Festival di Cannes 2017: il diario dell'inviata di Gioia! del giorno 1

Monica Bellucci apre la settantesima edizione del Festival del cinema e arringa le donne sulla Croisette: «Ora vogliamo la Palma d'oro!»

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«Dobbiamo essere capaci di accogliere la vita così come viene, anche se è brutale. E questo significa accettarne anche l'inevitabile disordine». Nel primo giorno di Cannes 2017 il regista Arnaud Desplechin parla del suo Les fantômes d'Ismäel, storia di bigamia tra fantasmi e ossessioni, con Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Alba Rohrwacher, Matthieu Amalric e Louis Garrel, che ieri sera ha aperto (fuori concorso) la 70ma edizione del Festival di Cannes. Ed è stato un po' come se si rivolgesse alle migliaia di cronisti e addetti ai lavori appena sbarcati in Croisette, invocando clemenza per le code interminabili sotto la canicola (oggi si intravvedono parecchi coppini scottati), le perquisizioni a ogni angolo, e la solita aristo-burocrazia ingessata e un po' ottusa che governa il Festival. Comprensione che forse Desplechin avrebbe gradito anche per il suo film, accolto con una certa freddezza dal pubblico in sala, riunito in plenaria per la proiezione che inaugura la rassegna.

Claudia Cardinale nella locandina del 70mo Festival di Cannes.
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A rianimarci ci ha pensato la cerimonia di inaugurazione, condotta dalla madrina Monica Bellucci, che, dopo un discorso solenne in cui ha paragonato il festival a una bella donna di una certa età (la categoria più rappresentata da queste parti, una specie di lobby obliqua), ha abbozzato un tango almodovariano con un ballerino smunto e smilzo, facendo la parte del maschio. Come a dire: avete voluto la mia sontuosa presenza sullo scranno della madrina? Avete sparato la bellissima Claudia Cardinale danzante sulla locandina? Avete testé convocato le attrici più influenti di Hollywood offrendo loro la scena per il debutto dietro la telecamera (Vanessa Redgrave, Robin Wright, Kristen Stewart, per fare dei nomi)? Avete, infine, fatto di Nicole Kidman la regina madre di questa edizione, coi suoi ben quattro film (The killing of a sacred deer, con Colin Farrell, L'inganno di Sofia Coppola, sempre con Farrell, How to talk to girls at parties con Elle Fanning) e una serie tv (la seconda stagione di Top of the lake di Jane Campion). E allora adesso il Festival ce lo prendiamo noi. E capace pure, con tre registe in concorso (12 tra tutte le rassegne) che ci scappi la seconda Palma d'oro-rosa, dopo il primato, troppo lontano nel tempo, di Jane Campion, per Lezioni di piano. Con la compiacenza di Pedro Almodovar, che non a caso Bellucci ha definito «l'uomo che ama le donne», e dei suoi giurati da red carpet, da Jessica Chastain a Will Smith a Paolo Sorrentino, più simili al cast di un film che alla giuria di un festival internazionale.

Loveless. di Andrey Zvyagintsev.
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Dunque, armati di clemenza, ci siamo messi pazientemente in coda per le prime due proiezioni dei film in concorso, maledicendo a mezza voce i gallici e la loro stolida e rigida gerarchia dei pass di colore diverso (se sei rosa puoi permetterti di arrivare all'ultimo momento, scavallando i dannati del Festival che aspettano da ore; se sei blu, dunque semi-dannato, dopo la coda di ore, al massimo ti puoi appollaiare in piccionaia, e scioglierti di invidia per i colleghi che siedono laggiù, spaparanzati nella platea semivuota (perché non puoi scendere, se ci sono posti liberi? Perché sei blu, ça va sans dire). Se sei arancione o giallo non vai proprio da nessuna parte, a meno che non si tratti della settima replica del corto di un esordiente della Repubblica di San Marino sull'arte di cucinare la piadina.

Ci siamo messi in coda e la nostra pazienza è stata premiata. E se a raggelare le nostre teste (e i cuori) arroventati ci ha pensato il noir ghiacciato Loveless, del russo Andrey Zvyagintsev, definito da Variety «un film hitchockiano condito di realismo socialista», e che racconta la sparizione di un ragazzino dodicenne, figlio di una coppia litigiosa alle soglie del divorzio, sullo sfondo di una Russia anaffettiva e spaesata, curiosamente, è un altro dodicenne in fuga, questa volta americano, a riscaldarci gli animi a riempirci di meraviglia ed emozioni con Wonderstruck di Todd Haynes, con Michelle Williams e una struggente Julianne Moore invecchiata ad arte, e tuttavia splendida.

Wonderstruck, di Todd Haynes.

E in attesa di conoscere il terzo ragazzino della giornata, protagonista di Sicilian ghost story, che apre la Semaine de la critique, favola nera dei registi palermitani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, dedicato alla memoria del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Giuseppe Di Matteo, sciolto nell'acido dai corleonesi, questo è tutto dalla Croisette.

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