Toni Servillo lo ammette: «E poi ci vuole il fisico»

L'attore feticcio di Paolo Sorrentino torna al cinema, più in forma che mai, con Lasciati andare, una commedia irresistibile, tra flessioni, addominali e inseguimenti

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«Cercavo la possibilità di mettermi alla prova in un ruolo diverso da quelli che ho recitato al cinema ultimamente. Avevo, un po' per gioco un po' sul serio, messo in giro la voce». A dispetto della fama planetaria Toni Servillo, il veterano del teatro, l'attore feticcio di Paolo Sorrentino, che ha dato anima e sorriso sardonico al Jep Gambardella de La grande bellezza, è un esteta dell'understatment. Il ruolo che ha scelto per "mettersi alla prova" è ovviamente arrivato su un piatto d'argento, quello di Elia Venezia, ebreo romano, psicanalista freudiano in Lasciati andare di Francesco Amato (con Carla Signoris, Luca Marinelli, Verónica Echegui), costretto dai malanni della mezz'età a rivolgersi a una personal trainer, una ragazza madre incasinata ed esuberante con cui stringerà un legame sorprendentemente solidale.

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Come si è trovato nei panni compassati di Elia Venezia?

Mi ha fatto subito simpatia la sua indolenza, che lo fa assomigliare a un grande gatto romano accucciato nella sua poltrona. Esercita la sua professione in maniera routinaria, decisamente poco ortodossa. Il suo essere ebreo, con le idiosincrasie legate alla religione, alle abitudini, stuzzica ancora di più la curiosità. Mi ha sedotto anche il fatto che il territorio in cui si è così ben accomodato e che ha debitamente marcato è quello del Ghetto di Roma, lo sfondo perfetto per ambientare il capovolgimento inatteso della sua vita prevedibile.

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Toni Servillo in Lasciati andare.

Perché questa voglia di commedia?

Credo che ogni attore desideri mettersi alla prova in generi diversi, fa parte della nostra natura. A teatro frequento molto spesso il genere, con buoni risultati penso: faccio ridere con intelligenza. Mi auguravo che questo accadesse anche al cinema. La commedia è come un prisma: offre allo spettatore la possibilità di guardare la vita da diverse sfaccettature, che possono contenere tenerezza, rabbia, ma anche molta ironia.

Da ragazzo studiava Psicologia, le è servito?

Ho abbandonato gli studi quando mi sono accorto che il lavoro in teatro era diventato una professione vera. Anche per "colpa" di un professore: stavo affrontando un esame di Psicologia dell'età evolutiva e venivo da una lunga notte di prove a teatro. Mi chiese il motivo della mia stanchezza e con reticenza gli spiegai che ero uno studente lavoratore, che facevo l'attore. A sorpresa mi rispose: «Beh allora la smetta con questi studi perché le ingombrano lo spirito». Fu una battuta efficace, da molti punti di vista, e comunque incoraggiante: da allora ho deciso di fare soltanto l'attore.

In questo film c'è moltissima azione, come se l'è cavata?

L'ho trovato molto interessante: nelle commedie italiane che vanno per la maggiore si fa troppo spesso leva sulla battuta scontata e sull'ambientazione facilmente riconoscibile, si punta in basso, come a dire allo spettatore: «Ecco, vedi, siamo tutti uguali». Questo film invece affida coraggiosamente alle scene di azione emozioni importanti: l'affettività, la complicità, il riscatto. In questo modo è il cinema che parla, e qui si vede anche l'abilità del regista: la situazione è paradossale, originale, inedita. La sorpresa è dietro l'angolo.

Corse, flessioni, inseguimenti. Si è allenato molto?

Le scene di training sono tutte finte, recitate, ma io nella vita sono tutt'altro che una persona sedentaria. L'allenamento del corpo è un aspetto fondamentale del mestiere dell'attore, altro che training.

Come è andata con Verónica Echegui, la sua trainer nel film?

È un'attrice di grande talento: non conosceva l'italiano e lo ha imparato benissimo per questo film. Ha anche lei questa capacità di muoversi dal registro comico a momenti di grande tenerezza. Descrivendo con semplicità la condizione di tante persone che vengono a cercare fortuna nel nostro Paese. Guarda caso, s'imbatte proprio in un inamovibile borghese romano, scatenando un inatteso legame di affiatamento.

Toni Servillo e Veronica Echegui in Lasciati andare.

È approdato al cinema tardi, come l'ha cambiata?

Mi ha arricchito, ma non ho mai pensato al teatro come a un'anticamera del successo al cinema. Considero le due arti come un marito e una moglie che dormono in letti separati.

Il suo colpo di fulmine è stato Eduardo, che ha "ferito" la sua sensibilità mettendo in scena la vita in maniera contagiosa e palpitante. C'è qualcuno oggi capace di fare la stessa cosa?

Da bambino mi capitava di assistere alle sue commedie in tv, con tutta la famiglia alle spalle. Spesso mi giravo a guardarli e vedevo quei personaggi tutti quanti vivi dentro di noi. Tra gli artisti capaci di intercettare in maniera così straordinaria la realtà, almeno al cinema, oggi il primo nome che mi viene in mente è Ken Loach: quando tra venti o trent'anni la gente vedrà i suoi film, sarà in grado di capire molte delle cose che stanno accadendo in Europa in questo momento.

Con tutta la sua esperienza sul campo, le capita mai di avere paura, di sentirsi inadeguato?

Sempre. Tutte le sere quando si va in scena il cuore batte forte e ogni volta che debutto con un personaggio nuovo ho paura di non essere all'altezza. Credo che questo sia uno dei volani della passione, dell'arte, sarebbe triste il contrario.

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