Quelle belle ragazze è il nuovo thriller di Karin Slaughter: l'abbiamo intervistata

Ritroviamo le sorelle Carroll: Julia scomparsa da 20 anni, Lydia uscita dalla droga e Claire la fortunata che ora ha qualche problema, e l'autrice racconta perché la famiglia è importante

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Un thriller da 500 pagine mette la parola fine alla saga delle tre sorelle Carroll.  Julia, la più grande scomparsa 20 anni prima e mai più ritrovata, tanto è stato il dolore del padre che ha indagato per conto suo non fidandosi della polizia e alla fine si è tolto la vita, o così sembra. Lydia, trascurata dalla famiglia che pensava solo a ritrovare Julia, ha trovato conforto nell'alcol e nella droga, ma ha fatto una sola cosa buona nella sua via:ha avuto una figlia bellissima. Claire, la bella, perfetta, fortunata, ha sposato Paul architetto di grido, ricco, che la ama alla follia. Helen la madre che ha chiuso il dolore dentro il cuore, rifiutando di aiutare chi in famiglia contava su di lei. E Ginny la nonna svaporata, ma non troppo. C'è un intero concerto di voci femminili, ben tratteggiate in Quelle belle ragazze (HarperCollins) che è anche la prova generale della strada imboccata dalla famosa giallista americana Karin Slaughter dopo 15 romanzi noir più tradizionali: il noir psicologico e pulp. E ci spiega perché.

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Il prequel di Quelle belle ragazze che si intitola Capelli biondi, occhi azzurri, ha sempre come protagoniste le sorelle Carroll, pensa di scrivere una terza puntata?

Penso di aver scritto abbastanza di loro! A dire il vero mi piacciono così tanto che ho già in mente di mettere un paio di loro in una nuova storia, non un libro, però. Magari in una raccolta di racconti. Mi è sempre difficile dire addio alle mie creature dopo che ho lavorato un anno intero su di loro. Questo è il bello dei libri seriali: puoi sempre tornare indietro e riprenderti qualcosa.

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Nel suo ultimo libro le relazioni famigliari, i rapporti tra sorelle, sono molto importanti. Quanto c'è della sua vita lì dentro? E quanto le sono d'ispirazione?

Penso che la famiglia - buona o cattiva che sia - definisce chi sei. Le tre voci narranti sono ben distinte fin dall'inizio, ognuno racconta la storia dal suo punto di vista. Non è stato difficile per me, vengo da una famiglia con tre figlie femmine tutte e tre siamo molto attaccate a nostro padre. La figura del padre in Quelle belle ragazze, è un filo rosso molto importante per la storia. Sapevo fin dall'inizio che Sam sarebbe stato il cuore della vicenda. In un certo senso assomiglia un po' a mio padre, nel carattere, sono sicurissima che se dovesse succedere qualcosa di brutto a me e alle mie sorelle,  si darebbe da fare come un matto, non lasciando nulla d'intentato.

Nei suoi libri si concentra molto sui personaggi femminili. Spesso sono vittima di violenze fisiche e psicologiche. Le donne che racconta sono esseri fragili o sono loro le vincitrici alla fine?

Mi trovo d'accordo con Hillary Clinton quando dice che i diritti delle donne e i diritti umani coincidono. Non c'è differenza. A onor del vero non ha mai scritto una scena clou in cui arriva un uomo e salva una donna. Una donna si salva da sola. Anzi spesso è lei a salvare l'uomo. Nella narrazione parto dal punto di vista sia maschile che femminile, e alla fine  tendo a dare loro lo stesso peso e la stessa voce. La vera differenza sta nel fatto che se, per esempio, avessi fatto di Claire o di Lydia un personaggio maschile, la sensazione di pericolo sarebbe stata meno intensa, si sarebbe diluita. Lo so, molti danno per scontato che le donne siano più deboli, più fragili e non sanno proteggersi, ma penso sempre alla vicenda di Donner Party, una delle storie dei pionieri che stanno alla base delle nostre tradizioni. Durante il terribile inverno del 1846-47 una carovana di famiglie diretta a Ovest, verso la California, venne bloccata da una tempesta di neve sulla Sierra Nevada. Il 66 per cento degli uomini morì e le donne li mangiarono per sopravvivere.

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