Il futuro della fecondazione assistita, 40 anni dopo la prima bambina concepita in provetta

Nel 2018 compie 40 anni Louise Brown, la prima bimba venuta al mondo con la procreazione assistita, e ora gli scienziati hanno annunciato che il primo ovocita umano cresciuto in laboratorio è pronto per la fecondazione

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Joshua Reddekopp / Unsplash.com

Oggi Louise Brown, la prima bimba concepita in provetta, è un'allegra signora molto curvy. Robert Edwards, il medico che l'ha fatta nascere, ha vinto il Nobel nel 2010. Lei ha avuto due figli super-pubblicizzati, Cameron (2006) e Aiden (2013). Mentre Louise si prepara a festeggiare i 40 anni (il 25 luglio), il gruppo di ricerca di Evelyn Telfer, che guida un team di scienziati inglesi e americani, ha pubblicato sulla rivista Molecular human reproduction gli straordinari risultati del suo esperimento: una cellula riproduttiva femminile prelevata da tessuto ovarico è stata fatta "maturare" in provetta fino allo stadio in cui può essere fertilizzata, con benefici potenzialmente enormi per preservare la fertilità delle donne che devono sottoporsi a chemioterapia.

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È l'ultima tappa di un percorso di studi sulla riproduzione iniziato già nel Settecento, con gli esperimenti di Lazzaro Spallanzani, e proseguito senza sosta nei secoli successivi. Nel 1926, in America, Liliana Lauricella non poteva avere figli da Salvatore, marito sterile. Due ginecologi newyorkesi, Frances Seymour e Alfred Koerner, marito e moglie, le trovarono un donatore. Risultato: due gemelle e un grosso scandalo. Era una fecondazione eterologa, allora ritenuta "un adulterio della peggior specie".

Louise Brown a 6 anni.
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Alla fine però, nonostante i vari tentativi precedenti, è da quel 25 luglio 1978 che la scienza conta ufficialmente i figli della procreazione assistita. Da allora ne sono nati 350.000 ogni anno, e dovremmo essere nell'ordine dei sette milioni nel mondo, ma c'è chi dice nove o dieci. Margherita Fronte in Culle di vetro (Ed. Enciclopedia delle donne) racconta gli ultimi cento anni di questa epopea carica di colpi di scena, fino alla maternità surrogata (o utero in affitto). «La scienza corre più veloce dell'etica», sostiene Fronte, «e mentre discutiamo, le frontiere cadono, i pionieri scrivono le regole, la tecnica è sempre un passo avanti al dibattito, la legge arriva per ultima. Oggi c'è un grande controllo e certi esperimenti fatti all'inizio non sarebbero possibili».

Brian Lieberman e Jeremy Osborn, specialisti della procreazione assistita di Manchester, con alcuni dei bambini che hanno aiutato a venire al mondo.
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Non si può neanche tornare indietro (e non ci sarebbe ragione). La legge 40 (2005), restrittiva e punitiva, è stata smontata a colpi di sentenze della Corte costituzionale. Gli ultimi dati ufficiali del ministero della Salute (2015) ci dicono che sono state trattate 70.892 coppie, sono nati 12.836 bambini e le richieste sono in aumento. Dei 111.000 embrioni formati, 74.000 sono stati impiantati, mentre gli altri sono parcheggiati in freezer. Le mamme italiane sono le più vecchie d'Europa: le gravidanze delle ultraquarantenni sono triplicate. Beatrice Lorenzin, ministra della Salute, ha portato da 43 a 46 anni la soglia che permette di chiedere la fecondazione (omologa o eterologa) a una struttura pubblica. Passati i 46, restano le cliniche private, che tendono a fissare come limite i 51, e poi il Far west internazionale, anche su Internet.

Louise Brown a 3 anni con i genitori: ne compie 40 il 25 luglio.
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Ma forse ha ragione il professor Carlo Flamigni, pioniere delle culle di vetro: bisognerebbe occuparsi «di come si sta trasformando il concetto di genitorialità» (le mamme cinquantenni, in fondo, sono un dettaglio). Nel 2016 una donna giordana ha messo al mondo il primo bambino con tre genitori, racconta Sylvie Coyaud: «Dopo quattro aborti spontanei tardivi e due bambini morti per una malattia tremenda (la sindrome di Leigh), ha avuto un figlio con il Dna suo, del padre e dei mitocondri - le piccole strutture della cellula che le forniscono energia - di una donatrice che avevano sostituito quelle difettose della madre». La contraccezione ha reciso il legame tra sessualità e procreazione. La fecondazione in vitro ha scardinato il rapporto maternità-età. L'utero artificiale sarà la prossima sfida. Carlo Bulletti, uno dei pochissimi scienziati che l'ha sperimentato a metà degli Anni 80 (troppo presto), ha scritto con Carlo Flamigni il saggio Fare figli. Storia della genitorialità dagli antichi miti all'utero artificiale (Pendragon), e tratteggia scenari un tempo incredibili. La sintesi del Dna umano (in teoria possibile entro il 2040) promette «implicazioni sociali, etiche e giuridiche impensabili. L'embrione formato in vitro si svilupperà in toto in un cabinet consentendo di evitare le morti per parto prematuro e rendendo inutile la maternità surrogata». Come le donazioni di ovociti e di spermatozoi: basterà la sintesi di un gamete in laboratorio. Per Bulletti,«non ci sarà più una scienza finalizzata alla trasmissione della vita, ma una scienza che sintetizza nuove vite. Le religioni dovranno riadattare le narrazioni sulla genesi».

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I quotidiani inglesi annunciano la nascita di Louise Brown il 26 luglio 1978
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Riusciamo a immaginare una società senza gravidanza? La femminista e docente universitaria australiana Evie Kendal, autrice di Equal opportunity and the case for state sponsored ectogenesis non solo la immagina, ma si augura di vederla. Domani, forse. Ma oggi le donne che non possono avere figli si sentono ancora "difettose" come le ha battezzate l'attrice Eleonora Mazzoni, che ha avuto due gemelli in provetta, si è scoperta scrittrice con il romanzo Le difettose, appunto (Einaudi), seguito da un manualetto per le non-ancora-madri (In becco alla cicogna, Biglia Ubu) . «Pensavo di non volere bambini», ha confessato. «Era un atto di ribellione alla cultura che vede la maternità come unica realizzazione femminile. Però, a un certo punto, il desiderio di procreare mi è scoppiato dentro come una bomba». In nome di questo desiderio abbiamo una storia, scritta quasi sempre dagli uomini ma alimentata dal coraggio delle donne, che ha reso normale l'eccezionale. Nel 1979 l'esclusiva del Daily mail su Louise Brown valeva 300.000 sterline e la prima pagina; oggi un trafiletto a costo zero. Ma forse è meglio così.

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