Maria Pia Calzone: "La mia famiglia è la mia forza"

Il successo arrivato a 50 anni. Quel cellulare che squilla sempre quando non dovrebbe. La scommessa di Sirene: Maria Pia Calzone si racconta, sognando un ruolo strappalacrime

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Avere successo a quasi 50 anni cambia il modo in cui ti approcci alla vita. E anche al lavoro. Ti rende più realistica e, al contempo, più audace perché sai cosa vuol dire non avere successo: ci sei già passata e ormai conosci fin troppo bene ciò che la fama ti regala, e quello che ti toglie. Sarà per questo se Maria Pia Calzone vanta una solidità rara tra le attrici del suo calibro: dopo essersi riscattata con il successo di Gomorra (stava per mollare la carriera di attrice prima del provino) non si è rifugiata in ruoli dark ma ha subito spaziato nella commedia brillante. Dal 26 ottobre 2017 torna in tv con un progetto a dir poco coraggioso: Sirene, la prima serie fantasy di Rai Uno, dove interpreta la spassosa, e super protettiva, madre Marica. Nel cast anche Luca Argentero, nel ruolo dell'insegnante Salvatore, e le tre figlie - sirene Valentina Bellè, già vista nel kolossal I Medici, Denise Tantucci, volto amato dai fan di Braccialetti rossi, e Rosy Franzese. Non rivedremo invece Maria Pia Calzone in Gomorra 3, in onda dal 17 novembre 2017 su Sky Atlantic, poiché il suo personaggio è drammaticamente morto nella seconda stagione.

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Dalla madre dark di Gomorra è passata a quella, decisamente più spassosa, della fiction Sirene: un bel cambiamento…

Subito dopo Gomorra, Sergio Rubini mi volle nel suo nuovo film Dobbiamo parlare in un ruolo brillante: una donna cattivissima ma anche molto, molto divertente. E' stato il regalo più grande che potesse farmi perché mi ha permesso di accedere a questa tipologia di ruoli che amo molto: adoro la commedia!

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Con Sirene, Rai Uno rompe il grande tabù delle fiction fantasy. Il progetto però è rischioso: non teme il flop?

Tutte le cose belle custodiscono, dentro di sé, una dose di rischio. Quindi sì, è un progetto audace ma valeva la pena anche perché, dalla sua, Sirene vanta una scrittura molto potente: le sceneggiature di Ivan Cotroneo sono piccoli gioiellini e questo – mi creda – non succede così spesso.

Si è anche molto sperimentato nei dialoghi: il suo personaggio gioca con le parole, il dialetto e i termini scurrili. Quanto si è divertita a interpretarlo?

Molto! Il mio personaggio usa un linguaggio colorito perché ha imparato a parlare ascoltando i barcaioli. Il che mi ha dato una grande libertà di espressione: è stato divertente! Ogni tanto, andavo dal regista e chiedevo: "Ma voi siete sicuri che su Rai Uno, in prima serata, io possa dire questa frase?".

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Il suo personaggio ama molto la moda: è un tratto in cui si riconosce?

A dire la verità non amo lo shopping, soprattutto quello un po' folle: ho un grande senso del denaro e non me la sento, per esempio, di spendere cifre esorbitanti per un accessorio o un capo. E poi, lo ammetto: mi stanco da morire a camminare!

Nessuna debolezza fashion, dunque?

In casa giro in tuta e scarpe da tennis ma, quando la situazione lo richiede, mi piace farmi bella: imbellettarmi, indossare i vestitini e le scarpe, osare con il vintage e mescolare le cose. Ebbene sì, ho anch'io un lato vanitoso...

Prima di Gomorra, era sul punto di lasciare il mondo della recitazione. Come spiega il suo successo tardivo?

È difficile dare una spiegazione: le carriere sono un mix di eventi imprevedibili. Quando ero ragazza, forse il mercato era diverso: chi faceva tv difficilmente era la prima scelta di un regista cinematografico e, allo stesso tempo, le produzioni avevano minori margini di rischio. Un attore di chiara fama era percepito come più sicuro. Adesso la situazione è diversa, tv e cinema sono equiparati e l'internazionalizzazione dei prodotti ha alzato l'asticella della qualità: si guarda anche alla sostanza, ossia se un attore è giusto, o meno, per quella parte. Però, la mia è solo un'ipotesi: magari, più semplicemente, non era ancora arrivato il mio momento.

È più facile gestire la fama a 50 anni?

Senza dubbio. In questo senso, trovo che le tre giovani protagoniste di Sirene siano bravissime perché la fama è molto difficile da gestire.

Qual è la tentazione più grande?

Si può arrivare a perdere di vista il senso delle cose. L'adulazione ha in sé dei meccanismi per cui potresti finire per correre dietro a cose che, alla fine, si rivelano futili. Per resistere occorre essere delle persone molto salde, circondate da legami veri, sia a livello professionale che relazionale.

In questo senso avere una famiglia aiuta?

Indubbiamente. Un po' come in Sirene, la famiglia ti aiuta a vedere le situazioni da un altro punto di vista: te le alleggeriscono, te le semplificano e, al contempo, ti aiutano a dare il giusto peso ai problemi.

Come si fa, però, a conciliare famiglia e carriera?

Così (mi mostra il cellulare, ndr): con il telefono sempre in mano! (ride, ndr). Tra l'altro mio figlio, che ha otto anni e mezzo, armeggia continuamente con la suoneria: puntualmente io credo di avere la modalità silenziosa e invece... Così, finisce per suonare (ad altissimo volume!) nei momenti più improbabili! La famiglia, comunque, è fondamentale. Certo, ci vuole un po' di organizzazione e di comprensione anche da parte dei familiari, ma si gestisce.

Dopo Sirene, quali sono i suoi prossimi progetti?

Sarò nel nuovo film di Carlo Verdone, Benedetta follia, in sala a gennaio: un'altra commedia, molto divertente. Inoltre apparirò in un cameo nel film Napoli velata di Ferzan Ozpetek.

Dunque, addio ruoli dark?

No, no, anzi! Al mio agente ho detto che ora mi piacerebbe fare un film triste, magari d'autore, di quelli dove si soffre e ci si dispera, senza un'ombra di glamour…

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