Jessica Chastain e la carica delle attrici femministe di Hollywood

È qui l'avanguardia del nuovo femminismo occidentale: alcune attrici famose ci raccontano perché sono stanche di guadagnare meno dei maschi e di contare poco nelle case di produzione

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«Tutti mi chiedono se abbiamo litigato molto durante le riprese», racconta Jessica Chastain nelle interviste per promuovere The zookeper's wife, il film appena uscito negli Stati Uniti. «Non mi era mai capitato prima». E in effetti The zookeeper's wife è un film straordinario. Perché racconta la storia di Antonina Zabinski, che durante la Seconda guerra mondiale aiutò centinaia di ebrei a fuggire dalla persecuzione nazista, certo, ma soprattutto perché è un film fatto di donne. Girato da una donna: Niki Caro; scritto da una donna: Angela Workman; tratto dal romanzo di un'altra donna: Diane Ackerman (che in Italia è uscito come Gli ebrei dello zoo di Varsavia per Sperling & Kupfer).

Jessica Chastain, 40 anni, in una scena di The zookeeper's wife.
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Ma non basta: Chastain è produttore esecutivo, e in quasi tutti gli ambiti – costumi, fotografia, casting, operatori di macchina, scenografia – è stata impiegata almeno una donna. Altro che quote rosa. «Può sembrare una scelta programmatica, invece è stato un processo organico», ha spiegato Niki Caro. «Cerco sempre di scegliere la persona migliore per ogni ruolo, e capita spesso che questa persona sia femmina. Invece sapete qual è la regola? Meno del 10 per cento di quelli che lavorano su un set è costituito da donne. E infatti non ci sono molti film che parlano di guerra da un punto di vista femminile». Chastain ha ulteriormente elaborato il concetto sul sito americano di Vanity fair: «Il problema è che l'industria non fa crescere le donne. Nelle scuole ci sono tantissime aspiranti cineaste, ma poi scompaiono. E certo non per loro volontà, ma perché vengono trattate da invisibili».

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Non ci siamo arrese

Per uscire da questo angolo cieco, le signore di Hollywood hanno deciso di usare potere e visibilità per sostenere progetti significativi. Il Sundance Film Festival, lo scorso gennaio, si è svolto negli stessi giorni dell'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca e della contestuale marcia di protesta delle donne. La questione femminile era il polo magnetico intorno al quale finiva per ruotare ogni intervista. «Il nostro presidente è un bullo», ci ha detto Salma Hayek, che in Beatriz at dinner - il film che inaugurerà a giugno il Sundance London - interpreta una fisioterapista immigrata messicana. «E davvero non capisco cosa intenda con "politica anti-immigrazione": in America tutti sono immigrati! Io non avrei mai potuto farcela se avessi avuto un muro davanti a me, trovo doveroso lottare per quello in cui crediamo e sostenere i valori di uguaglianza e democrazia».

Ognuna a suo modo. Kristen Stewart, che al Sundance ha presentato il suo primo cortometraggio Come swim all'interno di una rassegna dedicata alle registe, è di area insurrezionista: «È bello vedere in giro tanta rabbia e malcontento, vuol dire che non ci siamo arrese. Mi auguro che tutta questa energia possa scatenare una rivoluzione di pensiero». Shirley MacLaine coltiva un approccio più posato: «Bisogna saper controllare l'ira per lo sciovinismo dilagante, superare il disagio di non veder riconosciuto il proprio valore. Lottare, certo, ma in maniera pacifica».

La disparità salariale

Uno dei campi di battaglia meglio frequentati degli ultimi anni – hashtag preferito di Emma Watson e cruccio maggiore di Jennifer Lawrence, l'attrice più pagata di tutte – è quello della disparità salariale.

Jennifer Lawrence.

Non solo gli attori guadagnano tre volte più delle attrici, ma raggiungono il picco dei compensi intorno ai 51 anni, mentre per le donne a 34 comincia il declino inesorabile verso quello che Amy Schumer ha definito il last fuckable day: l'ultimo giorno da creature sessualmente desiderabili, e pertanto meritevoli di ruoli di primo piano e ingaggi all'altezza. È il motivo per cui Reese Witherspoon ha deciso di passare dalla parte di chi prende le decisioni. Dopo aver realizzato Wild e Gone girl – storie di donne pochissimo amabili – ha coinvolto Nicole Kidman nella produzione di Big little lies: «Per 25 anni sono stata l'unica donna sul set, la chiamano sindrome di Puffetta: non avevo mai nessuno con cui confrontarmi. Invece bisogna imparare a raccontare le esperienze di donne reali: le molestie sessuali e la violenza domestica, l'adulterio e il divorzio». La serie - con Shailene Woodley, Laura Dern, Zoë Kravitz e certi maschi in ruoli di contorno - è stata un trionfo di pubblico, critica e personaggi citabili. E nessuna ha litigato con nessuna.

Reese Witherspoon.

Bisogna cambiare i cliché

«Che le donne non siano capaci di lavorare insieme è uno dei grandi falsi miti con cui sono cresciuta», conclude Jessica Chastain nella speranza di non doverlo ripetere mai più. Ma non è facile disinnescare l'automatismo. La madre di tutte le rivalità – "primadonna" è un nome che non ha maschile – fu quella tra Bette Davis e Joan Crawford sul set di Che fine ha fatto Baby Jane?. Nella prima (formidabile) stagione di Feud, Jessica Lange è Crawford, Susan Sarandon è Davis, e la medesima questione è stata liquidata in poche battute: «La prima domanda che mi fanno tutti è se io e Jessica andiamo d'accordo. Non solo andiamo d'accordo: abbiamo persino cominciato a uscire insieme», ha scritto Sarandon su Twitter. I tempi sono cambiati, l'industria sta cambiando, adesso bisogna cambiare i cliché.

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