Chi era Gianni Boncompagni? Tutto, ma non un complessato

Mandava in frantumi le nostre moraline precotte e c'era più gioco intellettuale nel suo niente televisivo che in cento programmi di libri

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Quando è cominciato Non è la Rai io stavo per compiere 19 anni e mi accingevo al provino per l'Accademia d'arte drammatica. Non mi avrebbero presa (un'attrice cagna in meno: una decisione invero illuminata della commissione selezionatrice), ma insomma pensavo più a Vittorio Gassman e a Carmelo Bene che al varietà televisivo. Lo guardavo, certo – mica vivevo su Marte – ma non volevo essere Ambra. Semmai quel signore sempre in tuta e con l'aria serafica, l'autore del programma, anche se allora non sapevo bene cosa fosse un autore televisivo, tantomeno l'autore di un programma fatto di niente. Gianni Boncompagni è morto a Pasqua, e io sono sicura l'abbia fatto apposta: a Pasquetta le edicole sono chiuse, e voleva risparmiarsi tutti noialtri che saremmo corsi a precisare che ascoltava Bach, che per fare tv fatta di niente bisogna essere coltissimi, che la rava, che la fava – precauzione inutile: abbiamo scritto comunque le nostre banalità zeppe di complessi culturali, solo qualche giorno dopo.

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Se dovessi spiegare chi è stato Gianni Boncompagni a una giovane – così giovane da non aver mai sentito alla radio Alto Gradimento o Bandiera Gialla, da pensare che Ambra sia sempre stata un'attrice impegnata, da non aver mai contato i fagioli della Carrà o da non sapere a memoria le canzoncine di Macao («Ragazzo progressista/ Sei stato comunista/ Ma forse era una svista» è ancora il messaggio in codice che ci scambiamo, con un fidanzato del secolo scorso, quando è urgente farsi richiamare) – direi cosa non è stato Gianni Boncompagni: un complessato.

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Ci sono figuri televisivi che, mentre fanno il varietà per noialtri plebaglia incolta, buttano lì un «come scrive Kurt Vonnegut»: non serve a precisare meglio quel che stanno dicendo (la citazione è sempre pretestuosa); serve a dirci che, mentre noi ci abbrutiamo davanti alla tv, loro, i televisivi con uso di citazione, la sera (quando non fatturano) stanno a casa a leggere un buon libro. Boncompagni non sarebbe mai stato così volgare. Anzi. Si piccava di stupire i borghesi dicendo che lui faceva tv brutta, tanto la tv è tutta brutta, si differenzia solo in base agli ascolti; di dire che le canzoni che aveva scritto (robetta di nicchia come il Tuca Tuca) facevano schifo, ma non gliene importava niente: gli interessava solo incassare un sacco di soldi di diritti d'autore (non aveva neanche il complesso del denaro, che è quasi più raro che non avere quello della cultura); di mandare in frantumi le nostre moraline precotte dicendo che no, non aveva fidanzate della sua età, perché le sue coetanee erano quasi tutte morte. Ogni volta che vedevo l'adulto Boncompagni con le poco più che adolescenti Isabella Ferrari o Claudia Gerini, pensavo a Woody Allen in Manhattan: «Sto con una ragazza che ha i compiti». Oggi lincerebbero sia Allen sia Boncompagni, ma oggi si discute se Walter Siti abbia il diritto di scrivere un romanzo sulla pedofilia: sono tempi in cui si confonde 
il moralismo con la morale.

Poi un giorno a Macao arrivò Carmelo Bene, e disse alcune meraviglie tra cui «La divina stupidità confina con la grazia», ma di come si chiuse quel cerchio della mia giovinezza non vi parlerò, perché non vorrei mai offendere la memoria di Boncompagni svelando che c'era più gioco intellettuale nel suo niente che in cento programmi di libri.

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