Woody Allen e le molestie sulla figlia Dylan Farrow: 25 anni dopo il cinema crede a lei

Nel 1992 il regista non è stato incriminato per i presunti abusi sulla figlia adottiva, ma ora lei rilancia la sua versione, chiedendosi come mai la crociata del #metoo non valga anche nel suo caso e stavolta il mondo del cinema sta dalla sua parte

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È l'inizio del 2018. Da Amazon arrivano voci che A Rainy Day in New York, il nuovo film di Woody Allen, non verrà distribuito, anzi: sono disposti a pagare una cospicua penale pur di liberarsi del contratto per altri tre film. Dopo 25 anni, l'industria sembra infine determinata a sacrificare Woody Allen in nome di un principio più alla moda della presunzione d'innocenza. È avvilente, ma non inaspettato.

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È la fine del 1992. Al giornalista di 60 Minutes che gli chiede se non abbia paura per la sua reputazione, Woody Allen risponde: «È irrilevante. Non mi turba che qualcuno possa vedermi per strada e pensare "Uh, quello è il tipo accusato di molestie alla figlia; quello che poi aveva negato, sì, ma vai a sapere…". A me interessa solo poter stare coi miei figli». E la carriera? «Non mi importa. Se non andranno più a vedere i miei film, se non mi faranno più lavorare: non mi importa niente».

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È l'agosto del 1992. Secondo la versione di Mia Farrow, durante una visita nella casa in Connecticut, Woody Allen si è appartato con Dylan, la figlia di sette anni, nonostante la servitù avesse l'ordine di non lasciarli mai soli per via di certi comportamenti «inappropriati» di lui: non di carattere sessuale – dirà la psicologa di famiglia – ma comunque «troppo intensi». Sostiene Woody Allen che quell'attaccamento a Dylan era una reazione al rapporto morboso tra Mia e l'unico figlio naturale della coppia, Satchel (che oggi si fa chiamare Ronan, e vuole ancora più bene alla mamma) e in ogni caso nessuno aveva sollevato obiezioni quando aveva finalizzato l'adozione di Dylan e Moses - l'altro bambino adottato da Mia durante la loro relazione - a dicembre dell'anno prima.

Woody Allen con Mia Farrow.
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A gennaio, però, era successo un fatto increscioso: Mia aveva scoperto la relazione di Allen con Soon-Yi, la figlia ventenne adottata con l'ex-marito André Previn. Per questo, anche se non si sono mai sposati né hanno vissuto nella stessa casa, quell'estate Mia e Woody sono invischiati in una separazione ferocissima. E quando Dylan racconta prima in un video e poi al pediatra frammenti di un perpetrato abuso, pure se la visita non ne rileva tracce, la segnalazione alle autorità parte automatica.

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È il settembre del 1993. Il medico incaricato dalla polizia del Connecticut di valutare la testimonianza di Dylan dichiara in tribunale che ci sono «due ipotesi. Una è che si tratti delle fissazioni di una bambina emotivamente disturbata; l'altra è che sia stata istruita o influenzata dalla madre». La polizia decide di non perseguire Allen – per il bene di Dylan, dice il procuratore, nonostante non meglio specificati «indizi di colpevolezza» – ma per il giudice dell'affidamento la perizia non è attendibile (mancano gli appunti dei colloqui) e Allen un padre «egocentrico, inaffidabile e insensibile». I diritti di visita vengono sospesi, la profezia dell'intervista a 60 Minutes si avvera al contrario: Woody Allen non vedrà più Dylan, poco e male Ronan, e ricucirà solo vent'anni dopo i rapporti con Moses (che racconta: «Mia madre mi ha martellato per anni col fatto che dovevo odiare mio padre per aver distrutto la nostra famiglia e molestato mia sorella. Adesso ho capito che era il modo di vendicarsi perché lui si era innamorato di Soon-Yi»). In compenso, la sua carriera di metodico genio proseguirà per altri (25 anni, e pertanto) 25 film.

Woody Allen con Soon-Yi Previn.

È la fine del 2017. Ronan Farrow è l'indefesso cavaliere dell'apocalisse #metoo (e l'orgoglio grande di mamma sua). Dylan Farrow si domanda sul Los Angeles Time: perché la rivoluzione sta risparmiando Woody Allen? Perché è stato indagato e mai incriminato, diranno le mie piccole lettrici, e perché è una storia talmente straziante e difficile e spaventosa che nessuno può avere altro che opinioni perlopiù viscerali su cosa sia successo veramente. Per il pubblico, per gli attori, per le istituzioni che lo hanno premiato, Allen è «quel tipo accusato di molestie alla figlia; quello che poi aveva negato, sì, ma vai a sapere». Con abbastanza successo, e un formidabile esercizio di temperanza, si può vivere senza reputazione. Ma la rivoluzione non ammette incertezze.

Mia Farrow in una foto recente.
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È di nuovo il 2018. A difendere Woody Allen sono rimasti in pochi (ma una è Diane Keaton). Gli altri – Colin Firth e Greta Gerwig, Mira Sorvino e Timothée Chalamet, persino Kate Winslet – avvertono l'urgenza di prendere le distanze: la lealtà non è un concetto telegenico, figuriamoci la gratitudine. La carriera di Woody Allen è verosimilmente terminata, il che – a 82 anni – non è certo grave di per sé. Solo ci vorrebbe un modo di immortalare questo delirio americano di colpa e desiderio, bugie e sospetti, amore e guerra, crimini e misfatti. Solo ci vorrebbe un film di Woody Allen.

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