Jonathan Safran Foer ci parla del suo nuovo romanzo Eccomi

Dopo 11 anni di assenza, l'autore torna al suo genere preferito e racconta la fine di un matrimonio, un terremoto in Israele e quattro generazioni di uomini in crisi

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Una tragica coincidenza (per noi italiani ): un tremendo terremoto sconvolge il Medio Oriente e Israele viene invasa dai nemici. Per salvare il Paese, vengono chiamati alle armi anche i cittadini americani ebrei. È solo una dei tanti espedienti usate da Jonathan Safran Foer nel suo ultimo romanzo Eccomi, uscito in contemporanea con gli Stati Uniti. Per 11 anni l'autore si è dedicato ad altri generi e progetti. 

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La crisi che colpisce Israele non è che il contorno a un problema famigliare: il matrimonio di Jacob e Julia, tre figli maschi, ebrei benestanti è arrivato alla fine dopo 16 anni. E in 600 pagine l'autore sviscera la crisi del maschio, la difficoltà delle relazioni, i tradimenti solo pensati o tentati, la lotta di una generazione di 40enni che credevano fosse tutto scontato: ricchezza, pace, felicità. Il romanzo è così puntuale nel flusso di coscienza dei due protagonisti, nelle descrizioni e nei sentimenti  che solo chi ha vissuto un momento simile può scriverne. Ed è di due anni fa il divorzio di Safran Foer dalla moglie, la scrittrice  Nicole Krauss. 

Eccomi di Jonathan Safran Foer, Guanda, pp. 666, € 22, ebook €9,99.
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 «Eccomi» è la risposta di Abramo a Dio che gli chiede di sacrificare il figlio Isacco. Ma suona anche come il suo ritorno al pubblico. 

Non era l'intenzione, il titolo è venuto alla fine. È probabile però che inconsciamente mi sia sentito "forzato" a tornare ai miei lettori. Non nascondo però che la mia preoccupazione più grande alla fine era che sarebbe stato inteso proprio come dice lei. 

È tornato anche il Safran Foer che studia le difficoltà di relazione tra gli individui?

Sì, è così, però ora mi sono concentrato sui dettagli. Gli altri romanzi esploravano grandi idee, grandi percorsi, questo si concentra sull'individuo e i suoi piccoli gesti quotidiani: preparare la colazione, andare a letto, lavarsi i denti. Ci sono libri lunghi perché sono epici, questo è corposo perché ci vuole tempo per raccontare le frazioni della vita. 

È il percorso di crescita di Jacob?

Sicuramente ci sta provando, cerca di crescere, di evolversi. Ma non è detto ci riesca. In tutta la storia Jacob non fa altro che scontrarsi con i proprio desideri, i propri difetti, con la dicotomia tra quello che è e quello che invece vorrebbe essere. Alla fine del libro dice: «sono pronto». In realtà è riferito al momento in cui deve far sopprimere Argo il suo cane, anche lui un lottatore che cerca di sopravvivere alla vecchiaia, ma la frase è ambigua volutamente, Jacob potrebbe essere pronto a ripartire per una nuova vita.

La sua idea del terremoto in Medio Oriente è geniale nella sua tragicità. Pensa che solo un terremoto,  un atto al di fuori della portata umana, possa risolvere la questione di Israele?

Così sembrerebbe. In realtà, non ho mai avuto questa pretesa, è un pretesto per forzare la crisi già in atto tra Julia e Jacob, che decide di partire per arruolarsi nell'esercito israeliano, poi cambia idea. Julia gli rinfaccia l'incapacità di passare dalle parole ai fatti, di dare valore alle parole anche nella fine del loro rapporto. Jacob non è un disonesto, semplicemente non ha ancora capito cosa vuole, non riesce a esprimere quali sono i suoi rapporti con lo stato di Israele né riesce a definire quali sono i suoi rapporti con la moglie. Lo scopo di questa situazione estrema nel romanzo   è quello di forzare i personaggi a prendere una decisione, a prendere posizione. 

Perché nei suoi libri i bambini sono più adulti degli adulti?

È più facile per i bambini fare gli adulti, hanno responsabilità e aspettative diverse. Nei miei libri i ragazzi sono credibili, anche se non rispecchiano al 100 per cento la realtà. Dubito nel mondo esistano bambini simili a quelli che descrivo nei miei lavori. Ma non volevo fare un trattato di psicologia infantile, né un'indagine giornalistica. In questa storia anche loro fanno parte dell'ambiente in cui la crisi dei genitori deve prendere forma e svilupparsi e i bambini sono molto utili in questo senso. 

Lei era un bambino adulto?

Dovrebbe chiederlo ai miei genitori. Non saprei, ma in generale nessun bambino sa com'è, sa se è saggio, maturo, non si pone questo tipo di domanda. I bambini sono se stessi, perché non hanno questa illuminazione che li porta a domandarsi come sono.

I personaggi in crisi sono tutti uomini, Jacob, il padre, il nonno, il cugino. E le donne stanno un passo indietro? 

È un libro che si concentra molto sull'essere uomo, sulla sfera maschile, attraverso la descrizione di tre generazioni di uomini in crisi per motivi diversi e di un bambino, Sam, che entra nella maggiore età con il Bar Mitzvah. Sì, sono quattro punti di vista maschili, ma Julia è di sicuro il personaggio più eroico, più saggio,  come Deborah, la madre di Jacob, anche se non ha un ruolo centrale. Mi interessava rappresentare una famiglia, concentrandomi su alcuni aspetti ben precisi. Anche se non una famiglia rappresentativa di altre famiglie. 

Perché ci complichiamo tanto la vita nelle relazioni personali? Non c'è un modo di crescere insieme meno travagliato?

Se ha una risposta me la dia.

È un libro pessimista o c'è speranza?

Non credo sia pessimista. Anzi se c'è una tesi importante che porta avanti è quella di continuare a provare. Mettercela tutta. C'è un momento che lo spiega durante il secondo matrimonio di Julia, dove si ritrovano tutti, dove si capisce che ci sarà sempre amore tra lei e Jacob.  Sicuramente c'è qualcosa di tragico in quella scena , ma non c'è pessimismo. Jacob chiede a Julia «perché abbiamo fallito?» e lei risponde: «Non abbiamo fallito, abbiamo lavorato duro, ci siamo impegnati, abbiamo provato, in qualche modo abbiamo avuto anche successo, fino a quando non ce l'abbiamo fatta più». Sicuramente è un libro con tanta determinazione. 

Lei fa parte della terza generazione dall'Olocausto, ha una visione diversa rispetto ai suoi genitori e ai suoi nonni?

Certo. Mia nonna ha perso tutta la sua famiglia, genitori, nonni, fratelli, cugini, ha vissuto quegli eventi in prima persona. Mia madre è nata in un campo ed è arrivata come immigrata. Poi ci sono io che sono nato qui e ho avuto un'istruzione e una vita privilegiata. Ho sentito parlare di queste storie sempre in maniera indiretta, perché entrambe volevano proteggermi. Quindi c'è mia nonna che avrebbe dato qualsiasi cosa per essere più distaccata da quegli avvenimenti, poi c'è la mia generazione, ne parlo anche nel libro precedente, che cerca sempre di sforzarsi per tornare indietro, per trovare un legame con quegli eventi, è come se ci fossero delle forze contrapposte tra queste generazioni. La domanda che dovremmo porci è per quanto tempo ancora e con quali modalità questa tragedia avrà un'eco sulle generazioni future, per esempio sui miei figli. Troveranno quello che è accaduto in un piccolo paragrafo sui libri di storia? O saranno completamente estraniati dal passato? A dire il vero non so nemmeno o cosa si augurerebbero mia madre e mia nonna, forse il loro desiderio è che i nipoti siano completamente  tagliati fuori. Io invece mi auguro che questo legame rimanga e si consolidi. 

C'è differenza quindi tra essere un ebreo americano e un ebreo israeliano?

Non tanto  quanto tra essere un italiano o un americano. Parlerei piuttosto della tensione che questa differenza crea e quali forme e direzioni prende nella vita. Quello che volevo fare con il mio libro è che queste tensioni fossero esplorate e descritte.

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