Nel suo nuovo libro Roberto Costantini fa tornare giovane il commissario Michele Balistreri

Il giallista riparte da Tu sei il male, il primo capitolo della sua famosa Trilogia del male, per seguire il Mike appena arrivato dall'Africa nella Roma del 1970, nel pieno degli anni di piombo

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Con il nuovo libro giallo Ballando nel buio (Marsilio), Roberto Costantini e il suo commissario icona Michele Balistreri, ancora una volta ci hanno spiazzato. Aspettavamo di vedere cosa volesse fare il poliziotto più antifemminista del panorama noir italiano, e più seguito dalle donne, dopo aver raggiunto la maturità e la pace ne La moglie perfetta, e invece stop, marcia indietro.

Roberto Costantini, da grande sceneggiatore, ci ha fatto tornare con questo thriller idealmente a Tu sei il Male, il primo anello di quella Trilogia del male che con oltre 1.800 pagine complessive ci ha tenuti inchiodati per mesi.

La cover di Ballando nel buio, Marsilio, pp. 468, € 19, ebook € 9,99.
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Siamo negli anni 70, con un Michele Balistreri 24enne appena arrivato dalla Libia, dove ha avuto già le sue belle avventure politico-sociali-amorose. A Roma ascolta Lucio Battisti e non quella lagna di Francesco Guccini, perché così facevano i giovani di destra e di sinistra, e così venivano catalogati i due cantanti. E quando viene ucciso un politico che il giovane conosce bene, non può fare a meno di indagare...

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Perché Costantini va avanti e indietro con la Storia e con le gesta di Balistreri? Glielo abbiamo chiesto e lui lo spiega.

Non ce la fa proprio a staccarsi dalla saga del Male?

Certo quando le storie vanno bene, poi uno ci prende gusto a continuare, mentre quando vanno male finiscono da sole. I miei libri hanno collocazioni temporali diverse, quindi anche il commissario Balistreri non è statico, si evolve, non parlo sempre della stessa persona, che a un certo punto può anche stufare. A volte è ventenne, a volte sessantenne, a volte quarantenne, e le cose che combina sono sempre diverse a seconda dell'età.

I suoi noir sono dei serial?

Un po' il trucco è quello, i personaggi seriali piacciono. Però secondo me se dopo enne volte è sempre lo stesso non sai più che dire di lui. Invece se lo fermi in fasi diverse della sua vita è sempre nuovo. Per esempio la storia di Michele Balistreri è partita quando lui aveva 13 anni ed era in Libia e siamo arrivati ai quasi 60 a Roma con La moglie perfetta, mentre io scrivo il giallo, che è la storia verticale, procedo con la storia orizzontale che è quella personale del personaggio.

Balistreri è un po' il suo alter ego, avete radici in comune, anche lei è nato in Libia e ha vissuto lì fino all'avvento di Gheddafi.

Sì è un personaggio che conosco molto bene, ma non sono io se è questo che vuole dire, o per lo meno in lui non c'è tutto di me, lui ha fatto delle cose, io delle altre. Soprattutto nelle parti peggiori (ride, ndr). L'ho immaginato come un personaggio che fa cose terribili, è un uomo terribile in fondo, che però nella realtà non faresti mai uscire con tua figlia. Mai lo farei avvicinare a mia figlia. È un delinquente che piace, ma è finto, quindi è innocuo. Ecco questo è il grande potere della fiction.

C'è sempre uno spaccato storico nei suoi gialli. In questo romanzo parla di una parte molto delicata della storia d'Italia, gli anni tra i 70 e gli 80. Ritorna sempre al passato per capire il presente?

Lo faccio spinto da due motivi. Il primo è la scrittura, il secondo è l'elemento giallo. In questo libro in particolare non ha affrontato tutto questo percorso storico travagliato per scrivere un giallo, era l'ultima cosa che mi interessava. Volevo raccontare la storia degli ultimi 60 anni di questo Paese, vista però con gli occhi della gente comune, come potrebbe averla vista mia madre. Non come spesso ci capita o ci è capitato di leggere sui giornali. La storia vista dai perdenti. Ma se mi mettevo a scrivere un saggio, sapevo che non l'avrebbero comprato neanche tre persone, quindi mi sono detto «se provo a scrivere un bel giallo, magari se lo compra un sacco di gente così parlo anche dell'altra storia, quella che voglio scrivere».

Il suo Balistreri, che ama Battisti e non Guccini, è di destra?

Ecco, proprio questo mi interessava: far capire che in quegli anni così rigidamente connotati tra destra e sinistra, Balistreri in fondo non è né di destra, anche se ama Battisti, né di sinistra. Sta fuori dagli schemi, inizia qui il suo andare controcorrente: è il bastian contrario, probabilmente durante il Fascismo lui sarebbe stato nella Resistenza.

La seconda parte del libro, quella degli anni 80, vede un Balistreri che getta le armi.

Secondo la visione balistreriana della storia, gli anni 80 sono quelli in cui non vale più la pena di combattere. Balistreri ha perso la sua battaglia, non ha cambiato il mondo e non vuole che farsi cambiare dal mondo, quindi si estranea dalla vita, nulla per lui è più importante. È una sorta di allontanamento dal dolore. Nella sofferenza da evitare rientra anche l'amore.

C'è ancora un pezzo di storia d'Italia che vorrebbe raccontare?

Gli anni 90 e il presente. È tempo di affrontare anche il contemporaneo.

Dobbiamo aspettarci altre trame e nuovi complotti?

Non sono io il complottista. Se in questo Paese si fa l'elenco di casi non risolti, non c'è un anno che si salvi. Dagli attentati agli omicidi, da piazza della Loggia, dopo 40 anni non sappiamo ancora chi ha messo le bombe. Al delitto Cesaroni, a Emanuela Orlandi. È un Paese che si presta a queste cose perché essendoci un tipo di capitalismo relazionale e non economico, dove si fanno i soldi per le relazioni e non per le capacità, il terreno è fertile per complotti e misteri, che non vengono mai risolti. Troppe persone hanno da perdere dalla verità quindi si coprono l'un l'altro. Quando i fatti non si scoprono è perché non si vogliono scoprire. Un ottimo spunto per i miei gialli.

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