Dove finiscono i bambini scomparsi? Solo in Italia oltre 2.000 non sono mai stati ritrovati

È l'incubo peggiore di tutti i genitori, ora al centro di film e serie tv, ma purtroppo non si tratta solo di fiction: in Europa la sparizione di un minore viene segnalata ogni due minuti e il dolore delle loro famiglie non ha tregua

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È il lupo di Cappuccetto Rosso, la strega di Hansel e Gretel, l'uomo nero che esce dalle favole e trasforma l'incubo in realtà. È un bambino che scompare nel nulla: prima c'era e poi non più, e nessuno sa dove sia finito, se stia bene. Se sia solo. Vivo. Succede nei libri (gli ultimi due si intitolano Tutti i bambini perduti di Kate Atkinson e Non sono un mostro di Carmen Chaparro), succede nelle fiction in tv (su RaiUno va in onda fino a febbraio Scomparsa, storia di una mamma single - Vanessa Incontrada - a cui sparisce la figlia adolescente, e su Netflix con la serie Dark) e anche al cinema (il 6 dicembre 2017 arriva nelle sale Loveless - film russo candidato agli Oscar e premio della giuria a Cannes - che racconta di un bambino che scappa di casa mentre i genitori litigano e svanisce). E capita nella realtà. La paura più nera di ogni madre, il bambino che non si trova più, nella folla, al supermercato, mentre giocava. In Europa i centralini nazionali del 116000, il numero unico del Missing Children Europe (che in Italia è gestito dal Telefono Azzurro) ricevono una segnalazione ogni due minuti, ma si tratta di casi molto diversi uno dall'altro, come spiega Rosalba Ceravolo. «C'è chi viene portato via da uno dei genitori, chi scappa di casa o dalle case famiglia, chi si perde accidentalmente e chi viene rapito da terze persone. E poi ci sono i minori migranti, che sono un capitolo a parte, ma fanno crescere enormemente i numeri. Tra gli italiani, la maggior parte delle segnalazioni riguarda la fascia da zero a dieci anni, il che fa pensare subito alla pedopornografia». Esclusi i primi e gli ultimi, dice, le storie che si chiudono bene si risolvono velocemente. «Uno o due giorni. Dopo le 72 ore, le probabilità di trovare il bambino vivo si riducono molto».

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Mio fratello sparito da 40 anni

Probabilità e speranza, però, non sono buone compagne di viaggio. Spesso una si ferma e l'altra continua la sua strada trascinando in un limbo senza uscita famiglie intere. Come quella di Giorgia Isidori. Suo fratello Sergio è scomparso il 23 aprile del 1979 a Villa Potenza, vicino a Macerata. «Aveva cinque anni e mezzo. Mamma stava preparando la merenda e l'altro nostro fratello stava giocando sul retro con altri bambini e il nostro cane; Sergio è uscito per raggiungerlo. A quei tempi era normale che i bambini giocassero in strada, in paese vivevamo tutti con la porta aperta. Che cosa sia successo nessuno l'ha mai saputo: l'unica cosa certa è che Sergio in cortile non ci è mai arrivato». Era un giorno strano, mi racconta, c'era il funerale del parroco e grande confusione, la banda che suonava, gli occhi di tutti puntati sul feretro. Solo un camionista, qualche giorno più tardi, raccontò di aver visto Sergio con un gruppo di bimbi sconosciuti. «Ma il nostro era un paese piccolo, bimbi sconosciuti non ce n'erano. Si è pensato a degli zingari, ma nessuno ha conferme». Le ricerche non portano a nulla. «C'era un canale dietro casa nostra e i carabinieri dissero che sicuramente era caduto lì. Ma non ci abbiamo mai creduto, perché l'acqua era poca e il corpo non l'hanno mai trovato».

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Sergio Isidori in una foto del 1979.

Comincia la spirale di dolore, di ossessione. «Mia madre si è chiusa nel suo dolore, mio padre tirava giù le porte. Ha fatto indagini, assunto un investigatore, girato campi nomadi, incontrato delinquenti, maghi, sensitivi senza mai trovare una risposta. Andò anche dalla veggente Natuzza Evolo, l'unica che non gli chiese una lira. Gli disse di non cercarlo nell'acqua che era vivo, ma lontano. Questo rafforzò la convinzione di mia madre che l'avessero rapito per un'adozione illegale. Vuol credere che abbia avuto una bella infanzia in un altro Paese». Dopo i tentativi di estorsione, dopo i misteri («un prete di Macerata scrisse un romanzo e parlò di un bambino scomparso, come Sergio, ucciso da un pedofilo e sepolto sotto un mandorlo»). Lei quel fratello non l'ha mai conosciuto, ma la sua assenza le ha segnato la vita. «In casa vedevo le foto di questo bambino, ma non sapevo chi fosse. Poi un giorno alle elementari mia madre mi disse: è tuo fratello. È scomparso, ma è qui con noi. Nelle famiglie come la mia non c'è mai pace, non importa quanto tempo sia passato. È come se mancasse sempre una tessera per finire il puzzle: la cerchi nel mondo, ma il mondo è troppo grande».

Verità possibili

A cercare quel pezzo mancante, in Italia, oggi sono più di duemila famiglie. Come quelle di Denise Pipitone, di Angela Celentano, di Emanuela Orlandi e di tanti altri bambini le cui storie non sono mai arrivate sulle pagine di cronaca. «Dall'inizio del 1974 a giugno 2017 sono spariti 2.167 minori italiani», spiega Antonio La Scala, avvocato e presidente dell'associazione Penelope che raccoglie familiari di persone scomparse. «Possiamo dire tutto e il contrario di tutto perché non c'è un solo rinvio a giudizio». Non un punto, non un fine, che sia lieto o no, nessun caso come quello dell'americana Jaycee Lee Dugard ritrovata dopo 18 anni di prigionia nel giardino dell'orco. «Qui le storie si somigliano tutte: i bambini giocavano e sono spariti. In molti casi si è trattato di incidenti: sono caduti in mare, in un fiume o in un lago. Ciccio e Tore, i fratellini di Gravina, nel pozzo li hanno trovati per puro caso. Che cosa sia successo agli altri, nessuno lo sa. Le ipotesi sono tante e tutte plausibili: rapimenti su commissione per adozioni illegali, adescamento e violenza sessuale, reti di pedofili, prostituzione minorile. E anche traffico di organi: ne hanno parlato pure papa Francesco e Pietro Grasso, non possiamo far finta che sia solo materia da film dell'orrore. E così la gente finisce per impazzire: ho visto stanze colme di fotografie, madri che implorano il Padreterno di fare il funerale del figlio». Chiudere i conti con il dolore è impossibile. «Non sapere se le persona che ami è viva impedisce di elaborare il lutto», spiega Silvia Bassi, psicologa. «Ci si ferma alla rabbia e non si arriva alla fase depressiva e all'accettazione. La speranza, invece, rende impossibile non pensare al futuro. Si continua a investire su qualcosa che non esiste. Su qualcosa che ha la sostanza di una nuvola».

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