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Educazione emotiva: che cos'è e perché l'empatia è importante

Riconoscere e gestire gli stati d'animo ci rende più felici e più sani, ma a essere empatici bisogna imparare da piccoli

L'educazione emotiva si dovrebbe insegnare a scuola
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E se l'educazione emotiva ce la insegnassero a scuola? Se ci insegnassero fin da piccoli ad apprendere e sviluppare la nostra intelligenza emotiva, cioè l'abilità di «riconoscere, gestire e ristrutturare le emozioni»? Così la definisce la psicoterapeuta e dottore di ricerca in psicobiologia dell'uomo dell'Ordine degli Psicologi del Lazio, Vera Cuzzocrea, certa che la capacità di decifrare i propri stati interiori, la rabbia, la gioia come la tristezza, e di saperle controllare sia un'abilità che si può insegnare e apprendere. 

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Le emozioni negative danneggiano la salute

L'incapacità di gestire le emozioni negative fa male alla nostra salute, questo è un dato certo. Agire e migliorare lo sviluppo emotivo dei bambini e delle bambine li renderà adulti più consapevoli, più capaci di frenare gli eccessi, più preparati agli eventi della vita. Quindi, adulti anche più sani, meno soggetti a malattie psicosomatiche e a forme di ansia e depressione che insorgono perché impreparati a gestire le emozioni.

Imparare a decifrare rabbia e frustrazione

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Non dobbiamo pensare che le emozioni siano soltanto risposte spontanee agli stimoli. Sono certamente innate, ma possano essere gestite o ristrutturate. Non ci sono persone più irascibili o più frustrate, semmai le persone sono più o meno capaci di frenare gli eccessi di rabbia, più o meno capaci di tranquillizzarsi e confortarsi quando insorgono emozioni negative. Essere capaci di interrogarsi sui propri sentimenti, capirne l'origine, le dinamiche, andare all'origine del problema è un valido strumento di prevenzione delle condotte anti-sociali. Bisogna cominciare da piccoli. Ho trovato geniale il film di animazione Inside Out che ha per protagoniste le emozioni di una ragazzina che interagiscono tra loro.  E' uno di quei film da vedere e commentare in famiglia.

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Come in Danimarca, a scuola di empatia 

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Nei programmi scolastici danesi è inserita un'ora alla settimana dedicata all'apprendimento dell'empatia, la capacità di riconoscere e sentire le emozioni dell'altro, di sentire come si sente chi ho di fronte, quindi non solo di capire ma anche condividere gli stati d'animo.  L'alfabetizzazione emotiva può essere applicata, per la verità, a qualsiasi materia. Pensiamo all'analisi di una fiaba, di un testo o di un film, del quale l'insegnante guida a identificarsi nei personaggi, a riconoscere i propri vissuti, a riconoscere le singole emozioni da riportare nell'esperienza di ogni giorno.  Quanto aiuterebbe gli insegnanti a riconoscere il disagio! Quanti bambini etichettati come «svogliati» hanno altri problemi derivati dall'incapacità di percepire e quindi comunicare il loro stato d'animo. Certo è che pochissimi insegnanti hanno una competenza adeguata, malgrado la scuola sia una comunità di esperienza sociale, di dialogo, volta alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni.

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Alfabetizzazione emotiva contro bullismo

Un bambino che fa del male agli altri è un bambino che non sente la sofferenza, non sa riconoscerla, decifrarla, né la sua né quella degli altri. Così come mostra anche uno "spettatore" che non interviene in aiuto di chi è in difficoltà. Il bullismo è un fenomeno sociale, una condotta aggressiva tra pari con caratteristiche di intenzionalità, persistenza nel tempo e asimmetria di potere. Tutti gli studi riconoscono come maggiormente efficaci in termini preventivi approcci basati sul potenziamento di abilità emotive e sociali, mentre il più delle volte ci si focalizza su altro, come ad esempio nel cyberbullismo sui rischi o i messaggi veicolati dalla rete.

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Noi siamo il nostro corpo 

Il nostro corpo ci invia segnali molto precisi. Noi abbiamo e siamo il nostro corpo e attraverso il corpo possiamo inviare messaggi molto potenti che non possono essere ignorati. Tra gli adolescenti dilaga l'autolesionismo, che non è certo una moda ma un modo estremo di comunicare, anzi, di urlare il proprio disagio, di dire «sto male». Quelle ferite sulla pelle sono storie di mancato ascolto. Lo stesso si può dire di altri comportamenti a rischio.

Le emozioni non vanno lasciate in sospeso

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Sappiamo quanto fa male ad un bambino la separazione conflittuale dei genitori? Quanto e cosa condividiamo con i nostri figli delle nostre emozioni come genitori? Chi insegna ai bambini ad affrontare il dolore, ad esempio conseguente ad un lutto? Molte famiglie pensano di proteggerli evitando di portarli ai funerali e di esporli ad eventi dolorosi, creando così adulti che scappano dai vissuti negativi. Mentre le emozioni vanno vissute e attraversate, non lasciate in sospeso.

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Allo sviluppo emotivo non servono ultimatum 

E' una delle regole d'oro del modello danese «Parent», che insieme all'empatia, all'autenticità, al gioco e alla vicinanza, insegna ai genitori che le punizioni o gli ultimatum («se non fai i compiti smetti di usare il tablet») non sono efficaci. Se un bambino non fa i compiti bisogna chiedergli come mai, perché, come si sente, se è successo qualcosa. La punizione non rimuove il disagio, semmai rischia di accentuarlo. Allo sviluppo emotivo servono più domande che giudizi, più analisi e meno sentenze. Se un bambino ha fatto un disegno, invece che concentrarsi sull'esito («bello!») meglio ascoltarlo su cosa ha percepito, cosa intendeva dire, cosa ha pensato o cosa lo ha ispirato mentre lo faceva. Dovremmo imparare più a concentrarci sul processo anziché sul risultato. E questo vale con i bambini ma anche con gli adulti. 

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