Al Salone del libro c'è anche il Pulitzer Michael Cunningham

L'autore di The hours presenta il  nuovo libro, Un cigno selvatico, 10 favole riscritte con gli occhi di oggi, e ci spiega perché non ama il lieto fine e che nella vita serve fantasia

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Che Michael Cunningham ami le favole non c'è dubbio. «Raccontano i lati nascosti della vita», dice. Perché relegare questa conoscenza nelle stanze dei bambini? Per questa ragione nel nuovo libro Un cigno selvatico si tuffa di nuovo nelle fiabe,  10 storie dai fratelli Grimm ad Andersen, a Perrault, viste e narrate con una visione tutta sua: non le riscrive, né le reinterpreta, le aggiorna. Si diverte a immaginare cosa ne sarebbe oggi di questi archetipi un po' realtà, un po' sogno. E con un dubbio che aleggia tra le righe: le streghe sono sempre il male e i poveri contadini che trovano un tesoro sono sempre nel giusto? Glielo abbiamo chiesto via mail pochi giorni prima delSalone del libro di Torino, dove sarà ospite, e lui ci ha risposto personalmente (di solito gli agenti incombono): «Che belle domande, ho cercato di mettere giù qualche risposta. Un caro saluto Michael C.». Quel caro saluto, da lui che ha vinto il Pulitzer con The hours, per chi scrive, è stato più emozionante di un principe sul cavallo bianco.

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Ne Il cigno selvatico le sue storie, seppur aggiornate, mostrano sempre una realtà crudele, i personaggi sono violenti ed egoisti. Come secoli fa. La morale non cambia con gli anni? 

Sono d'accordo né la morale, ne gli uomini che la costruiscono (o la ignorano) sono cambiati in centinaia di anni. Detto questo, non definirei la mia nuova versione come "crudele", quanto umana, Nelle favole originali i personaggi hanno un aspetto eticamente bidimensionale: o buoni o cattivi. Ho cercato invece di renderli più complessi, come del resto siamo noi tutti al giorno d'oggi. E così il principe di Biancaneve vive l'averla salvata nel bosco come un'ossessione tanto che ogni sera le chiede di ritornare nella bara per rivivere l'emozione, un nano pensa che adottare un figlio lo renderebbe meno solo, un ragazzo che ha un'ala di cigno al posto di un braccio, non pensa certo al sortilegio, ma alla deformità che lo esclude dalla società. 

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Le sue favole non hanno quasi mai un lieto fine. 

Ho lasciato il bel finale a molte. Però sono d'accordo la realtà è dura da vivere, può riservare dolore ma anche gioia. Il bello è che non sappiamo mai cosa capita, per questo ci affascina. Poi sì, ho scritto un finale dark per alcune, per una ragione molto semplice: come tanti altri bambini sono cresciuto con i finali sdolcinati della Disney, tanto carini quanto falsi. La felicità non può essere inevitabile! Soprattutto oggi. E poi che noia  una vita dove tutto fila sempre liscio. Davvero vorremmo vivere in un mondo Disney dove c'è un solo ed unico destino per tutti? Lo trovo deprimente.

Perché questo attaccamento alle fiabe? Le considera un'eredità da preservare?

Le favole sono la versione moderna dei miti. Tutti noi siamo cresciuti con le avventure di fate, streghe, giganti e orchi, spesso sono le prime storie che abbiamo sentito. Ogni cultura ha le sue: ci sono fiabe africane, asiatiche, nate in Paesi molto diversi dal nostro. Trovo che siano il nostro modo di spiegare a noi stessi chi siamo veramente, il mezzo per passare ai nostri figli le tradizioni, i valori. Guai se dovessimo perdere l'eredità delle fiabe.

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