Margherita Buy e Oxfam in prima linea per i minori migranti

Siamo andati in Sicilia per raccontare l'odissea dei migranti bambini, che fuggono da guerre e carestie e arrivano in Italia da soli, senza i genitori​

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Siamo andati in Sicilia, con Oxfam e Margherita Buy, che ne è ambasciatrice, a scoprire che fine fanno i minori migranti arrivati in Italia da soli, anche a 12 anni – l'età esatta in cui noi ci chiediamo se sia prudente, per i nostri figli, andare a scuola da soli – dopo avere attraversato l'Africa ed essere chissà come sopravvissuti al deserto, alla fame, all'inferno della Libia, al mare. Degli 11.000 salvati la settimana scorsa in due giorni, nel canale di Sicilia, almeno 1.000 erano minori non accompagnati.

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Come le onde i numeri salgono e scendono, ma il trend è comunque in aumento: «Sono strategie familiari», sintetizza sul piazzale della stazione di Catania Andrea Bottazzi, operatore socio-legale di Oxfam Italia per il progetto Open Europe. Spedire un figlio al di là del Mediterraneo può essere una forma d'investimento o anche l'unico modo per salvarlo. Ma che succede, dopo, a questi ragazzi? «Dopo gli sbarchi lasciano i centri di prima accoglienza e vengono qui, sperando di proseguire verso nord e ricongiungersi per via informale ai parenti. Fanno anche 50 km in bus o a piedi, al buio, lungo strade pericolose», ed è un miracolo che ancora nessuno sia stato investito. L'unità mobile di Oxfam li intercetta e distribuisce una guida ai diritti in inglese, francese, arabo, poi dei dignity kit con biancheria pulita, dentifricio, sapone, spazzolino. E una scheda telefonica da cinque euro, per chiamare a casa.

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Vale per gli adulti e anche per i ragazzi, che la legge è chiamata a proteggere: «Dovrebbero stare nei centri di prima accoglienza per 60 giorni massimo e poi essere accolti in case-famiglia, invece il sistema è saturo e s'inceppa, così restano per mesi in un limbo senza istruzione, attività educative, servizi primari», ci spiega Salvatore Maio, coordinatore di Oxfam Italia in Sicilia.

Secondo le statistiche ne spariscono 28 al giorno, 28 bambini migranti senza documenti la cui storia nessuno racconta, nel migliore dei casi perché, sfuggiti alle maglie del sistema, sono riusciti a raggiungere i parenti rintanati da qualche parte in Europa, nel peggiore perché diventano vittime di tratta e, semplicemente, scompaiono. 

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Sarebbe potuto succedere anche a Yasmina, scappata dalla Costa D'Avorio un anno fa, a 15 anni, per «evitare il matrimonio con un anziano cugino a cui i miei genitori mi avevano promesso». Yasmina invece oggi è stata accolta a Scicli, in provincia di Ragusa, nella Casa delle culture, struttura protetta sostenuta dalla Chiesa Valdese e da Oxfam, un luogo sicuro nel cuore della città. «Ospitiamo in media una trentina di ragazzi o madri con bambini, per qualche settimana, al massimo due mesi, in attesa di trovar loro una sistemazione definitiva», racconta Giovanna Scifo, la responsabile. «Fa male vedere che i tempi si allungano, che le case-famiglia non bastano mai. Alcuni privati si offrono, ma non è facile improvvisarsi genitori affidatari di un adolescente straniero in fuga dalla guerra o dalla carestia». Yasmina ha compiuto 16 anni e non è andata a scuola un solo giorno in vita sua. «Vendevo arance per strada», dice tormentandosi le lunghe treccine, «ma non potevo pensare di sposarmi con quell'uomo, sono scappata di notte con un'amica che aveva un po' di soldi, così siamo andate a nord, verso il Mediterraneo, prendendo passaggi in auto in cambio di lavoretti. Ma in Libia sono stata imprigionata. In Libia ho conosciuto la sofferenza», sussurra. «Poi ho trovato una coppia che mi ha aiutato a fuggire, mi hanno anche pagato il passaggio fin qui sul barcone».

Le storie di questi ragazzi si somigliano: la Libia ingovernata e corrotta è l'inferno obbligato a cui nessuno scampa, si capisce dalla ragnatela di cicatrici – tagli, bruciature – che hanno sulle mani e sul volto. «Fanno tutti lo stesso percorso, che vengano da Senegal, Gambia, Niger, Etiopia o Eritrea», mi racconta a Siracusa Carla Frenguelli, del progetto AccoglieRete, che sostiene i minori nominando per loro tutori legali che li aiutino a destreggiarsi nella giungla dei documenti, a capire se hanno diritto all'asilo politico o se è meglio tentare di inserirsi nel mondo dello studio o del lavoro. «Sono protetti per legge fino ai 18 anni, poi finiscono nel baratro dell'incertezza. Quelli di 17 sanno benissimo di avere i tempi stretti, ecco perché partono prima, sempre prima», sospira Carla, che ne ha fin qui avuti in tutela 18. «Diventano per me come dei figli, ne ho quattro o cinque a pranzo ogni domenica. Non riesco a evitare terrificanti confronti, attraverso la vita dei miei figli biologici vedo come potrebbe essere la vita dei ragazzi migranti se fossero nati qua, e viceversa». Quasi tutti finiscono imprigionati in Libia per tre o quattro mesi, i maschi a far da manovali gratis e le femmine molto peggio, poi qualcuno paga per loro il viaggio sul barcone – è un business anche quello, e va alimentato – e li spedisce in Italia, liberando un posto da schiavo a chi arriverà.

Per fortuna qualcuno, grazie anche a Oxfam e ai partner locali, può ambire a un destino diverso.  Margherita Buy riflette: «Si parla sempre degli sbarchi e dei morti, ma poco di quanto, in tanti, si adoperino per la vita. Venendo qui ho capito che ogni storia è unica e che a questi ragazzi è impossibile non affezionarsi. E mi colpisce come la Sicilia, di suo bisognosa di aiuto, sia poi in grado di offrirne tanto e riesca ad arrivare dove la legge non c'è ed esiste solo il vuoto. L'integrazione è molto più semplice e immediata di quel che pensi, se davvero la vuoi fare». 

Alieu viene dal Gambia, ha 19 anni, è partito che ne aveva 15. Oggi lavora part time in un ristorante di Siracusa e intanto studia da cuoco. Non vede i suoi da più di tre anni, ci ha messo un anno solo per arrivare in Libia, lavorando, chiedendo passaggi. Oggi per lui fidarsi di qualcuno è una sfida come lo è stato attraversare il deserto del Sahara: «Le gambe fanno male a stare rannicchiati tante ore nel cassone di un pick-up, ma se ti alzi rischi di cadere e nessuno ti raccoglierà». Modou ha 17 anni e viene dal Gambia, in Libia è rimasto quattro mesi a lavorare, «finché il mio padrone non mi ha messo sul barcone, ho pensato fosse il mio ultimo giorno sulla Terra. La vita qui è tanto meglio, meglio in un modo che i miei fratellini rimasti a casa purtroppo non sanno neanche immaginare. Domani comincio la scuola. E sono felicissimo». Oumar ha 16 anni, viene dal Ghana, una famiglia di Villasmundo l'ha preso in affido alla fine del 2014: ora vive con loro, papà e mamma più Lorenzo e Michele, sette e quattro anni, «Io e il piccolo abbiamo imparato a parlare assieme». Dopo quasi due anni, ora si chiamano a vicenda fratelli. 

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