Con Karl Lagerfeld nel backstage di campagna della nuova collezione Fendi p/e 2016, ecco cosa ci ha detto!

Sul set della campagna per la p/e 2016 di Fendi firmata dallo stilista tedesco: protagonisti i motivi geometrici e i fiori

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Basterebbe leggere i codici espressivi sottesi al suo inconfondibile look per capire chi è, sul serio, Karl Lagerfeld. Una persona fedele a se stessa (si veste allo stesso modo, pur cambiando dettagli e accessori ogni giorno, da un numero imprecisato di anni), rigida nei suoi codici (lo dicono i leggendari colletti alti inamidati), distante (sennò perché indossare perennemente guanti e occhiali scuri?), spiritosa (si è calato, con incredibile self humour, più nel ruolo di feticcio che di spocchiosa fashion icon), trasgressiva (vista la generosità con cui distribuisce su di sé borchie e catene), trasversale (in lui si intersecano grazia dandy e accenti rock), colta (ogni pezzo che indossa è un pezzo di storia del costume) e finanche pop (piace a tutti: dalla teenager che fa e-shopping alla signora che veste solo Fendi).

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Ma la dote che più sorprende in Karl Lagerfeld è, probabilmente, la padronanza con cui si destreggia fra bozzetti di moda e set fotografici, fra citazioni colte e digressioni solo apparentemente casuali, come quelle che attraversano la nuova campagna di Fendi, Maison della quale è, da 50 anni a questa parte, direttore creativo (e, ora, anche fotografo di campagna): «La collaborazione più longeva nel mondo della moda. Tra l'altro, non sono per niente stanco», puntualizza.

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Mi passi l'espressione: lei sembra, per così dire, nato così. Com'era da bambino?

Non ho mai giocato con  altri bambini. Passavo il tempo a disegnare e leggere. Ho sempre amato a disegnare e leggere. Volevo diventare un creatore di fumetti, perché nella soffitta dei miei genitori avevo trovato una rivista dei primi '900 con disegni bellissimi. È stato un miracolo che i miei genitori mi abbiano lasciato andare a Parigi prima che finissi la scuola. Tutti dicevano che avrei fatto una brutta fine, ma non tutti sono destinati a finire male, e io non lo ero. Anzi, ero già molto determinato.

Quando Karl Lagerfeld è diventato Karl Lagerfeld?

Non so quand'è successo: nessuno lo sa. È davvero un mistero. Forse il segreto sta nel mio pragmatismo. Anche se disegno pensando al cielo, tengo i piedi ben piantati per terra.

II suo primo ricordo in Fendi?

La prima visita alle cinque sorelle in via Frattina a Roma, in un ex cinema appena trasformato in un enorme salone di pellicceria, con una scenografia simile a quelle di Visconti. Le incontrai e pensai che fossero un mix femminile decisamente molto interessante.

Nulla è lasciato al caso, sul set di campagna. Karl Lagerfeld spiega così la sua scelta: «In un certo senso gli alberi di cemento della scenografa sono aggressivi, al contrario della collezione, che, grazie ai nuovi volumi e ai fori, è moderna, morbida e femminile. Il grigio è lo sfondo migliore per valorizzare questi nuovi colori.

Lei, però, ha subito impresso ironia alle pellicce della Maison.

Ne avevo una visione più moderna, quindi le sorelle mi chiesero di realizzare una mini-collezione in cui i capi venissero indossati in modo diverso. Erano innovativi e fun: divertenti! Le parole Fendi e Fun hanno le stesse iniziali:  le accostai sul tavolo, e fu così che nacque la sigla FF, che sta per "Fun Furs". Le pellicce borghesi non c'erano più.

Ha in mente un modello di donna quando disegna?

Il nostro lavoro consiste nel proporre collezioni che si spera piacciano a molte donne. Scegliere un solo tipo sarebbe troppo drastico.

Non una donna, allora, ma una gatta. La sua Choupette la ispira?

Per me è come un essere umano, è una presenza meravigliosa nella mia vita, morbida, sfuggente e soprattutto silenziosa. È sempre con me ed è il centro del mio mondo. È una specie di Greta Garbo. C'è qualcosa di estremamente elegante in lei, il modo in cui si muove, il modo in cui gioca. È una fonte di ispirazione anche per il suo atteggiamento.

La campagna Fendi è un susseguirsi di forme geometriche, fiori, colori. Come è riuscito a ottenere un mix così sorprendente?

È il segreto del mio mestiere. Non esistono ricette, è il risultato che conta: come ci si arriva non lo sa nessuno, né io, né altri. È la parte più misteriosa del mio lavoro, per questo la amo tantissimo.

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