In tema di violenza sulle donne la domanda che ci facciamo è: "Lo denuncio, e dopo?"

Molte vittime di violenza si rivolgono all'autorità giudiziaria ma non basta, per proteggerle ci vorrebbe anche un processo veloce e adeguato: ne parla un corto con Ambra Angiolini e Alessio Boni presentato al Festival del cinema di Roma

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Lo dicono i dati. Il 70 per cento delle vittime di femminicidio, in Italia, aveva sporto denuncia contro il proprio futuro assassino. Perché non è servito? Cosa succede dopo una denuncia? A volte non succede proprio niente, come racconta il cortometraggio di Andrea Costantini Uccisa in attesa di giudizio, con Ambra Angiolini e Alessio Boni, prodotto dall'associazione Doppia difesa, fondata da Michelle Hunziker e dall'avvocato Giulia Bongiorno, e presentato alla Festa del cinema di Roma 2017.

Una scena del cortometraggio Uccisa in attesa di giudizio, con Alessio Boni e Ambra Angiolini.
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Più spesso accade qualcosa, ma troppo lentamente. «È fondamentale che la risposta giudiziaria sia rapida. Se una donna denuncia oggi, non la si può chiamare a testimoniare dopo cinque anni», spiega il magistrato Fabio Roia, tra i relatori del convegno Affrontare la violenza sulle donne. Prevenzione, riconoscimento, percorsi di uscita, organizzato dal Centro studi Erickson a Rimini in ottobre. «Importantissima è poi la valutazione del rischio: la donna deve essere messa in sicurezza in attesa che il maltrattante sia allontanato, ma non può restare in comunità per mesi. Spesso non riesce lei stessa a valutare l'effettiva gravità della minaccia: anche per questo motivo deve essere assistita da personale empatico, capace e formato».

Il processo non deve diventare violenza per la donna: bisogna evitare un approccio giudicante e gli stereotipi

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Per Roja «quel che serve è un processo penale intelligente. Un processo che non crei una forma di vittimizzazione, che non diventi esso stesso violenza per la donna. Un processo del genere è possibile solo se tutti gli operatori sono specializzati in materia: la polizia giudiziaria, il pubblico ministero, l'avvocato e infine il giudice. Solo così si evitano errori e trappole come l'approccio giudicante o gli stereotipi: tutti gli operatori devono sapere che è possibile che una donna sopporti per anni violenze senza rivolgersi a nessuno ed è possibile che i certificati medici ospedalieri parlino solo di traumi accidentali. E poi il processo intelligente deve essere veloce».

L'avvocato Giulia Bongiorno in una scena del corto Uccisa in attesa di giudizio.

Oggi, nonostante tre delibere impongano a tutti gli uffici giudiziari, le procure e i giudici di creare delle corsie di priorità nella trattazione di questo problema, i tempi di intervento sono ancora troppo lunghi. A Milano dalla denuncia alla sentenza di primo grado passa in media un anno e mezzo, «ed è un tempo accettabile per l'Italia. Ma la situazione nel Paese non è omogenea. La denuncia è soltanto l'inizio della vicenda giudiziaria per le donne. Là dove la donna è seguita da una rete competente e formata - centri antiviolenza, servizio sanitario, servizio di assistenza, polizia giudiziaria, pm, magistratura e avvocati - le cose vanno bene. Altrove è tutto molto più difficile».

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