"Avevo giurato di non diventare una mamma noiosissima, poi sei nata tu"

Un bebè, con molti strilli e pochi baci da lumaca, distrugge ogni traccia della vostra vita precedente, pretendendo di occupare ogni spazio, per questo oggi non parlerò di te, bambina mia: fammi essere di nuovo "io" e non "noi"

image
Hannah Olinger / Unsplash.com

Mi sono ripromessa, oggi, di non parlare di te, per quanto scalpitante sia il tuo Io, e strabordante pure, incapace di rispettare limiti e divieti. Non parlerò di te perché questo spazio ancora tutto da riempire è la mia personale ora d’aria, sono io che mi crogiolo nel ricordo del tempo perduto, da dissipare con ostinata indolenza nel mare calmo del “dolce far niente”. No, non parlerò di te perché è già sconfinato il tempo che delle mie giornate ti sbrani a morsi, per quanto di denti, ancora solo qualche pallida ombra. Parlerò di me e di me soltanto, di quel fortino issato a difesa del tempo sfilacciato che sono riuscita a mettere in salvo. Di me e non di te io voglio raccontare, delle strategie ingegnose che mi tocca inventare per ritagliarmi una nicchia di ombra e silenzio in cui accucciarmi per scrivere anche solo poche righe, per sentire che dentro questo “ultracorpo” alieno-materno risuona ancora l’eco di ciò che sono stata.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito


No, cara la mia ragazza, non mi farò portare via questo momento solo mio, neanche se batti i pugni e rotoli a terra come una piccola valanga diretta a valle. Oggi si parla di me, di me e basta. Parlerò di quanto sia stato lungo il tempo in cui non ti ho desiderata. Per anni mi sono tenuta alla larga da te e da tutti i tuoi simili, dalla genia di piccoli usurpatori che, con stupefacente agio, fanno razzia del tempo adulto senza neppure l’ombra di un rimpianto. Il tempo già risicato di una giornata bastava a malapena per scrivere e la notte, poi, è fatta per dormire, non per correre alla cieca come prede spaventate, alla ricerca di un ciuccio dal potere sedativo. Per tantissimo tempo, non ho voluto sapere nulla di tutta la faccenda, fino a quando non ho voluto altro che te, come se una bomba atomica avesse cancellato dalla faccia della Terra qualunque altro oggetto del desiderio che non fossi tu e il tuo concepimento.

Getty Images

Pubblicità - Continua a leggere di seguito

E tu a quel punto che fai? Contraddittoria come sempre non ti fai vedere, ti defili, mi dai le spalle. No, cara la mia ostinata progenie, ho detto parlando al vuoto della stanza. Non l’avrai vinta, prima o poi ce la faccio a farti arrivare. Ho smosso mari, monti, scienza e speranza per venirti a cercare, e neanche il tempo di gioire della tua miracolosa apparizione, che tu già piangevi fortissimo, in quell’ipnotico, strampalato, sfinente “interno giorno” di una sceneggiatura senza grandi colpi di scena, se non lo stupore sempre nuovo davanti alla gamma, pressoché infinita, dei tuoi strilli. Sì, ma qui resta il fatto che non stiamo parlando di te, ma di me che cerco di relazionarmi con le frange di mamme armate fino ai denti di consigli non richiesti. «E ancora non hai visto niente» sembra essere la chiosa preferita, preludio all’epopea dei «Vedrai, l’istinto di maternità arriverà appena la prenderai in braccio».

Però io ci tenevo a dire, genitrici prodighe di buoni consigli quando io avrei solo avuto bisogno di un cattivo esempio, che nulla di tutto questo mi è successo, e come se non bastasse, io non ho provato neppure la fitta acuminata del senso di colpa. Per giorni mi sono messa buona buona ad aspettarlo, questo leggendario istinto materno, ad attendere il momento in cui, guardandoti negli occhi, il resto del mondo sarebbe sparito e saremmo rimasti solo io e te, l’emblema del concetto di maternità fatto e finito. E, a onor del vero, qualcosa è arrivato. Niente di pomposo, per carità, niente suoni celestiali prodotti da angeliche trombe, ma un certo tramestio all’imbocco della pancia, un frullare solleticoso di ali di farfalla quando le tue mani, unte di ogni ben di Dio, mi solleticano la guancia. Mettici anche quel luccicore nell’antro dell’occhio quando mi lasci una scia di lumaca sulle labbra ad artigianale imitazione di un bacio. E questo è tutto, e pazienza se non è abbastanza.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Tim Bish / Unsplash.com

Io sono rimasta l’imperfetta me stessa e tu la neonata umidiccia che mi cava un occhio prima di addormentarsi. No, spiacente, il mondo non è scomparso in una accecante esplosione atomica provocata dal raggio laser della maternità, e leggere e scrivere, per quanto io abbia atteso fossero ridimensionate in questa scala dei valori “mammeschi” i cui gradini non riesco ancora a salire, sono sempre rimaste vitali. Non sono stata abbastanza chiara, forse, quando ho detto che oggi non si parla di te ma di me? Di come, nella mia immensa stramberia, io rimanga convinta che non è cancellando la propria vita come se fosse una colpa da espiare, che si diventa una buona madre. Che la rinuncia al fuoco delle passioni, ammesso che se ne abbiano, non può che rendere catastrofici i rapporti con chi mi sta intorno e dunque anche con te, piccolo despota totalitario che Kim Jong-un ti fa un baffo. Voglio parlare di me, che mai ho voluto rinunciare ad essere figlia, prima che madre, così da conservare intatta quella quota di capriccio che rende comprensibili, ai miei occhi, le tue bizze testarde e furibonde. Di me, che voglio restare piccola come è concesso ai cani quando sono felici. Di me che provo ad essere una persona prima che una madre, ad avere passioni con cui riempire gli occhi che poi poserò su mia figlia.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Ho ancora da raccontare di come quel tempo lunghissimo in cui non ti ho desiderata si sia accorciato come lana maltrattata in lavatrice al cospetto dell’“altro tempo”, quello che è deflagrato, assoluto e perfetto, quando sei venuta al mondo. Ho da parlare di me, di come fra queste due lettere, ME, si sia insinuato un cuneo forzuto, una leva che, se non ha sollevato il mondo, ha sparigliato le carte e le certezze, e ha un bel da fare il mio sconquassato fortino a resistere all’inevitabile, quando il nemico è dietro la porta pronto a mandare a gambe all’aria queste due povere lettere, IO, ricomponendole in un NOI che è ancora terra inesplorata, da percorrere con passi circospetti. Sei stata chiara, non dirò più IO, neanche approfittando del provvidenziale pisolino, perché lo so che poi ti svegli caricata a molle e ti prepari a caricare come i tori davanti alla mantilla. Prevedo che a breve, rinfrancata dal sonnellino, ti fionderai sulla tastiera a cancellare questa mia fatica, riportando tutto al bianco primigenio. Prevedo giusto, ma prima di calare in picchiata rapace sull’indifeso portatile, mi butti le braccia al collo ed è finita. Dal fortino dismesso, sventolo la bandiera bianca della resa e porgo la guancia al tuo bacio di lumaca.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Pubblicità - Continua a leggere di seguito

(* autrice del romanzo Chiedi al cielo, Garzanti)

La fatica delle madri

«Siamo in una fase di smottamento. I discorsi sulle madri stanno cambiando e anche i ruoli, ma quelli nuovi non sono ancora ben assestati», riflette Rossella Milone, autrice dell’intenso Cattiva (Einaudi), storia di una maternità lontanissima dagli stereotipi: «Io a questa urlatrice non la capisco, mi spezza i timpani, mi spezza la ragione», dice nel romanzo Emilia della figlia neonata. Nella realtà: «A me pare inconcepibile che ancora molte donne tacciano la fatica, il fastidio che – oltre all’amore, che è immenso – invece si prova», dice Milone. «In Italia in questo momento c’è un po’ di tutto. Una brezza di progresso che arriva dal Nord Europa, gente come me che ritiene normale che una madre vada al lavoro e affidi la figlia alle cure di altri, padri compresi; ma pesa ancora troppo il giudizio latente, sottotraccia, intorno alle madri. E anche alle non madri, peraltro. Per le une e per le altre, qualunque cosa facciano, non c’è perdono».

Pubblicità - Continua a leggere di seguito

Il fatto è poi che la potente retorica della maternità «lavora come fanno le leggende, infilandosi nel tessuto percettivo e non solo in quello cognitivo: dunque a un livello molto profondo. E una vita nuova fa fatica ad attecchire». Da un lato lei, la neonata, «deve capire come si fa»; dall’altro «io devo capire come insegnarglielo, ma sono paralizzata e ferma, inchiodata sul pavimento da quelle urla che potrebbero pure sanguinare». Cattiva è un romanzo in parte autobiografico, «nella misura in cui certe emozioni, se le hai provate, non puoi non trasmetterle»; ma con una validità universale e un’originalità che regala sollievo alle madri che certe fatiche non hanno ancora avuto il coraggio di confidarle. (Paola Maraone)

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Emozioni