Zucchero: intervista al più internazionale dei cantanti italiani

​Intervista al bluesman che ha pubblicato Black cat, l'album più nero e ruvido di sempre e già disco d'oro, con una canzone di Bono e tre date a settembre 2016 a Verona

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Nella suite ultra ovattata di un albergo del centro di Milano par quasi di sentirli, i palpiti baldanzosi del cuore blues&soul del più internazionale tra gli artisti italiani, 60 milioni di dischi venduti e amicizie nel Gotha della musica planetaria: Zucchero Sugar Fornaciari, all'anagrafe Adelmo, a 60 anni ancora autentico, ruspante e irriverente come le sue canzoni. Racconta entusiasta la nascita del suo nuovo album, Black cat (Universal, lo sentiremo suonato live a Verona il 16, 17 e 18 settembre), 12 canzoni lavoratissime eppure "sporche" come le sue radici, groviglio di musica e vita che passa dalla Bassa emiliana (dove è nato) a New Orleans (dove ama incidere i dischi) e trova pace solo nell'oasi autarchica di Pontremoli, dove abita e riceve gli amici. «Ho sei persone a salario per star dietro a tutto: produciamo vino, salumi, formaggio, latte, una mozzarella straordinaria grazie a una vacca di nome Lina; quel che avanza lo regaliamo ad amici e parenti, o al Comune per le feste locali. La terra mi dà tanto, le devo tanto».

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Anche Black cat è intriso della storia della sua terra. 

Nell'invecchiare di bello c'è almeno che cerchi di diventare più saggio, di selezionare le cose piacevoli. Una volta ero più scavezzacollo. Cosa vuoi che gliene freghi ai giovani di coltivare una vigna... invece poi quella vigna torna fuori.

E lei, che a un certo punto ne era scappato...

Quando ho potuto permettermelo l'ho fatto, poi mi son separato e non sapevo più dove stare, se a Forte dei Marmi dove ho ancora la casa e ancora vive "la signora", la mia ex moglie, o a Reggio Emilia dove c'erano i miei. Ho provato a rientrare, però mio padre non aveva capito che avevo fatto un po' di successo (aveva già pubblicato Oro incenso e birra, otto milioni di copie, ndr): tornavo alle quattro di mattina da un concerto e alle sei lui mi chiamava: «Delmo, sa fet a let», (cosa fai a letto), «Venmi a dar na man». Voleva che lo aiutassi nei campi e non servivano le preghiere di mamma: «Mo lessel durmir, che è vegnù a ca' tardi».

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Allora che ha fatto?

Lì ho resistito una settimana. Non sapevo dove andare, ero dilaniato, avevo le figlie a Forte dei Marmi e i miei in Emilia. A una cena con amici ho detto: «Non sto bene né di là né di qua», al tavolo vicino c'era l'ex onorevole Ferri: «Sarei onorato di averla a Pontremoli». Così mi ha messo dietro un tizio che mi ha portato a vedere mulini e proprietà. Dopo sei mesi di ricerche ero in giro con un amico in moto, da una collina abbiamo visto una valle con un fiume e un mulino diroccato. Mi sono sdraiato nell'erba, erano i primi di settembre, e ho pensato: «Io qui ci sono sempre stato». 

Amore a prima vista.

Sentivo una vibrazione bellissima. Il mulino non era in vendita, ci ho messo sei mesi a raccattare tutti gli eredi, che erano 33, tutti emigrati all'estero. Ci ho portato della terra, ci ho messo vigne, piante, nel tempo l'ho fatta come volevo. 

Qui nascono i suoi dischi.

Ci ho costruito uno studio, una specie di baracca sul Mississippi che chiamo House of blues. Quando scrivo mangiamo tutti là, a pranzo e a cena, faccio le quattro di notte e magari per non disturbare ci dormo pure. È un po' zingara, fatta di lamiere arrugginite, come a New Orleans.

E qui vengono a trovarla i suoi amici.

Ho preso a Camp Derby, la base americana di Livorno, un vecchio autobus di alluminio bombato. Non passava dalla strada e l'ho portato con una gru, passando dal fiume, l'ho sventrato e ci ho fatto una suite, ci dorme sempre Sting quando viene da me. Casa mia è il posto dove tutti passano, e l'unico giusto per far nascere Black cat.

Non dev'essere facile restare all'altezza di Zucchero.

Il mio presupposto è che l'album che farò dev'essere meglio del precedente, cerco sempre di alzare l'asticella, di cambiare però rimanendo me stesso: un casino. Ci ho lavorato da ottobre 2014 al 22 dicembre 2015: più di un anno intensissimo, tra Pontremoli, Los Angeles, Nashville e New Orleans. Oggi non si fanno più queste cose, un manager ti direbbe che non ne vale la pena. 

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A guardare da fuori l'album pronto, cosa pensa?

Ho fatto il meglio che potevo. Non mi sono accontentato, ho scritto 40 brani per sceglierne 12. L'altra riflessione è che in passato usavo molto il "me": io al centro di tutto. Questo disco è più "noi", parla di quel che accade nel mondo. 

Come in Streets of surrender, con il testo di Bono. Com'è andata?

Ci conosciamo dal '92. La scorsa estate vado a Torino al suo concerto, entro in camerino per salutarlo e lui mi dice: «Perché stasera non suoni con noi I still haven't found what I am looking for? È l'ultima canzone in scaletta».

E lei?

Gli dico: «Io veramente sarei venuto per vedere il concerto». E lui: «Se non vuoi farlo, non sei obbligato». Poi mi ha messo in mano una chitarra e il testo. Ho studiato per due ore, a fine serata sono salito sul palco pensando: per prendere fischi, nella vita, non è mai tardi... Ma poi è andata bene. 

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A quel punto Bono doveva sdebitarsi.

Infatti gli ho messo in mano il provino di Ci si arrende e gli ho chiesto di pensare a un testo inglese. Mi ha scritto dopo la strage di Parigi: «Mi è venuta l'ispirazione, ecco il testo». Ne è venuto fuori un discorso universale il cui senso è: «Non sono qui con l'odio per combattere l'odio. Puoi decidere se far del bene o far del male, ma sappi: io non ti combatto».

Un bel messaggio. 

È per contrastare quel che arriva dal mondo, che invece non è bello. Ecco perché in Partigiano reggiano, primo singolo di Black cat, canto: «Il cielo vomita, la bestia umanica...»

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Da genitore, la preoccupa il futuro dei suoi figli?

I figli sono per me una pena nel cuore. Probabilmente anche mio padre si preoccupava, ma loro venivano dalla guerra, erano duri. I nostri dialoghi: «Mangia». «Non mi piace», «Non c'è altro». Poveretto, non s'è goduto niente, ha solo lavorato. Io invece mi chiedo, come faccio a essere padre se a 60 anni sono ancora figlio, ho ansie e paure e insicurezze?

Si consoli, è in buona compagnia.

Lo so... Certo, ai miei figli do iniezioni di coraggio e autostima, ma quando fanno cazzate non riesco a essere durissimo. Le femmine ormai sono grandi, sono trentenni, ma il bimbo, lo chiamo così anche se ha 18 anni... ho paura che un giorno mi dica: «Sei stato troppo morbido con me». Del resto i figli ti fanno sempre sentire in colpa, non è così? 

Beh, il suo sarà contento di averla come padre.

Deduco di sì perché alle tavolate vuol sempre sedersi vicino a me, ride alle mie battute...

Può dire di aver fatto un buon lavoro, allora. 

Se non altro non si drogano.

Invece in 13 buone ragioni parla male di una donna.

La mia ex moglie, come al solito. Me ne ha fatte passare...All'inizio suonavo con un gruppo una volta ogni tanto, per due lire. Avevamo già una figlia, Alice, per sbarcare il lunario venivo a Milano in autostop per cercare di piazzare un pezzo come autore, magari tornavo a casa alle nove di sera, lei mi diceva: «Arrangiati, noi abbiamo mangiato».

Non troppo gentile in effetti.

Crudele direi. Per lei sono stato a lungo depresso, ecco perché canto «Tu non sai come si sta quando stai raspando il buio». Poi è chiaro, l'ho amata, ancora ci vogliamo molto bene, ci rispettiamo, ci vediamo con le nostre figlie e il peggio possiamo dire che è passato.

E Francesca, invece?

È la madre di mio figlio, ci vivo da 20 anni ed è intelligente, aperta, di buona famiglia: su certe cose ci scontriamo ancora. Come cantava De Andrè: «È una ragazza che puoi scopare senza preservativo» (cominciamo a ridere, è difficile smettere, ndr). Mi scusi. Come canto in Partigiano reggiano: mi è uscito un po' di slémpito, in dialetto vuol dire energia. Adesso mi contengo. Era per dire che Francesca è una che si ricorda tutti i compleanni, i regali... Quand'ero piccolo mio padre mi diceva: «Siamo noi i regali». Son venuto su più orso di Guccini, e senza fronzoli.

Come molti altri grandi artisti suoi amici.

Eric Clapton, Bono, Sting, Marc Knopfler che ha suonato nel disco... Sono persone dirette, come lo era Pavarotti, un'eccezione tra gli italiani, in genere pieni di menate: li inviti a far qualcosa assieme e rispondono, «Devo sentire il manager, devo capire...». Un mese di preavviso non gli basta.

Peccato.

Che poi voglio dire, se sei musicale e sai il tuo mestiere ci vuole poco. Come la volta che avevo invitato Ray Charles all'Arena di Verona, sarà stato l'88, arrivò alle sette di sera anziché alle quattro e la gente stava già entrando, non potevamo provare sul palco. Abbiamo fatto mettere una tastiera in camerino, con il sistema Braille ha studiato lo spartito, ha provato, riprovato, «Ok, ok, thank you, ci vediamo sul palco, see you on stage». Ho pensato: non ce la farà mai, farà qualche urlo, abbaierà qualcosa ma non potrà mai ricordarsi il testo e la sequenza armonica. Invece sale e pum! Perfetto. Per me è questo, fare musica.                                              

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