Pop-up, il nuovo album di Luca Carboni

Un tempo cantava Oh no, i soldi lo so che non danno la felicità, oggi canta Un disco può dare la felicità

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Si intitola Pop-up ed è l'ultimo disco di Luca Carboni.

«Volevo fare un album perfetto che fosse figlio di un momento perfetto», mi dice. «Forse mi è venuto così bene perché non l'ho vissuto con ansia, è nato in modo fluido. L'ultimo pezzo, Invincibili, l'ho scritto al porto dell'isola d'Elba». Del singolo di lancio Luca lo stesso, Linus di Radio Deejay ha detto che è "la canzone più bella del mondo". «Un commento che mi ha emozionato, me ne aveva fatto uno simile solo un'altra volta, per Mare mare». Carboni traccia le coordinate della musica italiana da 30 anni, ha scritto pezzi pazzeschi da cui è impossibile prescindere: Silvia lo sai, Farfallina, Fragole buone buone… «A volte sapevo che avrebbero fatto faville, altre non ero sicuro, me l'ha detto la gente».

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Non si è mai stancato di essere Carboni?

Un po', attorno al 2000. Mio figlio Samuele era nato da poco. Mi sentivo stanco e sovraesposto, così ho fatto un passo indietro rispetto alla musica e sono stato tanto a casa, con il bambino. Io e mia moglie non abbiamo mai avuto la babysitter, ricominciamo a uscire ora che lui ha 16 anni e la sera può stare da solo.

Che ne dice lui della sua musica?

Fino a ieri poco e nulla. Ascoltava le mie canzoni se le sentiva in casa, non credo sia mai andato a cercarsi di proposito un mio disco. Quando quattro anni fa è uscito Fisico&politico con Fabri Fibra, i suoi compagni hanno cominciato ad accorgersi che esistevo, venivano a domandarmi: «Ma che tipo è Fabri?». Luca lo stesso è piaciuta anche a loro, mi hanno chiesto pure qualche autografo, e alle presentazioni arrivano genitori a dirmi: «Mio figlio di quattro anni impazzisce per il tuo pezzo».

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Un tempo cantava: «Oh no, i soldi lo so che non danno la felicità», mentre oggi: «Un disco può dare la felicità». Ma cosa sia la felicità è riuscito a capirlo, in tutto questo tempo?

Mi piace considerarla uno stato di grazia, il momento in cui senti di poter essere superiore e distaccato rispetto a certe ansie.

Come quando si scrive una canzone che funziona?

Come quando una cosa ti fa volare. Magari dopo averti fatto soffrire.

Ha cantato tanto l'amore, si considera un esperto in materia?

Non ho mai raggiunto certezze in proposito. Però ho flash di lucidità crescente, come in un pezzo di quest'album che mi piace moltissimo: «Chiedo scusa all'amore che si dà per scontato», quello per i genitori ma anche quello per la donna che ami.

Si è mai stufato delle sue canzoni?

Ma no, proprio stufato no. Non ho molta memoria e forse questo aiuta a non trovare noiose le mie vecchie cose. A volte copio me stesso senza rendermene conto. Ci pensa mia moglie Marina ad avvisarmi, «Guarda che l'hai già scritto».

Mi fa un esempio?

La frase: «Ho bisogno d'amore», che è in Farfallina, l'ho poi rimessa qua e là in altri brani, anche in questo Pop-Up. Mi son detto che se continuo a ripeterlo, dev'essere proprio vero.

Si è pentito di aver scritto Silvia lo sai, con quella frase scomoda: «Luca si buca ancora»?

Artisticamente no, mi serviva un nome che facesse rima. Però succede che un medico che non mi conosce mi dica, visitandomi: «Beh, con tutta l'eroina che si è fatto non è messo neanche male».

Ora può dirlo: era una storia vera?

Sì. E al vero Luca, quella canzone è servita a uscirne.

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Quando ha capito che avrebbe fatto musica sul serio?

A casa eravamo cinque figli, mio padre ci ha obbligato a studiare il piano. Tornava la sera e chiedeva a mia madre: «Luca oggi ha suonato?» e se la risposta era no si sedeva accanto a me per un'ora, a voltarmi le pagine degli spartiti anche se non sapeva leggere le note. Non mi sono diplomato al Conservatorio ma qualcosa è scattato, anche se per anni ho pensato che avrei scritto solo i testi.

Poi cos'è successo?

Quand'ero ragazzo Bologna era il posto giusto per chi sperava di vivere di musica. Alla trattoria Da Vito si ritrovavano tutti, cenavano sul tardi e poi restavano lì fino all'alba: Dalla, Guccini, Ron, gli Stadio, Vasco. Una sera, avrò avuto 17 anni, ci sono passato e ho fatto consegnare a Lucio una busta con i testi di canzoni che avevo pensato per gli Stadio. Poi sono uscito in strada e l'ho guardato dalla finestra mentre leggeva e cominciava a dire: «Bello, bello, mi piace». In fondo ai testi avevo messo il mio numero, l'ho visto alzarsi e andare a telefonare: «Un ragazzo mi ha lasciato questa busta», ha detto a mia sorella, allora ho preso coraggio, gli ho toccato una spalla e ho detto: «Sono qua!».

E lui?

«Ca..o, ma leggendo i testi non pensavo fossi un bimbo». Il giorno dopo eravamo in studio, alla Fonoprint. Lì ho visto nascere un sacco di dischi, da Bollicine di Vasco ai miei primi album. Per i dieci anni successivi tutta l'Italia è passata da qui per registrare. Lo dico anche in Bologna è la regola, uno dei pezzi nuovi: arriva un momento della vita in cui Bologna, anche se non ci vivi, la pensi. Lucio me lo ripeteva sempre.

Eravate molto amici.

Ci capivamo molto bene. Dopo tanti anni il nostro gioco preferito era indovinare i nomi delle persone solo facendo loro qualche domanda. Le persone finiscono per somigliare al proprio nome.

I Luca come sono?

Tendono a portare sulle spalle il peso del mondo.

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