Shakespeare: dopo 400 anni è sempre di moda

Il bardo è scomparso il 23 aprile 1616 ma è sempre attuale, il perché lo abbiamo chiesto a una insegnante e a un regista che si è inventato una formula  divertente: mette in scena le sue opere al bar

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Sarà perché quest'anno sono 400 anni dalla morte, ma William Shakespeare si vede ovunque, si sente ovunque, si legge ovunque. Ha una sovraesposizione mediatica da celeb, rara negli scrittori, pur defunti. Dopo mezzo millennio ha ancora qualcosa da dirci. Sarà anche per questo che  Davide Lorenzo Palla, 35 anni, regista, attore, produttore, con la sua Shakespeare's bar trilogy, fa il pienone ogni sera nei 19 locali di Milano dove gira, in occasione dell'anniversario della morte del bardo, con un musico e un collega (Enrico Pittaluga), due tende dipinte a mo' di scenografia a recitare Romeo e Giulietta, Otello e Amleto. Nessuna prenotazione, nessun biglietto da pagare, si arriva al bar (o si resta se si è già lì) si consuma senza sovrapprezzo e si ascoltano i versi del drammaturgo mirabilmente aggiornati, 4 o 5 atti condensati in 75 minuti, bis compresi.  

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Tournée da bar 

L'idea Lorenzo l'ha avuta quattro anni fa, per portare il teatro al pubblico e non viceversa. Prima recitava cose sue, poi ha puntato su Shakespeare. Promozione: pagina Facebook (Tournée da Bar) e passa parola. Tanto forte che da settembre il format andrà nei bar di tutta Italia che ne facciano richiesta (mandando una mail a teatroalbar@gmail.com o sul sito tourneedabar.com). In 50 locali hanno già risposto, da Torino a Napoli. Sì, ma perché Shakespeare? «Perché parla delle passioni che muovono l'uomo da sempre, l'odio, l'amore, la gelosia, il potere. Sono trasversali e sempre attualizzabili», spiega Lorenzo. «È più facile arrivare ai giovani con un suo dramma che non con una commedia borghese dell'Ottocento». A vedere dal pubblico che affolla le sue performance tra uno spritz e un tagliere, sono i giovani ad aver voglia di classici, basta che siano trattati in maniera non convenzionale. E la scelta del bar è azzeccata. 

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Romeo & Giulietta

Poi c'è lui, il più avanti dei commediografi. «La genialità del bardo è che parla alto e basso allo stesso tempo», prosegue Lorenzo, «ti fa ridere e poi ti fa piangere, ti coinvolge e poi ti tiene lì sulle spine anche se sai la fine. Giulietta è un classico, chi non sa come va a finire, eppure stai sempre lì attaccato alla trama, e quando si ammazza ti viene voglia di dire "non farlo", perché sai le conseguenze. E vogliamo parlare dell'Otello? Un femminicidio per gelosia ante litteram, poi oggi apri il giornale e leggi: "marito geloso uccide la moglie", purtroppo...». Epico, comico, farsesco, sono i tre ingredienti che la compagnia del bar si prende la libertà di aggiungere a ogni plot shakespeariano, «serve a mitigare il tono drammatico», dice l'autore. Per esempio nella sua edizione di Romeo e Giulietta aggiunge un doppio finale:  gli innamorati dopo la notte di nozze fuggono dalla finestra per andare su un'isola tropicale, lontani dalla linea dell'odio che divide Verona tutta e le loro famiglie. Un finale pop che fa esplodere la platea in una ola. 

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Cosa ci insegna  

«Una volta tanto una versione spiritosa», dice Sara, 28 anni, impiegata alla risorse umane, mentre raccoglie il gruppo di amici, tutti entusiasti, per uscire dal bar Otto.«Dopo ante rappresentazioni tradizionali, questa volta mi sono divertita». «Un genio sempre, comunque si metta in scena», ribatte Gregorio, 26 anni architetto. Il pubblico è vociante, c'è chi finisce il tagliere di salumi e la birra, chi twitta agli amici, ma tutti sono stati attenti. «Adoro Shakespeare,anche se Romeo e Giulietta non è la mia opera preferita», precisa Alice, 23 anni, studentessa di Lingue alla Cattolica di Milano. «Lo trovo assolutamente attuale per molte tematiche, cito "la violenza porta solo violenza" e credo abbia da insegnare molto a noi giovani, siamo o no il futuro del paese?». 

  Sapeva copiare bene 

«La domanda non è se Shakespeare regge bene al bar, quanto se regge bene a teatro. Lui scrive per il caos, che era l'atmosfera che si creava al Globe il suo teatro a Londra», ricorda Lorenzo. «La gente entrava e usciva, beveva, mangiava, senza rispetto, si amavano dietro gli spalti, era teatro per il popolo, poi Shakespeare è stato un genialissimo copione, un nobilissimo furfante, tutte le sue storie sono prese da altri, per esempio Romeo e Giulietta altro non è che la storia di Mariotto e Ganozza scritta da Masuccio Salernitano». Risultato, nessuno sa chi è Masuccio, tutti noi ci siamo sporti almeno una volta dal balcone di Giulietta declamando «Romeo o Romeo...».  Poco importa che dietro Shakespeare ci sia Marlowe o un gruppo di drammaturghi nobili, o chissà chi, quello conta è che le sue storie sono bellissime e ancora oggi c'è gente che va a vederle. E la bar Trilogy è un esempio perfetto. 

Sui banchi di scuola

«Sono 28 anni che insegno lingua e letteratura inglese nei licei e 14 al Virgilio di Milano», esordisce Nicoletta Ferrari, «quando voglio far ridere i miei ragazzi leggo il sonetto Shall I compare (n. 18, ndr) e dico loro di tenersi a mente qualche strofa se vogliono far colpo in amore È la dimostrazione che Shakespeare non perde appeal anche sui banchi di scuola e non solo per i suoi pezzi di battaglia, Romeo e Giulietta, Otello, Amleto, Macbeth, King Lear, ma anche come poeta. Nessuna noia o sbadiglio quando leggiamo una sua opera in lingua originale, certo oggi noi insegnanti abbiamo più mezzi, il British Council ha creato una serie di video molto divertenti con attori che spiegano i vari personaggi, io faccio sempre vedere Shakespeare in love, è un modo per conoscere la società elisabettiana, è la decodifica visiva del suo modo di fare teatro: democratico, aperto a colti e analfabeti. Ciascuno pescava la similitudine o la metafora che gli era più vicina, e tutti si divertivano. La ricetta vincente per tenere viva l'attenzione è creare un parallelo tra la realtà nostra e quello che stiamo leggendo e in questo Shakespeare imbattibile, quando parla della sete di potere, di gelosia, di vendetta non c'è bisogno di spiegare, il rimbalzo alla notizia di cronaca è immediato. L'unico mio cruccio è di non poter affrontare La tempesta con i miei ragazzi, un'opera densa, ricca di spunti, ma troppo lunga e complessa. Non basterebbe un anno scolastico.

Il libro

E per questa ci affidiamo al teatro o al libro che Nadia Fusini, docente alla Normale di Pisa, ha appena scritto: Vivere nella tempesta (Einaudi, pp.200, euro 18,50). Un approccio personalissimo a quest'opera che le ha influenzato la vita e che leggendola sicuramente scaverebbe in noi dei ricordi: «Come quando si accosta all'orecchio una conchiglia e si sente il mare», scrive l'autrice. Siamo su un'isola nel Mediterraneo, ci sono esiliati, naufraghi e naufragi e mostri. Vi ricorda niente? Il bardo ci ha spiazzato ancora una volta.

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