6 italiani che hanno deciso di vivere a Barcellona dicono la loro sulla Catalogna divisa

Sono arrivati negli anni di Zapatero, in una città accogliente e cosmopolita, ora non sanno più in quale lingua parlare ai vicini di casa: le testimonianze degli expat sulla nuova, difficile quotidianità del capoluogo catalano, fra unionisti e secessionisti

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28 ottobre 2017 ore 15.25: la Catalogna è una Repubblica. Il Parlamento catalano, presieduto da Carles Puigdemont, ha votato e approvato la dichiarazione di indipendenza. Ore 16.10: non lo è più: il governo spagnolo applica l'articolo 155 della Costituzione e sospende l'autonomia della regione. Una manciata di giorni dopo, la Catalogna è governata da una commissaria inviata da Madrid, Puigdemont è fuggito in Belgio, e per lui la procura ha chiesto un ordine di fermo europeo (al momento in cui scriviamo). Sette milioni e mezzo di catalani sono in attesa di capire che cosa succederà. E con loro gli oltre 25.000 italiani che da anni studiano e lavorano a Barcellona: la prima comunità straniera della città.

Sostenitori dell'indipendenza a Barcellona, con la bandiera della Catalogna.
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«Barcellona non è più la città di prima: si è creata una frattura nella società e ci vorranno generazioni prima che si rimargini»: è la tesi preoccupata di Steven Forti, 36 anni, trentino, docente di Storia contemporanea all'Università autonoma di Barcellona (Uab), segue inoltre un progetto all'Università Nova di Lisbona. È arrivato con l'Erasmus ai tempi di Zapatero, quando la Spagna era un modello per l'Europa. Nel 2016, con Giacomo Russo Spena, ha scritto il libro Ada Colau. La città in comune (edizioni Alegre), sulla carriera sociale e politica della sindaca di Barcellona. «Dopo Franco, il "catalanismo" politico univa tutti, nazionalisti di destra e di sinistra, popolari: nessuno metteva in discussione l'identità catalana e la sua lingua, perseguitata da Franco, che andava tutelata perché non sparisse», spiega Forti.

Steven Forti: da 14 risiede nella città catalana dove insegna Storia contemporanea all'Università autonoma.
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Sulla questione della lingua interviene anche Alessandro Scarnato, 48 anni, docente di Storia dell'architettura al Politecnico della città. È arrivato nel 2000 per un congresso, ha iniziato subito a lavorare facendo il pendolare e nel 2004 si è stabilito a Barcellona definitivamente. Suo è il progetto della sede dello Ied a Barcellona. Nel libro Top model Barcelona (Altra Linea) racconta la città dal punto di vista urbanistico, politico e sociale. «La lingua è un falso problema, quello vero è che l'indipendentismo ha sdoganato i neofranchisti che ora si ergono a difensori della patria e sostengono l'unione alla Spagna», dice Scarnato.

Alessandro Scarnato: 48 anni, insegna Storia dell'architettura al Politecnico della città.
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Basta guardare le bandiere che sfilano nei cortei e stanno appese ai balconi. Vicino alla senyera, la bandiera catalana (quattro strisce rosse in campo giallo nella versione tradizionale; con l'aggiunta di una stella bianca in campo azzurro nella versione indipendentista), c'è la bandiera spagnola, ma tra gli unionisti sono comparsi berretti e canti della falange. «Segno che il franchismo non è stato superato, la Transizione che dopo la morte di Franco doveva fare della Spagna una repubblica democratica non è stata completata e non sono stati ben gestiti i rapporti con le autonomie», continua Scarnato.

«Il referendum del 1° ottobre ha messo a fuoco con violenza chi sta con chi: ora non c'è solo l'incertezza politica ed economica, in ballo c'è la qualità della vita, i rapporti sociali». Dal 1° ottobre, accade che il vicino che prima ti salutava ti ignori o ti insulti. «Non sai più come esprimerti in pubblico, al bar o al lavoro», aggiunge Scarnato. «Allora rinunci all'amicizia o, per quieto vivere, non tocchi questo tema. Spero che Barcellona torni come prima, altrimenti me ne vado. In Italia? Non me lo auguro».

«Noi italiani siamo sempre stati molto rispettosi, ma mai come ora mi sono sentita a disagio», confida Paola Sommella, arrivata da Napoli 12 anni fa, oggi lavora in proprio con agenzie che gestiscono eventi aziendali internazionali

Paola Sommella, 38 anni: dopo l'Accademia di Belle Arti a Napoli, ha raggiunto un'amica a Barcellona e ci è rimasta.
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«Sulla pagina Facebook del mio gruppo di lavoro dopo il 1° ottobre ho aperto una discussione per capire cosa stava succedendo, una ragazza mi ha scritto in privato dicendo di non toccare online questi argomenti, ci sono rimasta male. L'hanno presa con più spirito alcuni amici turchi, dicendo che hanno lasciato la Turchia per avere libertà di espressione e ora a Barcellona, la città multiculturale e multietnica, trovano la stessa situazione che a casa propria».

Eppure, questa «è una città che ha sempre attirato le multinazionali, alle quali offriva immigrazione di alto livello e alta scolarizzazione da tutto il mondo: ecco perché a Barcellona si stava bene, stipendi non alti, ma alta qualità di vita», spiega Ines Vannella, 36 anni, impiegata di una multinazionale americana. «Dopo l'università ho scelto di venire qui,si respirava un'aria internazionale. Qui ho trovato lavoro e un compagno italiano: vorrei restare. Ma se la situazione degenera me ne dovrò andare».

Ines Vannella, 36 anni: dopo la laurea allo Iulm di Milano e uno stage a Londra, 10 anni fa ha trovato a Barcellona un impiego e la qualità di vita che cercava.

Il sabato pomeriggio su Paseig de Gracia e sulla Rambla Catalunya c'è la solita folla di turisti (Barcellona è una meta classica per i viaggi), i grandi centri commerciali sono pieni di gente che fa acquisti. «Eppure nelle ultime settimane la gente va meno a teatro, al cinema, alle mostre, il Liceu (l'Opera di Barcellona, ndr) dichiara il 30 per cento in meno di incassi», racconta Valentina Ambrosio, contitolare della libreria italiana Le nuvole.

Valentina Ambrosio, 34 anni: è arrivata a Barcellona 11 anni fa con una borsa Erasmus e non è più ripartita.
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«Vendiamo meno, ma siamo diventati lo sportello dei diritti italiani: da noi vengono studenti preoccupati a chiedere se devono ritirare i soldi, se avranno problemi con il contratto d'affitto, sul Web corrono tante bufale. Abbiamo tanti clienti catalani che amano la nostra lingua, teniamo corsi di conversazione e gruppi di lettura, ma una ragazza non è venuta per settimane, per evitare una signora indipendentista che le avrebbe dato della fascista. La questione catalana si è inasprita negli ultimi anni; non finisce certo domani».

Raffaele Baratto, 32 anni: pizzaiolo, lavora in una pizzeria italiana nel quartiere dell'Eixample

Raffaele Baratto risponde al telefono per strada, a voce bassa: «Non voglio che mi sentano parlare di queste cose». È arrivato nel 2012 da Napoli, mandato da una catena di pizzerie che voleva aprire a Barcellona. «Non se ne fece più nulla, ma un posto da pizzaiolo l'ho trovato subito e sono rimasto, mi sono sposato e ho una figlia di sei mesi. Il calo di turisti e clienti al ristorante si nota eccome, il sabato sera facevamo 80/90 coperti, ora 40. Mia moglie è cubana, i suoi stanno a Miami e mi dicono "Perché non vieni qui?". Ma io qui mi sento a casa, meglio che a Napoli, andarmene così è come scappare. Aspetto fino all'ultimo».

(nella foto d'apertura, alcuni abitanti di Barcellona sventolano la bandiera spagnola dai balconi di Casa Batllé durante una manifestazione unionista)

Foto di Tyler Hendy su Unsplash

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