È un thriller il libro sulla morte del poeta coreano Yun Dong-ju

La guardia, il poeta e l'investigatore di Jung-myung Lee parla della fine sospetta  del giovane poeta coreano  nel 1945: un thriller dove la vittima​ è un personaggio reale ma il resto è pura (e godibile) fiction

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Corre come un thriller l'ultimo anno di vita del poeta coreano dissidente Yun Dong-ju, morto a 27 anni nel carcere giapponese di Fukuoka nel 1945. Lo racconta lo scrittore coreano Jung-myung Lee nel libro La guardia, il poeta e l'investigatoreIl Giappone aveva occupato la Corea e gettato in carcere intellettuali e oppositori che dovevano rinunciare alla propria lingua e assumere un nome giapponese, pena la morte. Una delle tante pagine opache della Seconda guerra mondiale, poco conosciuta in Europa. La violenza più grande che un uomo possa subire non sono le torture, le vessazioni, la fame, quanto rinunciare alla propria lingua e al proprio nome. In questo modo non sei più nessuno. 

Lo scrittore coreano Jung-myung Lee.
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Perché gli intellettuali spaventano tanto il potere?

Perché dicono la verità e questo fa paura ai governi corrotti e incompetenti. Le parole hanno il dono speciale di rivelare le verità nascoste e il malaffare. Succede anche oggi: quanti scrittori  sono bersaglio del terrorismo in ogni parte del mondo? Quanti giornalisti rischiano la vita dicendo quello che pensano? Quanti artisti vanno ancora in carcere? Eppure sarà la loro penna a darci un mondo migliore. I governi possono cadere o cambiare, mentre la cultura resiste a ogni scossone politico o economico o ideologico. Il potere può mettere a tacere la verità, ma alla fine la letteratura  la spunterà sempre e con lei la verità che si porta dentro. 

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Oggi interessa di più conquistare Paesi o culture?

Oggi le guerre sono per lo più economiche. Anche se Huntington sostiene che in Medio Oriente è in corso uno scontro di civiltà. Io resto dell'idea che le culture si arricchiscono in tempo di pace non durante i conflitti. 

Nel suo romanzo fa cantare ai prigionieri il Nabucco di Verdi. Come mai ha scelto un'opera italiana?  

Non è tutto inventato, Yun Dong-ju amava la musica, anche quella straniera e aveva cantato in un coro. I coreani conoscono e amano l'opera italiana: Aida, Rigoletto, La traviata,  Turandot di Puccini, Madama Butterfly e il Nabucco di Verdi.  Lo stesso vale per la letteratura, abbiamo tradotto Dante, Boccaccio, ma anche Umberto Eco e Antonio Tabucchi.

Si sa poco delle atrocità giapponesi verso la Corea durante la Seconda guerra mondiale.

La storia di Yun è vera, è morto nel febbraio del 1945 nel carcere di Fukuoka a 27 anni, un anno dopo essere stato arrestato e pochi mesi prima che la guerra finisse. Ho inventato solo il contorno. E che i giapponesi conducessero test farmacologici sui prigionieri è assodato, a Fukuoka sono morti anche di cugini del poeta. Tuttavia il governo ancora oggi si rifiuta di ammettere i crimini di guerra. Così ho pensato di trasformare in fiction una verità storica.

Ha voluto scrivere un thriller secondo le regole.

Di storie di guerra è piena la letteratura, invece volevo parlare di una guerra diversa che i protagonisti combattono con le loro armi: le parole e la musica. Armi fragili che possono essere spezzate facilmente. Ma è con queste armi che i miei personaggi combattono contro chi vuole eliminare l'umanità. 

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