La storia di Abby Stein, nata due volte: da rabbino a donna attivista transgender

Abby era Yisroel, rabbino in una delle comunità più ortodosse al mondo, ma non si è mai sentita un maschio, anche se non sapeva cosa significasse «transgender»: l'ha imparato lasciando la famiglia per scoprire la modernità e diventare donna, come racconta in esclusiva a Gioia!

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Immaginate di non aver mai visto un film o ascoltato musica, di non avere idea di come si ordina un caffè in un bar, di voler comperare il vostro primo paio di jeans, ma senza sapere che cosa sia un camerino di prova. Per farlo, dovete mettervi nei panni di Abby Stein. Nell'America autoritaria di Donald Trump – quella che blocca gli immigrati alla frontiera, che non vorrebbe transgender nell'esercito – lei sa bene che cosa significa combattere per quello in cui si crede. Non solo perché ha abbandonato la comunità in cui è nata, quella ebraica chassidica, ultraortodossa, tra le più chiuse al mondo. Ma anche perché un tempo Abby era il rabbino Yisroel, aveva una moglie e un figlio. A cambiare tutto, è venuto prima l'addio alla comunità, poi l'inizio della terapia ormonale: e quella che ha vissuto, dice, è stata una «doppia transizione». Oggi studia alla Columbia University, ha i capelli lunghi, una predilezione per il blush color pesca, un sorriso furbo e un umorismo caustico. Mi parla tra le sirene del traffico newyorchese, alla velocità supersonica di chi ha avuto troppo a lungo troppe cose da dire.

Abby Stein, 25 anni: ex rabbino ultraortodosso, ora attivista Lgbt, racconta la sua transizione su thesecondtransition.blogspot.com.
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Sesta di 13 figli, Abby è nata nel 1991 a Williamsburg, la zona di Brooklyn dove vive la comunità chassidica. «Dal punto di vista geografico, sono cresciuta a New York; da quello culturale, in una finta Europa orientale del 18esimo secolo». Perché lì, spiega, la modernità è bandita, ci si veste solo con abiti tradizionali, si parla yiddish, uomini e donne vivono separati. «Ho trovato un lato positivo: la segregazione totale dei generi mi ha aiutata a capire esattamente a quale dei due non appartenevo». Abby dice di aver sempre saputo chi era, ma questa sicurezza, così granitica e immediata, non è in grado di spiegarla. Sa che la sua non è mai stata una «lotta», non ha mai messo in discussione il proprio genere, perché per lei è sempre stato «ovvio». Quello che chiama il suo «momento a-ha», la rivelazione, è arrivato a 3 anni, quando ai maschi chassidici vengono tagliati per la prima volta i capelli. «Ecco che mi stavano facendo qualcosa che era una manifestazione fisica del mio essere maschio. E mi dicevo: "Ma io sono una bambina, perché tutti dicono che sono un bambino?"».

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Con il genere che le viene imposto, e che non sa come mettere in discussione in una comunità chiusa dove il mondo Lgbt non è contemplato, cerca di venire a patti come può. «Ero l'unica a sentirsi così». A 7 anni ritaglia dai quotidiani in ebraico – gli unici che è permesso leggere – articoli sui trapianti, immagina che se si può sostituire un rene, o un polmone, allora da grande potrà chiedere a un dottore un trapianto dell'intero corpo. A 9 prima di addormentarsi prega: «Dio, fammi svegliare femmina». A 12 fa domande alle quali i rabbini della scuola ebraica non possono rispondere e viene cacciata dalla classe. A 18 si sposa con una cugina che ha visto per soli 15 minuti un anno prima. «Non dici no a un matrimonio combinato: è tabù e ti hanno fatto il lavaggio del cervello». Poco dopo arriva un figlio, del quale oggi mi chiede con un sorriso di non parlare. È solo dopo questa nascita che Abby capisce di non poter continuare così. Il suo disagio, dice, era un grilletto pronto a scattare. Il processo per ritrovare se stessa, però, sarà lungo. All'inizio, pensa che il problema sia la religione: a 21 anni si dichiara atea e, con l'aiuto di un'organizzazione chiamata Footsteps, lascia la comunità chassidica.

«È stato allora che ho dovuto imparare come si comporta un essere umano. Ero un'immigrata nel mio stesso Paese: non parlavo inglese, non conoscevo nessuna norma sociale. La mia prima volta da Starbucks ho chiesto al barista: "Non so che cosa devo fare, puoi aiutarmi?". Comprare un paio di jeans è stata un'impresa». Abby non ha una vera educazione, ma in due anni riesce a ottenere il diploma e poi a entrare alla Columbia. La questione del genere, però, non è risolta, e dietro l'angolo l'aspetta la depressione. È il suo terapeuta a farle capire la verità: nel 2015 Abby decide di cominciare la transizione a donna. Ricorda quando hanno cominciato a chiamarla «miss», quella volta che è finita al pronto soccorso e le hanno chiesto quando aveva avuto l'ultimo ciclo: «Ora mi vedono per chi sono veramente». Non lo fa, però, la sua famiglia: ha continuato a parlarle anche dopo l'abbandono della comunità, dopo il coming out la ripudia, fatta eccezione per un fratello e una sorella. La moglie chiede l'annullamento del matrimonio.

Ma non pensate che oggi Abby sia sola: è un'attivista che aiuta altre persone transgender ad abbandonare le comunità religiose ultraortodosse. Le sparate di Donald Trump, che chiama «l'inquilino della Casa Bianca», non le teme: «Ha attaccato i trans nell'esercito perché ha perso sul taglio dell'Obamacare, sperava si parlasse di qualcos'altro». Sogna un mondo in cui la gente non confonda genere e sessualità, non le chieda perché continua a uscire con le donne, né i dettagli fisici della sua transizione. Soprattutto, sogna un mondo in cui «potrò andare in giro a parlare di filosofia o teologia, ma non di genere. Perché sarà tutto così ovvio».

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