la maestria – e la tempistica – con la quale viene usata. Anche perché la versione pocket, immaginiamo comoda da portare, a volte cela un insospettabile transformer. Però i maschi non si rassegnano. Continuano a credere che un attrezzo voluminoso sia irresistibile a prescindere, e provano a fulminarci mettendosi in tiro e bersagliandoci su Messenger con foto del pregiato coso, finendo per somigliare, pateticamente e fuori tempo massimo, ai poveretti nudi sotto l’impermeabile. Perché quello che sembra un atto di spavalderia ribalda e un po’ violenta nasconde insicurezza, ricerca di conferme. E paura di mostrarsi per chi si è davvero.

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Corinne Kutz / Unsplash.com

È l’idea da cui è partita Laura Dodsworth, pluripremiata fotografa inglese che ha immortalato cento peni e li ha schiaffati in un libro perfetto per il tavolino del living. Per infrangere un tabù? Offrire spunti di conversazione? Mostrare ai maschi quanto ampia sia la normalità e permettendo loro di fare pace con il righello? Anche. Ma Manhood: the bare reality (Pinter & Martin editore) più di tutto fa parlare gli uomini: di emozioni, sentimenti, ansie, esperienze imperniati su quella dozzina di centimetri nella quale viene superficialmente confinata la virilità. Uomini che “si mettono a nudo” due volte. E anche questo è un tabù che viene infranto: la virilità è in genere stoica, sicura di sé. Il vero uomo non deve chiedere mai. E mentre i giornali femminili sono pieni di storie nelle quali le donne parlano del loro corpo, di tradimenti e amori, gli uomini tacciono. Ora però anche sui “loro” giornali sono arrivati creme per il viso, scrub, diete: perché non dare un po’ di spazio al pene e alle loro “pene”?

La copertina di Manhood: the bare reality (Pinter & Martin) di Laura Dodsworth.
Courtesy photo
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Così le foto segnaletiche di Laura Dodsworth di peni maggiorenni di ogni età, forma e dimensione diventano la metafora dell’animo dei proprietari, celato per timidezza, vergogna, paura di un giudizio. Sensazione di inadeguatezza. La misura di sé a confronto con gli altri, insomma, la sfida a chi ce l’ha più lungo, e non solo nello spogliatoio, ma nella quotidianità. Dal veterano al prete, dal porno-addict al sopravvissuto al cancro, dal disabile al palestrato che viene solo se si masturba, dall’eiaculatore precoce al feticista: uomini diversi per ceto sociale, etnia, religione, gay, etero, bisex, trans, single o in coppia condividono riflessioni sul loro corpo, la sessualità, le relazioni, la paternità, il lavoro e la salute. Smentendo molti luoghi comuni con storie buffe, spesso malinconiche, dove traspare la “fatica” di portare tra le gambe quel vessillo ingombrante – a prescindere dalle dimensioni – della mascolinità.

Così, crediamo sempre che gli uomini abbiano una gran confidenza con il loro “birillo”: e invece, ecco quello che a 22 anni ha scoperto un “pisellino” sul testicolo ma ci ha messo nove mesi per trovare il coraggio di farsi visitare. O il quarantanovenne che definisce la relazione col suo pene la più lunga e di maggior successo che abbia avuto nella vita, ma poi confessa che oggi è impotente, a causa di cocaina e alcol, ricorda che a 12 anni si misurava col righello e che è diventato un drago nel sesso orale per compensare il deficit. C’è l’afroamericano che lo chiama Rufus, «il barometro della mia salute, della mia felicità e della mia forma fisica... se non fosse stato per lui, non avrei mai capito che ero iperteso»; superdotato, dice che per questo «tutte ti cercano e non devi fare nessuno sforzo. Ma non sai se vogliono te o lui, perché per molte sei solo una fantasia Mandingo». Contraltare, il buddista 64enne che chiama l’attrezzatura «le mie cosette», e considera il farsele fotografare un atto di coraggio: «Cosa penserà la gente vedendo quanto è piccolo?». C’è il gay che ha risolto ogni problema mandando, su richiesta in chat, foto di piselli altrui, anziché del suo: «Tanto al dunque nessuno si accorge della differenza». C’è pure quello che ha il pene bipolare: «La cosina con la quale puoi divertirti, e il piccolo mascalzone che ti caccia in un sacco di guai con ragazze che nemmeno ti piacciono».

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Il libro del pene felice (HarperCollins) del dr. Aaron Spitz.
Courtesy photo

«Oggi il mondo maschile rivela maggiore fragilità rispetto al passato», commenta Roberta Rossi, psicologa, psicoterapeuta e presidente della Federazione italiana di sessuologia scientifica. «Si fa l’errore di credere che l’uomo sul tema sia onnisciente, self-confident con i propri genitali solo perché esterni: ma non è certo garanzia di un buon rapporto col proprio corpo o con quello dell’altro». Conferma le ansie maschili Vincenzo Mirone, urologo e consigliere della Società italiana di urologia: «Tra i giovani maschi over 16 negli ultimi quindici anni si è diffusa la dismorfopenofobia, la paura di avere un pene piccolo, generata dai confronti in palestra e alimentata dalle ricerche su YouPorn. La visita dell’urologo comporta la misurazione di lunghezza e diametro del pene in erezione, ottenuta con prostaglandine intracavernose: nove volte su dieci il pene è normale, la penetrazione in vagina è di 6-7 cm e quindi averlo lungo 30 o 6,5 cm non cambia nulla. Tra gli uomini di 45-60 anni prevale il desiderio di una rigidità piena, simbolo di potere, virilità, dominio sulla partner.

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Negli over 65, tornati sessualmente attivi grazie a Viagra & Co., spaventa la sensazione di avere un pene che diventa più piccolo: in parte è vero, se c’è un calo di testosterone o un intervento di prostatectomia radicale che causano una retrazione dei corpi cavernosi. A tutte queste paure l’urologo cerca di fornire valutazioni obiettive, la cosa peggiore è non avere risposte alle proprie domande e andare in cerca di rimedi miracolosi sul web: prodotti che nel peggiore dei casi sono tossici e nel migliore inutili. Peggiorando insicurezza e senso di inadeguatezza». E in effetti, conclude Roberta Rossi, «Sempre più spesso incontro ventenni che non hanno ancora cominciato ad avere rapporti sessuali o che riescono a eiaculare solo con masturbazione, con una eccessiva sensibilità al glande che impedisce loro penetrazione e rapporti orali. Si dà per scontato che l’uomo abbia una sessualità istintiva: infatti ci sono tanti manuali di self-help sulla sessualità femminile, mentre per i maschi non c’è nulla. Si pensa che basti il b». E il piacere dell’altro? «È un’ossessione: ma più che per generosità, come dimostrazione della propria ars amatoria. Così molti non accettano che la sessualità cambi col passare degli anni, e non vogliono nemmeno l’aiuto di una pasticca». Donne e dimensioni? «Qualcuna gradirebbe averne un po’ di più, ma la lamentela più diffusa è sulla rapidità d’azione. E poi, più che i centimetri, contano i messaggini carini, le attenzioni, l’ascolto. La grandezza del cuore, più che quella del pene».

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