Le culle vuote spiegate dalle millennial: non posso o non voglio avere un figlio?

Cosa fa paura alle trentenni italiane che non fanno bambini? Mentre le statistiche consegnano l'Italia a un destino di invecchiamento e calo delle nascite, abbiamo girato la domanda direttamente a loro

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Livia li chiama "esami-finestra": sono lo spiraglio che le permette di sbirciare nel suo futuro. «Servono a capire quanto posso aspettare ancora prima di diventare mamma, a 33 anni non ho più tutto questo tempo. Tu li farai?», mi dice. Li ha pagati 400 euro, uno sproposito per uno stipendio minimo come il suo, ma l'hanno aiutata a «stare più tranquilla». Ha una relazione dove il desiderio di un figlio pende più dalla sua parte che da quella della sua compagna e, dopo tanto precariato, un lavoro indeterminato, minacciato però da licenziamenti per motivi economici. Livia vorrebbe andarsene, magari tornare libera professionista, ma poi si dice: e la maternità? «Quando desideri un figlio, fai pensieri che prima non avresti mai fatto, di opportunità. Le fragilità da mettere in conto durante una gravidanza sono tantissime e almeno lì, nel posto fisso che ti sei guadagnata, trovi un riparo». E lei, di un riparo, ha ancora più bisogno: da omosessuale, sa che il suo cammino è ancora più difficile e costoso. «Devo strutturare così tanto la mia gravidanza, che se mi metto a pensare anche al dopo finisce che mi spavento, e poi un figlio non lo faccio più».

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Italia, il Paese senza bebè

Sicuramente non ne fanno (quasi) più gli altri italiani. Le stime Istat per il 2016 confermano la tendenza alla riduzione della natalità: appena 474.000 nuovi nati, circa 12.000 in meno rispetto all'anno precedente, un calo che colpisce tutto il nostro territorio, esclusa la provincia di Bolzano. I tassi di fecondità si riducono sotto i 30 anni e aumentano dopo; il numero di figli per donna è 1,34, in calo per il sesto anno consecutivo. In media, il primo parto è a 31,7 anni. Capire come si è arrivati a questo punto, con un Paese che nel 2050 sarà il terzo mediamente più anziano dell'Ocse, non è semplice. Le cause sono diverse, strettamente intrecciate. Sicuramente, tra le prime c'è la crisi economica. Sempre l'Ocse segnala che noi trentenni italiani dobbiamo affrontare disuguaglianze più forti rispetto ai nostri genitori o ai nostri nonni: dalla metà degli anni 80, il reddito dei 60-64enni è cresciuto del 25 per cento in più rispetto a quello di chi ha 30 anni in meno; tra il 2000 e il 2016, poi, il tasso di occupazione è cresciuto del 23 per cento tra i 55-64enni, calando invece dell'11 per cento fra i giovani. Basterebbero questi dati a farsi un'idea di che cosa scoraggia, almeno in parte, dal diventare genitori.

Voglio davvero essere una che usa la maternità come diversivo?

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Carlotta si ricorda di quando, ormai sette anni fa, pensava di essere rimasta incinta. Lei e il compagno vivevano con i genitori di lei, lo stipendio in casa era di 400 euro in nero al mese, «sarei stata felice, ma anche disperata dal punto di vista pratico». Un figlio alla fine non è arrivato, un lavoro a tempo indeterminato sì. Ma il posto fisso che avrebbe permesso una possibile maternità ha portato con sé altri dubbi. «Non voglio fare la giovane choosy, ma non ero felice in quell'ufficio. Mi ripetevo: se faccio un figlio, poi sono costretta a restare qui. Voglio davvero essere una che usa la maternità come diversivo, una mamma che torna a casa la sera incazzata? Non sarebbe giusto». Carlotta a quel lavoro era arrivata a fatica, dopo una laurea poco spendibile in ambito artistico e un master per riqualificarsi. Ha scelto di licenziarsi, ha avviato un'attività. «Finalmente il lavoro mi piace, ma ho appena iniziato e non posso proprio permettermi una gravidanza. Io e il mio compagno siamo soli, i nonni non sarebbero vicini, dovremmo pagare una babysitter, sempre con la partita Iva che ci osserva dall'alto». Intanto sono arrivati quelli che chiama i «fatidici 35 anni», quelli dell'orologio biologico: «Già il medico mi aveva detto che difficilmente avrei potuto avere figli. Ogni volta che prendo in braccio un bambino, mi sento un nodo dentro. Chissà, sono molto a favore delle adozioni».

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Precari nell'anima

Veronica ha 30 anni, è fidanzata da uno, è tornata al posto fisso dopo un periodo "free" («Le istituzioni ci hanno messo in condizione di essere flessibili, però il resto lo vogliono con i paletti: le banche, il mutuo»). Le piacerebbe un figlio, ma non lo fa. «Anche se forse sono più stabile dei miei genitori quando hanno avuto me, e senz'altro più stabile dei miei nonni quando hanno avuto i miei, alla fine mi sento troppo precaria per essere madre, nonostante il tempo indeterminato. Magari cambio idea a breve. Magari invece il precariato oggi è uno stato dell'anima». Sostiene che la nostra è una generazione «abituata al precariato», come se l'avesse assorbito dall'aria, e ora non riuscisse più a liberarsene. «Prima lo decideva la vita, quando arriva la stabilità. Ora lo decidi tu: ti devi assumere la responsabilità di essere stabile».

Oggi sei tu che ti devi assumere la responsabilità di essere stabile

Disorientamento. Lo chiama così, Maria Letizia Bellaviti, medico e psicoterapeuta: «Quasi un sentimento di dispercezione. Giovani donne con un percorso di studi complesso, avrebbero tanti sogni nel cassetto, però sono bloccate dalla situazione economica. O magari hanno faticato a trovare lavoro dopo la laurea, finalmente cominciano a sentirsi bene nei propri panni, e dicono di non volere figli. Incide anche sull'aspetto esistenziale, come se vivessero alla giornata, con progetti a breve termine. C'è tanta precocità di esperienze, dai viaggi al sesso, ma non una vera autonomia». Al disorientamento si aggiunge la paura di non essere all'altezza. Quel pizzico di incoscienza vitale che faceva metter su famiglia anche in tempo di guerra (chi, fra noi trentenni senza figli, non se l'è sentito dire?) sembra essere sparito. «L'aspettativa di vita in termini di qualità è sempre più alta. Non ci si accontenta più di godere di ciò che si ha. Questo può dare un senso di insoddisfazione, diventa necessario volere sempre di più», spiega Bellaviti. «Oggi i giovani sono iperstimolati, vivono sui social, un luogo di grande visibilità ma anche molto stressante. Stare all'altezza delle aspettative del gruppo è durissima. E l'ideale di perfezione è tirannico: non ce n'è mai abbastanza». Così si finisce per interrogarsi sul proprio essere un bravo genitore in potenza ("come si fa a essere una buona mamma" restituisce su Google quasi 5 milioni di risultati).

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Carlotta mi dice che «i bambini oggi vanno stimolati, hanno il tablet, parlano di argomenti che nemmeno padroneggio. Come faccio, in un tale labirinto di informazioni, a tirarne fuori il meglio? È una cosa che mi spaventa da morire, mi faccio un sacco di paranoie sul rescere i figli». Non è un caso, conferma Bellaviti, se sono soprattutto le donne a interrogarsi sulla genitorialità. «Siamo più abituate all'introspezione, al raccontarci, fin da bambine. C'è un istinto a guardare oltre, come una maggiore responsabilità. La donna sa che è il suo corpo che si modifica, sarà lei a dover adattare maggiormente i propri ritmi a quelli del bambino, forse si farà più carico dei figli dovesse arrivare una separazione – un pensiero che non viene esplicitato ma c'è, come una preveggenza».

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Le mamme che lavorano

«Se arranchiamo con un figlio, figurati con due». Francesca è avvocatessa e suo figlio l'ha voluto anche se stava facendo la pratica non retribuita. «Mio marito porta a casa uno stipendio normale, siamo consapevoli di aver fatto un salto nel buio. Ci vuole un po' di coraggio a fare figli oggi». Si racconta amareggiata, il bambino che non è riuscito a entrare al nido, i soldi per la babysitter che non ci sono, gli aiuti statali che «come sono entrati sono usciti». «Ho lavorato con lui che piangeva, per chiudere delle scadenze. Da casa è impossibile, ti distrai, lo puoi fare solo quando è appena nato. Sto pensando di cambiare mestiere». Mi dice che vorrebbe che la mamma lavoratrice non esistesse «solo sulla carta». Come vengono aiutate oggi dal Governo le madri che lavorano, in attesa della nuova legge di stabilità, è una domanda che abbiamo girato al ministero del Lavoro e delle politiche sociali. «La legge di bilancio 2017 ha istituito il cosiddetto bonus nido per i bambini nati o adottati dal 1° gennaio 2016. A ogni figlio, a partire da quest'anno, è attribuito un buono annuo di 1.000 euro per il pagamento delle rette dell'asilo, pubblico o privato. Il decreto introduce anche un beneficio di 1.000 euro massimo per l'assistenza domiciliare di bambini affetti da gravi patologie», spiega il sottosegretario Franca Biondelli. Già dal 2015, invece, è stato previsto il bonus bebè: «Per ogni figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, un assegno annuo tra 960 e 1.920 euro (80-160 al mese), secondo l'Isee, fino al terzo anno di vita del bambino, oppure fino al terzo anno dall'ingresso in famiglia del figlio adottato».

Infine, il "bonus mamma domani": un assegno di 800 euro una tantum che spetta alle donne che, a partire dal 1° gennaio 2017, siano arrivate al settimo mese di gravidanza, abbiano partorito, adottato o ricevuto un bambino in affidamento preadottivo. Queste, dice il sottosegretario, sono «alcune tra le misure che possono essere definite come più significative, comunque nella consapevolezza che questo percorso ci impegnerà anche in futuro».

Fino a ieri ero la stagista, e ora ho la faccia di una che potrebbe avere più di un figlio

E anche con prospettive incerte, all'essere genitori i millenial continuano comunque a pensarci: secondo il Pew Research center, il 52 per cento ritiene che sia «una delle cose più importanti» nella vita. «Ti racconto che cosa mi è successo in viaggio di lavoro», mi dice Livia. «Incontro uno che non conosco, mi chiede: e i figli dove li hai lasciati? Uno schiaffo. Me li sono persa per strada, mentre gli altri li facevano. Com'è possibile che fino a ieri ero la stagista, e ora ho la faccia di una che potrebbe avere non uno, ma addirittura più di un figlio? È come se tu fossi venuta al mondo programmata per questa cosa, e non riesci più a distinguere tra quello che vuoi e quello che pensi di dover volere. Ma l'unica cosa che sai è che un domani non potrai perdonarti di non aver fatto un bambino solo perché avevi dei dubbi».

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