Martina Colombari e Fedez hanno una cosa in comune che non ti aspetti (e ti apre il cuore)

Che il giudice di X Factor fosse un tenerone lo sapevamo già, ma questa volta ci ha sorpreso con un'iniziativa sociale che sottoscriviamo in pieno: ce la racconta direttamente l'attrice ed ex Miss Italia, una dei 33 artisti coinvolti

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Dopo aver visto le immagini dell'attacco chimico a Khan Shaykhun in Siria del 4 aprile 2017, che ha fatto 83 vittime di cui un terzo bambini, l'attrice Anna Foglietta ha chiamato a raccolta amici, colleghi, gente dello spettacolo, per chiedere loro di fare qualcosa di pratico. È nato così l'hashtag #everychildismychild (ogni bambino è il mio bambino), per aiutare i bambini siriani che, scampati alla guerra, non hanno più un futuro.

Una bambina siriana sopravvissuta all'Isis, fotografata dopo la liberazione di Al-Bab il 30 agosto 2017.
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Oggi all'appello hanno aderito 220 artisti e quell'hashtag è diventato una onlus che raccoglie fondi per i progetti in Siria (everychildismychild.it). Ma è anche un libro: #Every child is my child. Storie vere e magiche di piccola, grande felicità (Salani), scritto da 33 artisti, attori, cantanti, registi, produttori - fra cui appunto anche Fedez - ciascuno dei quali ha raccontato la sua idea di felicità in una favola.

La cover di #Every child is my child, Salani Editore, pp. 170, € 18.
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Non solo: il libro è servito a realizzare una scuola. Aperta, con l'aiuto della onlus Insieme si può fare (insiemesipuofare.org), il 30 agosto 2017nel campo di Reyhanli, a 200 metri dal muro eretto per fermare l'esodo dei profughi siriani in Turchia. Si chiama Plaster School, scuola "cerotto", dove si insegna inglese, arabo, musica matematica. «Ci sono già 30 bambini, arriveremo presto a 60, abbiamo posto per 90, è una scuola di transizione per tutti quei piccoli profughi di 9-11 anni che non sono entrati in una delle scuole dei campi», spiega Lorenzo Locati, di Insieme si può fare, che è diventato il braccio "pratico" di #Everychildismychild. «Ma almeno li abbiamo tolti dalla strada». Una scuola realizzata in 4 mesi. Un record.

Martina Colombari e altri artisti con in mano il libro #Every child is my child.
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Fino a oggi #Everychildismychild ha tenuto un concerto (il 5 agosto 2017 a Vulci), aperto la Plaster School, organizzato un charity gala lo scorso ottobre, pubblicato il libro, e promosso un'onda social a partire dal 13 novembre proprio sulla base di quell'hashtag così eloquente, e tutti sono invitati online per prenotare il libro con le dedica autografe dei 33 autori. «E non è proprio facile mettere insieme noi artisti», dice Martina Colombari. Proprio lei, attivissima e trascinante - a Milano per lanciare il libro, insieme a Marco Bonini e Paolo Calabresi e Andrea Bosca (che oltre a scrivere la sua favola si è cimentato come segretario di redazione) - ci racconta perché non si può più stare con le mani in mano.

Ma quanto entusiasmo ha messo in #Everychildismychild?

Mi occupo del sociale da una decina d'anni, sono volontaria in prima linea ad Haiti con la Fondazione Francesca Rava per i bambini, quando mi hanno chiesto di partecipare a questo progetto che si rivolgeva comunque ai bambini ho subito detto di sì. In questi anni ho capito quanto sia importante aiutare gli altri e quanto ci fa sentire persone migliori. Ognuno di noi dovrebbe dedicare una parte della propria giornata o della settimana agli altri. Se ognuno di noi ci credesse questo sarebbe un mondo migliore, con meno violenza, con più sensibilità e attenzione verso il prossimo. Sembrano i soliti luoghi comuni, le solite frasi fatte, ma è così.

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Spesso le persone di spettacolo vengono criticate quando si espongono per qualche buona causa. È capitato anche a lei?

Come raccontava Madre Teresa di Calcutta: "Comunque te ne diranno di tutti i colori, ma tu continua ad aiutare, credici, perché alla fine la differenza la farai". La critica la dobbiamo mettere in conto, c'è gente che ti dice "vai ad Haiti per farti pubblicità, fai libri di beneficienza per farti notare", a me sinceramente di quello che dicono gli altri non me ne frega niente. Quando ad Haiti andiamo a portare i piccoli alla sepoltura, dopo che li abbiamo tolti dalle fosse comuni, in un momento di morte come quello so che ho cercato di rendere dignità a una famiglia. E se oggi con la Plaster School mandiamo a scuola 30 bambini, e presto saranno 60, comunque la differenza per loro l'abbiamo fatta e già questo ci deve rendere felici. Quando Locati (della onlus Insieme si può fare, ndr) sotto casa mi ha fatto vedere le foto dei bambini da aiutare nel campo profughi, io mi sono vista già là.

In effetti dietro a #Everychildismychild c'è una squadra compatta che lavora.

Noi facciamo parte integrante dell'organizzazione, questo progetto è nato fra di noi, noi siamo andati in giro dagli editori con le prime bozze a chiedere cosa ci davano. Noi ci siamo chiesti cosa scriviamo, come lo impaginiamo, da dove cominciamo. Se fino a ora eravamo coinvolti in progetti che erano già partiti, qui il progetto l'abbiamo costruito noi, in prima persona. E con tutta la fatica del caso: non è facile fare un libro!

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Le è piaciuto fare la scrittrice?

Avevo già scritto la mia autobiografia tempo fa, questo libro invece l'ho vissuto come la nascita di un bambino. Quando è arrivata a casa la prima copia ho scritto ai miei colleghi " È nato il bambino, ce l'abbiamo fatta". È divertente scrivere, ma non sono una scrittrice, ho cercato di raccontarmi, la mia favola parla tanto di me, delle mie radici, parla di mio figlio, di quando lui da piccolo giocava con i miei tatuaggi. Ora è grande e gli ho detto "Dai Achille quando sei più grande ci facciamo un tatuaggio uguale io e te".

Le piacciono i tatuaggi?

Non sono così futili, è un qualcosa che ti fa ricordare momenti della tua vita. Ne ho uno che ho fatto insieme a mio papà. Con mio padre ho un rapporto molto particolare, siamo troppo simili e troppo diversi, però quello è stato un momento che ci ha legati.

Cosa insegna a suo figlio?

Ad Achille (il figlio 13enne di Martina Colombari e del marito, il calciatore Billy Costacurta, ndr) insegno a essere una persona per bene, i giovani hanno delle grandi idee, delle grandi energie, ma bisogna stargli dietro, perché comunque la vita che trovano fuori non è proprio facile è piena di attrazioni, come se ci fosse sempre un Gatto e una Volpe a sviarli. Gli insegno ad aver rispetto degli altri, delle donne, si vede troppa violenza sulle donne in giro, quindi dobbiamo educarli fin da piccolini. E a essere generoso, a fare beneficienza. Noi siamo una generazione di transito, ma vedo che i nostri figli questa inclinazione l'hanno già nel Dna.

La violenze di cui tanto si parla oggi nel vostro ambiente sembra una diga che è crollata travolgendo tutti.

Ma c'è sempre stata questa diga. Ora se ne fa un gran calderone, c'è chi ci marcia, chi no. Trovo assurdo che si debba scendere a questo tipo di compromessi per avere un lavoro, non critico le colleghe che hanno trovato il coraggio di denunciare solo ora. Non è facile denunciare, perché quando ti trovi in quella situazione, per tua scelta o meno, non ce la fai. Noi donne siamo più fragili, più indifese, non abbiamo la forza di reagire in quel momento. Non ho nessun tipo di pietà invece per chi le ha costrette a subire.

(le illustrazioni dell'articolo sono tratte dal libro #Every child is my child di Salani Editore)

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