Mario Fortunato: «Che anni, gli anni Ottanta!»

Lo scrittore nel suo memoir, intitolato Noi tre e dedicato ai suoi compagni d'amore e di follie Pier Vittorio Tondelli e Filippo Betto, ci racconta quegli anni d'oro dove tutto era possibile

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Mario Fortunato ha scritto Noi tre, un memoir-fiction (lo chiama così per tenere la giusta distanza) su un periodo importante della vita sua, di Pier Vittorio Tondelli, giovane scrittore che l'Aids si è portato via nel 1991 e del poeta Filippo Betto: amici, compagni di strada, di follie e d'amore. Lo ha fatto per sé, e per ricordarli visto che non ci sono più, mentre lui è rimasto a governare i sentimenti più intimi di una giovinezza sfrenata e la memoria storica di un epoca, gli anni Ottanta, per noi sinonimo di riflusso, disimpegno, ostentazione: anni inutili. E invece per Fortunato, scrittore, critico letterario ed ex direttore dell'istituto italiano di cultura a Londra, sono stati anni di grande rinascita culturale, e ci spiega perché. 

Lo scrittore Mario Fortunato, 58 anni.
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Ha riabilitato gli anni '80?

In Italia c'è questa idea negativa, di un periodo politico sociale su cui la storia ha dato un giudizio ingeneroso, abbastanza severo. Pensandoci su e lasciando da parte la politica gli Ottanta sono stati anche per l'Italia anni di grande effervescenza, di grande affluenza, di ricchezza, di occupazione, non c'era disoccupazione giovanile ai livelli del 40 per cento. Per quanto riguarda la mia esperienza è stato un periodo, oltre che coincidente con la mia giovinezza, di grande rinnovamento culturale. Nell'arte visiva si usciva dalla tetraggine dell'arte povera, si ritornava al colore, alla pittura, un ritorno alla tela, che non era conservatore, ma positivo, si ridava fiducia nella possibilità di dipingere e fare cose nuove, pensiamo alla Transavanguardia. Il teatro ebbe un momento di esplosione creativa, esempi sono i Magazzini criminali, il Krypton, il Falso Movimento, gruppi che abbandonavano il teatro di parola e riscoprivano il teatro di immagine. La musica pop è stata così strepitosa che la sua influenza dura ancora oggi. La moda è uscita dal limbo di haute couture che sembrava dovesse riguardare solo gli straricchi ed è diventata un fenomeno diffuso. Nella letteratura si assiste al ritorno al racconto dopo quelle che erano state le avanguardie degli anni '60 e '70 che avevano completamente distrutto la possibilità di raccontare una storia. C'è stato un ritorno di fiducia negli strumenti espressivi, e per fortuna non è ancora finito. Ancora più importante la letteratura conquista i giovani, con uno stuolo di scrittori under 25, pensi al Minimalismo statunitense di McEwan e Tondelli in Italia. Le persone giovani tornano a leggere romanzi. Non può essere un bilancio negativo, al contrario è entusiasmante. 

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A proposito di questo entusiasmo, la comunità gay, che viveva quasi sotto traccia, era molto diversa da quella di oggi.

Sì prima di tutto perché eravamo ancora in epoca pre Aids, che comincia a manifestarsi a New York nell'83-84, senza capirne all'inizio la portata. In realtà esplode alla fine degli anni Ottanta, e sul finale di quel decennio scende l'ala della morte. Prima di tutto questo sono stati anni meravigliosi, di puro divertimento, eravamo molto lontani dall'ideale di oggi della famigliola. Un modello che personalmente non mi ha mai affascinato e che per altro, storicamente, non è certo entusiasmante, è dentro la famiglia che si consumano i crimini e le nefandezze della modernità. Penso ai femminicidi, ai bambini violentati. Noi avevamo l'idea di un amore piuttosto libero, promiscuo anche, perché no? Questo non significa superficialità dei sentimenti. È un giudizio mediocre che contesto. Il piacere è per definizione orizzontale. L'innamoramento poi diventa più ristretto: a due, a tre. 

È l'Aids che ha segnato il cambio di passo? 

Sì, quando la malattia è diventata endemica e ti accorgevi che la maggior parte delle persone vicino a te spariva, la prima reazione è stata di chiusura verso l'esterno. Si aveva paura di avere rapporti con gli altri, di toccarsi, c'è stato un bisogno di tornare dentro le mura di casa, prima non ci si proteggeva, ci si dava, con generosità. 

Le lotte che si sono fatte per i diritti civili non sono un passo avanti per lei?

Ma certo che lo sono, se qualcuno ha desiderio di costruire una famiglia è giusto che lo esprima, perché non fa del male a nessuno, non lede i diritti degli altri, anzi li allarga, questo è un cardine delle società liberali classiche. È bene che la società proceda in questa direzione, le mie scelte personali sono un'altra cosa. 

Di questo terzo millennio cosa ne pensa?

Mi sembra tutto più complicato, soprattutto per un giovane. C'è un mondo più conflittuale e anche più piccolo, 30 anni fa si andava dappertutto, si andava a Damasco come a New York. Anche noi avevamo vissuto il terrorismo, gli anni di piombo, ma quello era un fenomeno autoctono, nostro, verso il quale allora noi giovani non avevamo paura perché sapevamo che non colpiva noi, colpiva il potere, lungi da me volerlo giustificare. Mentre ora c'è un terrorismo che colpisce il poveretto che prende un treno come un bambino di 5 anni, e nulla ha a che fare con il potere. 

E la letteratura?

Paradossalmente la letteratura è una delle arti più stabili. Leggo molti bei libri di autori di cui non sapevo nulla, come questo Andrés Barba, spagnolo. Strepitoso. Anne Enright, irlandese. Che lavorano molto sulla forma, ci sono opere che si muovono tra romanzo e saggio, un tipo di scrittura che mi piace molto. Anche in Italia non va male, anche si tende a confondere qualità con quantità. Mi spiego, mentre in Inghilterra Ian McEwan vende poco ma è riconosciuto come un autore di importanza cruciale, a nessuno verrebbe in mente di metterlo a confronto con un giallista per esempio, sono due campionati diversi e uno, a torto o ragione, è reputato più importante dell'altro. In Italia si tende a misurare l'importanza di uno scrittore dal numero di copie vendute. È come se non essendoci più categorie critiche e intellettuali forti, l'unica cosa che è rimasta sia il successo commerciale. 

Perché scrivere un memori così intimo per il pubblico? 

Perché uno scrive quello che può, quando scrivo non penso mai al pubblico, né ci vorrei pensare. Mentre scrivi pensi al massimo a due/tre persone di cui temi il giudizio. Probabilmente se ci pensassi non scriverei più una riga. In fondo è come mettersi nudo. Se si è in casa da soli si può circolare nudi, se sai che ci sono altre persone ti copri. Sarebbe come pensare che in casa, mentre scrivo, ci sono delle persone che mi guardano. Non lo farei né nudo, né in mutande.

Ma il suo romanzo è fiction o realtà?

È un in-between come si dice: un racconto in cui i fatti e le persone sono vere, il modo in cui è costruito è finzione. Non ho scritto una bio di Tondelli o la mia o di Filippo Betto, è un romanzo anfibio che sta su due terreni. Sì, certo ho voluto anche fare i conti con un periodo che ora è lontano, e doveva passare del tempo perché le cose si sedimentassero. Poi due persone non ci sono più. È come un terremoto la cui magnitudo si apprezza con il passare del tempo, più che nell'immediato. Ecco perché viene molto tempo dopo. Poi c'è anche un lato positivo: ritrovare quella grazie, quella felicità che abbiamo vissuto. Cercare di riprendere l'innocenza di quegli anni, di quel nostro modo di essere ragazzi e amici con gradi aspettative. È anche un romanzo sul ruolo che la letteratura può avere nella vita delle persone. E per noi tre la letteratura è stata come una religione, come una via di salvezza verso la felicità. Toccava a me lasciare una traccia di noi tre.  

Noi tre, Bompiani, pp. 182, euro 17.
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