Festival di Venezia 2016: i giovani debuttanti premiati

Lavorano per anni e si autofinanziano per arrivare a presentare i loro film: ecco i nuovi volti della 73a Mostra del cinema

Venezia 2016 Our war

Giovani, bravi e tenaci: ogni anno sono tanti i debuttanti sul red carpet del Festival di Venezia 2016, che si autotassano e lavorano a lungo e tra grandi sacrifici per produrre i propri film. Talvolta sono premiati ma poi, quasi sempre, devono ricominciare da capo.

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Piccoli leoni

Natalie Portman, Emma Stone, Michael Fassbender... anche quest'anno la solita delegazione di star ha calcato il red carpet del festival appena concluso. Ciò che pochi raccontano è che ogni giorno, sugli stessi metri di stoffa rossa sfila un esercito di attori, registi e sceneggiatori che i flash e le pagine di gossip ignorano, cervelli e forza lavoro di altrettanti film, documentari, cortometraggi che approdano sulla ribalta veneziana per la prima volta. Per loro Venezia è il traguardo di un percorso lungo ed estenuante, alla ricerca di fondi e visibilità.

In gran parte si tratta di produzioni indipendenti che non hanno potuto attingere a finanziamenti istituzionali (la buona notizia è che nel 2017 entra in vigore il nuovo Fondo per il cinema voluto dal ministro Dario Franceschini che potenzia del 60 per cento gli investimenti), e che non godono certo delle attenzioni delle grandi produzioni. Per loro, abituati a sacrifici e anni di lavoro oscuro, Venezia è una luce in fondo al tunnel, una ribalta insperata e spesso un po' temuta. Noi li abbiamo accompagnati, insieme ai loro film, in queste giornate al Lido.

Liberami (sezione Orizzonti)

Il tema delicato, che documenta il lavoro quotidiano di una serie di preti esorcisti e dei loro "pazienti" posseduti dal demonio, non ha certo spaventato i giurati della sezione Orizzonti che hanno premiato come miglior film Liberami di Federica Di Giacomo, per la prima volta a Venezia con Andrea Zvetkov Sanguigni (co-sceneggiatore), dopo un'importante carriera come autrice di documentari. Il film è stato autoprodotto, per il primo anno e mezzo: «Il tema non era esattamente facile», spiega ora Federica. «È stato un processo lungo nel quale abbiamo continuato a produrre materiale, siamo arrivati a un livello di scrittura così preciso per cui a quel punto abbiamo cominciato a vincere dei premi, tra cui il prestigioso Solinas: paradossalmente in Italia non vinci un premio allo sviluppo se non hai già ampiamente sviluppato il tema. E i soldi non puoi chiederli a nessuno se non hai una società. Alla fine eravamo stremati». Liberami insomma non sarebbe arrivato al traguardo se in soccorso di Federica e Andrea non fossero giunti due cari amici che si sono reinventati produttori associati, «pronti a competere, con un budget che non supera i 100.000 euro, contro film costati anche 30 volte tanto». Ci è arrivato portandosi dietro una forte dose di stress, confessa Andrea: «Non è facile spostare l'attenzione da una curiosità un po' morbosa per il tema degli esorcismi a ciò che invece è il centro del film, la metabolizzazione di certe pratiche nel quotidiano: qui si rappresenta la lotta universale tra bene e male consumata in un'ora in una chiesa di Palermo, dentro i corpi di gente che, dopo violenti stati di trance, si riveste e va a prendere i figli a scuola». Ce l'hanno fatta, a giudicare dal premio. E ora? «Speriamo di poter lavorare, la cosa che accade di solito a chi vince. Non in Italia».

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Our war (fuori concorso)

Outsider in tutto e per tutto, anche dalla corsa ai Leoni d'oro, i tre autori di Our war, documentario intenso e serrato che insegue le storie di tre foreign fighters occidentali partiti per il nord della Siria a combattere contro Isis a fianco dei curdi, sono stati alla fine una delle presenze memorabili di quest'edizione. Anticipati dall'attenzione della stampa internazionale, Benedetta Argentieri, Claudio Jampaglia e Bruno Chiaravalloti, due giornalisti e un film maker, hanno portato quasi fino alla fine la storia produttiva del film sulle proprie spalle: «Io e Claudio lavoravamo già insieme», racconta Chiaravalloti. «Abbiamo conosciuto Benedetta intervistandola come giornalista del Corriere. Quando lei si è licenziata per lavorare come reporter di guerra free lance negli Stati Uniti abbiamo continuato a tenerci in contatto, finché non è tornata dalla Siria con la storia e il "girato" di uno dei combattenti del film, Karim Franceschi, madre marocchina, padre italiano». «Abbiamo deciso di lavorarci insieme e di trovare altre storie. Fin dall'inizio ci siamo autotassati», continua Claudio, «tra di noi vigeva una forma di solidarietà pratica». Che sono stati costretti a mettere su carta solo quando hanno ricevuto, a film quasi ultimato, proposte di coproduzione importanti e il contributo di alcuni professionisti, insieme alla colonna sonora di Eugenio Finardi. Un po' allergici al lato glam del festival («da giornalisti non siamo abituati ad apparire»), alla fine sul red carpet i flash erano tutti per loro: decisamente all'altezza della situazione, con addosso le cravatte col logo del film confezionate per loro dall'atelier di Serpica naro, anagramma di San Precario, patrono del movimento dei precari, e i tre foreign fighters in divisa militare. «Sono arrivati tanti amici, parenti e colleghi», racconta Chiaravalloti, «per festeggiare il nostro lavoro; ma soprattutto il fatto che sia stato possibile, tra tante difficoltà, arrivare fin qui. Ed è proprio così che abbiamo chiamato la nostra nuova società: Possibile Film».

Piuma (in concorso)

Non è certo un debuttante dietro alla macchina da presa Roan Johnson, regista e sceneggiatore del chiacchierato Piuma, commedia (vincitrice dei premi Mimmo Rotella e Pasinetti per i due giovani protagonisti Blu Yoshimi e Luigi Fedele) che ha al centro due diciottenni in attesa di un figlio. Ma di sicuro questa è stata la sua prima volta a Venezia. «Avevo già partecipato al Festival di Roma, con Fino a qui tutto bene, premiato con il Marco Aurelio e realizzato in tempi molto brevi. Piuma ha seguito invece la gestazione più tipica per un film in Italia, quattro anni». Un periodo fisiologico. «All'inizio io e la mia compagna, cosceneggiatrice del film, eravamo ancora in quell'età in cui ci si chiede: facciamo un figlio o no? Ci preoccupavano le responsabilità, i sacrifici, sicché abbiamo pensato di farci sopra una commedia; così, per esorcizzare. E per esagerare, abbiamo optato per la storia di Ferro e Cate, che a 18 anni erano di sicuro in un casino più grosso del nostro. Il risultato, prima ancora di Venezia, è che ora abbiamo un figlio e siamo in attesa di un altro bimbo: spero che l'effetto si fermi qui». Quello che Roan non si aspettava forse è che il debutto veneziano coincidesse con l'eco delle polemiche sul Fertility day e una certa ostilità verso la decisione di inserire una commedia un po' trasognata in concorso. «Abbiamo pensato di non dare peso alle critiche. Il film parla da sé, la genitorialità è un argomento troppo delicato e la nostra solo una commedia corale che, tra scene divertenti, tragiche, poetiche e magiche, tenta di raccontarne un aspetto. In tutta sincerità, la cosa più scioccante è stata piuttosto la corvée di interviste, dalle otto del mattino in poi, senza mangiare. E non è finita, dopo le anteprime in giro per l'Italia a dicembre nasce questo nuovo figlio: prevedo di dormire ancora meno».

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Samedi cinema (Orizzonti)

Non si aspettava di arrivare qui neanche Mamadou Dia, senegalese, regista di Samedi cinema, poetico cortometraggio che racconta «la storia di due ragazzini che scrivono lettere per conto dei vicini per mettere insieme i soldi per vedere un film, il tutto ispirato a un'esperienza personale», spiega Mamadou, un po' spaesato al Lido. «Ho scoperto che Venezia è anche un mercato, non ero preparato: ho dovuto improvvisarmi produttore e ufficio stampa». Tiene a dire che il suo «è soprattutto un omaggio al cinema del Senegal, uno dei primi Paesi dell'Africa subsahariana ad avere un'industria cinematografica, ora allo stremo e con poche sale cinematografiche. Ecco perché nella storia si respira un'atmosfera un po' nostalgica». Mamadou, che ha cominciato come giornalista e poi, dopo la scuola di cinema e televisione a Dakar, frequenta un master alla Tisch school of art di New York, è al suo primo film di finzione. «Ero certo che si trattasse di un buon lavoro, ma mai avrei immaginato che potesse arrivare a Venezia, due giorni prima di partire sono andato in tutta fretta a fare i biglietti da visita». Samedi cinema, selezionato anche da altri festival, tra cui Toronto, ha celebrato qui la sua première mondiale. «Per l'occasione ho indossato il vestito del mio matrimonio».

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