«Ero una drogata, ne sono uscita e l'ho trasformata in lavoro»

Negli anni '80 l'eroina era cool: ci sono cascata ma ne sono uscita: di droga si può guarire (e far guarire) anche facendo da spalla a chi sta cercando di uscirne, e così sono diventata una sober coach

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Fino a quando l'eroina e il lavoro mi sono sembrati due facce della stessa medaglia, sono stata una tossicodipendente modello. Erano gli anni '80, organizzavo mostre a New York, mi sentivo parte di un giro di artisti determinati a vivere fino in fondo sia la città sia uno stile di vita pericoloso, molto seducente. E per un po' ha funzionato. Poi sono diventata abilissima a razionalizzare le mie scelte. Se potevo permettermi una vacanza, sceglievo le città europee dove - stando alle voci - poteva essere facile procurarsi dell'eroina per uno straniero di passaggio; se non c'erano abbastanza soldi per bucarsi e anche andare fuori a cena, di colpo decidevo di imparare a cucinare, e ci riuscivo bene.

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Quando ho smesso, grazie a un ricovero d'emergenza in una clinica sconosciuta, avevo perso tutto quello che potevo perdere. Non avevo più una casa o un lavoro fisso: gli amici che mi erano rimasti erano tossici come me, non potevano aiutarmi. Ho lasciato la clinica e sono ripartita da zero. Sapevo di poter contare sull'affetto dei miei genitori, che non avevano mai perso la speranza di un recupero: senza il loro aiuto forse non ce l'avrei mai fatta. Però i miei erano anche stati delusi da tutte le promesse che non avevo mantenuto, e abitavano a mille chilometri di distanza da una città dove gli unici lavori disponibili per me erano quelli che avevo già fatto nei momenti più neri. La cameriera, la spogliarellista. Non avevo scelta, quindi ci sono tornata. L'unico forte sostegno erano i gruppi di Narcotics Anonymous che frequentavo ogni giorno. Ci trovavamo d'accordo nel dire che valeva la pena di restare puliti, ma ciascuno di noi aveva una serie di problemi personali da affrontare: la depressione, gli attacchi d'ansia, le difficoltà materiali. La stessa ricetta non poteva funzionare per tutti.

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La svolta è arrivata per caso. La mia vecchia vita mi aveva portato a conoscere molti musicisti. Uno di loro, anche lui disintossicato di fresco, si stava preparando a partire per una lunga tournée. Sarebbe rimasto lontano da casa per quasi sei mesi, e si preoccupava di come avrebbe riempito le giornate quando non stava lavorando. «Vieni con me», ha proposto. «Ti pago un salario come mia accompagnatrice: se posso parlare con te mi sento meglio, tu sai cosa si prova». E io ho accettato. A ripensarci, sono stata un'incosciente, però a quel punto gli unici argomenti che sentivo di conoscere a fondo erano l'eroina, i suoi effetti collaterali e le maniere pratiche per combattere le crisi d'astinenza. Il mio amico aveva bisogno di una spalla, e anch'io. Quello che stavo facendo non si chiamava ancora sober coaching – la definizione è arrivata dopo, quando negli Usa era già diventato un piccolo business – ma le basi del lavoro le ho imparate grazie ai miei primi clienti, arrivati grazie al passaparola nell'ambiente discografico. Se c'era da riorganizzare la vita a un musicista in difficoltà, chiamavano me.

Per qualche anno, tra una richiesta e l'altra, ho continuato a fare mestieri qualsiasi; aiutare gli altri non mi pesava, anzi, mi tirava fuori una grande forza, però ero resistente all'idea di trasformarlo in un lavoro a tempo pieno. Credevo che sarei stata smascherata come "un falso" se fossi entrata in contatto con un vero professionista dell'aiuto, e che me la stavo cavando per una questione di fortuna, non per una capacità profonda. Il cliente che ha cambiato tutto è stato il primo che non veniva dal mondo dello spettacolo. In quel caso, dopo alcuni giorni, ho dovuto parlare con il suo psicanalista. Ero molto nervosa, ma lui ha confermato le mie intuizioni su quella persona. L'ho preso come un segno. Mi sono rimessa a studiare, ho preso un diploma di counseling, e sono uscita allo scoperto. Ero una sober coach.

Il nostro lavoro, per come lo vedo io, è un incrocio tra la terapia e l'assistenza personale: i clienti sono uomini e donne che vogliono liberarsi da una dipendenza, ma non possono mettere tra parentesi tutta la loro vita per chiudersi tre mesi in un rehab, oppure hanno già sperimentato un ricovero e hanno bisogno di essere seguiti da vicino mentre trasportano la sobrietà nella vita di tutti i giorni. In certi casi abito con loro per qualche settimana, riducendo via via le ore che passiamo insieme. Cerco di insegnare loro tutto quello che ho imparato sulla meditazione e sul prendersi cura di sé, ma è mio dovere anche tenere gli occhi aperti su quanto potrebbe, in un secondo momento, rappresentare un problema: un cocainomane può sostituire la droga con un'altra ossessione - noi le chiamiamo shadow addictions - dipendenze ombra. Certo, non tutti sono disposti ad ammettere di aver bisogno di una coach. A volte, se sono con un cliente e lui o lei deve incontrare qualcuno, vengo presentata come la nuova insegnante di pilates. È una bugia perdonabile, li fa sentire protetti.

(* testimonianza raccolta da Violetta Bellocchio)

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