Tinder: mia figlia cerca i partner su Internet

Scovare un partner tramite app: è la nuova tendenza (dei ragazzi) che preoccupa le madri, una donna all'antica racconta come ha vinto le proprie ansie

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Di Tinder fino a poco tempo fa ignoravo del tutto l'esistenza. Sono una divoratrice di thriller e serie crime (The Killing, Criminal Minds) e ormai è un classico: ingenua ragazza si fida del dating on line web e finisce malissimo. Che posso farci, sono una che si preoccupa. Per questo sbircio senza dare nell'occhio telefono, ipad e computer di mia figlia Alessia, 24 anni. che vive ancora con me. E così ho scoperto per caso che è su Tinder. Tinder? Non sapevo nemmeno esattamente che cosa fosse, ma così di partenza, non mi piaceva. Quando ho visto di che cosa si trattava – un'app per cellulari, incontri rapidi, sesso facile - sono rimasta di sale. Metti le tue foto, massimo sei, possibilmente intriganti e cerchi maschi appetibili in zona? Cuoricino verde, X rossa? E dopo? Rimorchi/ti fai rimorchiare da uno sconosciuto come quelle che cuccano nei bar per single?

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Già immaginavo la telefonata della polizia 

"Signora, ha una figlia che si chiama Alessia, bionda, con una borsetta di Liu-jo?". Va bene, esagero. Però mi ha preso una certa ansia e ho pensato di indagare. Ho un amico supertecnologico che sa come tracciare un telefono e scaricare i dati. Sono corsa da lui, in pieno dramma: "Devo sapere che cosa fa mia figlia, devo proteggerla!". Ho ottenuto una lezione sulla privacy, su quello che è legale e quello che è illegale e sono diventata un catfish, cioè mi sono iscritta a Tinder con un profilo maschile, un account Facebook inventato, una email nuova e un cellulare diverso dal mio. Oddio, un mondo! Mi sono sentita antica, dell'età della pietra. E' tutto così diretto, tutto così tremendamente pragmatico! Abiliti il Gps e aspetti che qualcuno ti ritenga interessante. Non avete idea di quante ragazze si sono fatte avanti per incontrare il mio alias (foto recuperate da una gallery di aspiranti modelli). Naturalmente ho trovato Alessia e ho pensato di fare cose degne di una commedia più che della vita reale, tipo chiederle: ci vediamo asap? Sembrava un copione dei Vanzina. Avevo bisogno di un consiglio. 

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Questa desolante modernità corre veloce

Noi madri siamo sole. I criteri che valevano per noi alla loro età adesso non valgono più. Le ragazze vogliono solo divertirsi, come nella canzone di Cindy Lauper e ne hanno conquistato il diritto. Ma è tutto permesso, tutto giusto? La prima psicologa che ho consultato aveva l'aria di aver sentito altre volte la stessa storia. Mi ha consigliato di affrontare la questione con Alessia - Il dibattito sul tema "spiare i figli" è legato all'adolescenza: c'è ancora un momento in cui i genitori sono totalmente responsabili e si capisce che vogliano sapere se bevono, se si drogano, chi incontrano. Ma a ventiquattro anni! Che cosa farebbe – ha detto –  se Alessia vivesse per conto suo? Saprebbe soltanto quello che lei vorrebbe dirle, non potrebbe dare una sbirciatina al suo telefono o alle sue chat. E poi, ha insinuato che il problema potevo essere io, che quella di mia figlia poteva essere la reazione a una madre ansiosa, iperprotettiva. Rifiutavo l'idea che fosse cresciuta, che avesse la capacità di decidere per sé.

Sono uscita stando malissimo. Altra psicologa. L'ho scelta con cura. Praticamente sono andata in terapia. Domande: perché ho una voglia disperata di spiare Alessia? Perché sono così spaventata? Perché è una donna adulta e non posso più controllarla (per il suo bene)?

Stavolta è andata meglio. Sono stata capita nel mio essere "antica". La psicologa due mi ha aiutato a costruire un percorso per affrontare l'argomento dating con Alessia: non inquisitorio e neanche criminalizzante (quello mi sarebbe riuscito bene), ma conoscitivo. Non giudicante.

Ho fatto l'esercizio "mettiti nei suoi panni" 

Sì, quelli di Alessia. ho cercato di seguire il suo ragionamento, le sue necessità, la sua idea del mondo. Ho imparato a non vedere il baratro, il serial killer dietro l'angolo e una sera le ho parlato. Lei mi ha risposto senza imbarazzo: "Tinder? Sì, mi sono iscritta perché la Ele, sai, ha incontrato uno e si è fidanzata. Ci sono tutte, la Vale, la Cate. Io non sono ancora uscita con nessuno, ma perché me lo chiedi? Ti preoccupi?"

Le ho detto di sì (non sai mai chi c'è davvero dietro un nickname, se la foto corrisponde alla persona) e sono riuscita a tirare fuori la domandona: "Che cosa cerchi? Che cosa pensi di trovare che non esista nella vita vera, tra gli amici, alle feste?". Non lo sapeva. Era un po' come andare su Amazon o su Yoox per comprare libri, giochi e vestiti: mancanza di tempo, curiosità, l'idea di poter espandere la ricerca oltre i confini della sua quotidianità, di non doversi accontentare. Mi ha confessato di aver rifiutato richieste esplicite, di aver chiesto alle amiche come funzionavano gli incontri (dove, con quali precauzioni, bar, posti conosciuti) di aver sognato un po' su certi profili che le sembravano perfetti ma erano probabilmente fasulli. Tra quelli c'era il mio, ovvero Andrea, il ragazzo appena rientrato in Italia dopo un master in America. Mi ha promesso che se da Tinder viene fuori un appuntamento me lo dirà. Forse non è vero, però posso sempre far intervenire Andrea. Il profilo non l'ho ancora cancellato.

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