La violenza sulle donne non ha fine: gli esperti spiegano perché

Resoconto di un tragico weekend: a Roma Sara, 22 anni, viene bruciata viva dall'ex fidanzato, a Rio de Janeiro una sedicenne è stuprata da 33 amici del suo ragazzo: l'odio contro le donne non si ferma

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Femminicidi, violenze domestiche, stupri, stalking. Le donne continuano a essere le vittime. Possiamo anche cercare una spiegazione nei rapporti ufficiali: secondo gli ultimi dati forniti dall'Istat nel 2014 , le donne vittime di violenza in Italia sono state poco meno di 7 milioni. Le vittime dei 475 omicidi sono per il 31 per cento donne che conoscono il proprio assassino: nel 55 per cento circa dei casi si tratta del partner o di un ex partner, nel 22,3 per cento di un altro parente, nel 9 per cento circa di un semplice conoscente e solo nel 7 per cento di uno sconosciuto.

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Qualcosa sta cambiando

«Idati sui comportamenti violenti contro le donne, in casa o fuori, non possono essere letti in un'unica direzione, qualcosa si muove certo, ma resta ancora molto lavoro da fare», sottolinea Maria Giuseppina Muratore, responsabile del settore Criminalità, Giustizia e violenza alle donne dell'Istat. «Da un lato c'è un miglioramento per quanto riguarda le violenze più lievi, quelle psicologiche, le molestie sessuali, che sono in calo, dall'altro, purtroppo, le violenze più gravi restano stabili, non solo non sono diminuite di numero, ma hanno conseguenze peggiori sulla vita delle donne». Possiamo anche consolarci de fatto che c'è una legge sul femminicidio, che sono state stabilite pene per i colpevoli, regolati i diritti e gli aiuti delle vittime. Imposto l'obbligo di non avvicinamento per i violenti, gli stalker. Se denunciati.

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Il caso di Sara

Ma tutto ciò non ha cambiato il destino di Sara Di Pietrantonio, studentessa di 22 anni, trovata carbonizzata domenica all'alba vicino alla sua auto alla Magliana. Uccisa dal suo ex, Vincenzo Paduano, 27 anni, lasciato da pochi giorni. Un destino che, secondo il copione viene fuori dai racconti postumi di chi la conosceva: «Lui era gelosissimo, la perseguitava», dicono le amiche. «Sì litigavano, ma quale coppia non litiga»? dicono i parenti che vogliono parlare. Eccolo lì il destino: i presunti violenti vanno denunciati, altrimenti è come se non esistessero. Sara non ha avuto neanche il tempo di capire, magari di pensare se chiedere aiuto prima di lasciarlo o dopo averlo lasciato. Pare l'abbia chiesto per strada mentre scappava da lui, ma nessuno si è fermato ad aiutarla. Del resto chi si immischia con un ragazzo e una ragazza che litigano? E invece la storia di Sara, sembra smentire la percentuale che dava in calo la violenza fisica da parte dell'ex partner nelle studentesse: dal 17,1 per cento all'11,9 per cento nel caso di ex partner, dal 5,3 per cento al 2,4 per cento da partner attuale e dal 26,5 per cento al 22 per cento da non partner. Molto ottimisticamente i ricercatori parlano di «una maggior informazione, della capacità delle donne di prevenire e combattere la violenza e del clima sociale che sempre più condanna questo tipo di comportamenti».

Dove sbagliamo

Non è abbastanza. «Per la mia professione non dovrebbe colpirmi un fatto più di un altro, eppure oggi ho fermato tutti i post sulla nostra pagina di Facebook Donne che imparano a difendersi e l'ho dedicata a Sara», a parlare è Alessia Sorgato, avvocato impegnata con molte associazioni nella tutela dei diritti delle donne. «Subito dopo sono andata a guardare i numeri e dall'inizio dell'anno i femminicidi sono stati già 30, e allora perché dopo una legge, dopo normative sempre più stringenti, dopo una giurisprudenza diventata velocissima quando deve giudicare in materia, accadono fatti come quello di Roma? Azzardo qualche risposta: noi donne italiane non conosciamo i nostri diritti, non sappiamo dove voltarci per chiedere aiuto e chi dovrebbe informarci non lo fa nel modo giusto. L'università per esempio sulla violenza contro le donne fa orecchie da mercante, sono più sensibili le scuole professionali e i licei. Non è che gli uomini hanno disimparato cosa è un no? Colpa dei genitori, della scuola, degli amici, della Rete, non importa, fatto sta che facciamo tanti sforzi e manca quello giusto: lavorare nella società, battere sulla prevenzione con qualsiasi mezzo. E poi mi è venuto in mente un dato che l'Organizzazione mondiale della Sanità aveva rilasciato nel 2012: erano più numerose le donne morte per mano di un uomo che per cancro».

La reazione del Brasile

Capovolgiamo il mondo e le cose non vanno meglio. Secondo l'Osservatorio delle Nazioni Unite (Unodc), una donna su tre nel mondo negli ultimi 20 anni ha subito violenza fisica e sessuale da parte di un uomo. E se volevamo anche l'evidenza dei fatti, sabato in Brasile una sedicenne, con un figlio di tre anni, è stata drogata e stuprata da 33 uomini durante un party allo sballo nella favela alla periferia est di Rio de Janeiro. La festa era in casa del suo attuale fidanzato, l'astro nascente del calcio brasiliano, Lucas Perdomo Duarte Santos, detto Luquinhas. «Non è una questione di Paese», commenta il sociologo Domenico De Masi, grande sostenitore del Brasile e della sua qualità di vita. «Non c'entra la deriva machista, il Paese è sessualmente più libero di noi, non ha le nostre stesse psicosi in fatto di sesso, come diceva Chico Buarque de Hollanda: "Non c'è peccato sotto l'Equatore", qui siamo davanti a pura criminalità, e alle atroci differenze tra ricchi e poveri, poi certo il Brasile è un paese violento, ma come tanti, attraversa un momento politico complicato, ma come tanti». Eppure una differenza, in senso positivo c'è stata: tre dei presenti hanno postato su Twitter il video dello stupro vantandosi. E il capovolgimento della storia sta proprio qui, i social hanno fatto nascere hashtag di solidarietà alla vittima e condanna all'efferatezza della vicenda. Sono intervenuti subito la presidente Dilma Roussef, sotto impeachment e il presidente ad interim Michel Temer. Tutti a dimostrare quella solidarietà che Sara non è riuscita a ottenere lungo una strada di periferia di Roma e che forse avrà ora. Ma è troppo tardi.

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