I miei giorni da schiava dei militanti dell'Isis

In un libro la storia di Farida, 18enne yazida rapita dai jihadisti e venduta come un animale: «Mi stupravano anche cinque volte al giorno, potessi li ucciderei»  ​

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«Se incontrassi gli uomini che mi hanno sequestrata e venduta come una schiava, li ucciderei. Non hanno avuto alcuna pietà di me, non mi hanno mai considerata un essere umano. Perché dovrei farlo io? Provo solo odio nei loro confronti», dice a Gioia! Farida Khalaf, di etnia e religione yazida. Dall'estate 2015 vive in Germania: ha dovuto cambiare identità  dopo essere riuscita a fuggire dai miliziani dell'Isis, che l'avevano rapita a Kocho, la sua città, e portata a Raqqa, roccaforte del Califfato, come khums, spoglie di guerra.

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Gli yazidi, etnicamente curdi, sono concentrati nella zona montuosa del Jebel Sinjar, 50 km dal confine siriano: la loro è una religione preislamica che l'Is combatte. Le yazide, non essendo musulmane, non sono considerate esseri umani. «È stata la fede a darmi la forza per andare avanti e per scappare, ora vedere che altri Paesi aiutano a sconfiggere i terroristi mi rende felice: spero che saranno consegnati alla giustizia», aggiunge Farida. 

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Nell'agosto del 2014 Farida aveva 18 anni. I guerriglieri del Califfato la portarono a forza in un magazzino, insieme a tante sue amiche. Quello stanzone era il mercato delle schiave di Raqqa. Giorno e notte gli uomini, dopo averle ispezionate come fossero animali, compravano ragazze e bambine, con tanto di listino prezzi e contratti d'acquisto. Che le tenessero per sé, le regalassero o le rivendessero per guadagnarci, il destino era identico per tutte: essere stuprate. Anche cinque volte al giorno. Sono quasi 5.000 le donne, le ragazze e le bambine (anche di sei anni), che hanno subito questa sorte: le vergini erano le più richieste. Come Farida, circa 2.000  di loro sono riuscite a scappare, ma almeno 3.000 sono ancora nelle mani dell'Isis.

Farida ha potuto raccontare la sua storia in un libro, La schiava bambina dell'Isis (Piemme, pp. 240, euro 17,50), in uscita il 19 aprile e scritto con la giornalista tedesca Andrea C. Hoffmann. «Sono sopravvissuta per dimostrare che io sono più forte», è l'ultima riga. Oggi ha ricominciato a studiare per andare all'università e laurearsi in Matematica: il suo soprannome a scuola era «calcolatrice». Ma nel luglio 2014, quando con il fratello Delan guardava su YouTube quel tizio barbuto che diceva di essere il Califfo, non sapeva che solo un mese dopo la sua vita sarebbe stata distrutta. Suo padre, soldato dell'esercito iracheno che le aveva insegnato a usare il kalashnikov, le aveva assicurato: «Siamo in maggioranza: quei terroristi non prenderanno mai Mosul». Anche lui si sbagliava. Anche lui è stato ammazzato. 

Come tante altre, Farida ha tentato di suicidarsi per evitare il disonore dello stupro. Non ci è riuscita ed è stata picchiata a sangue, frustata, presa a calci, venduta e rivenduta a padroni sempre più crudeli. Non ha mai accettato di convertirsi (in "premio" avrebbe avuto la possibilità di sposare uno dei guerriglieri, cioè uno degli assassini della sua famiglia).  Alla fine il piano di fuga ha preso forma: Farida con l'amica Evin ha rubato un cellulare ai carcerieri, ha chiamato in Germania e uno zio di Evinche ha dato loro il numero di chi le avrebbe aiutate. Nascoste dal velo, sono fuggite in otto, la notte del 13 dicembre 2014. Il nome in codice del loro progetto era «Barack Obama».

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