#metoo, la confessione: "Non sapevo con che occhi guardarmi: vittima o carnefice di me stessa"

La testimonianza di una lettrice all'insegna dell'hashtag che invita le donne a condividere le loro storie di abusi e violenze di genere: "A 24 anni non avevo chiaro che stavo subendo una molestia", racconta

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Sorridi please, anche se ti senti una schifezza. L'ultimo giorno di lavoro ho anche portato i pasticcini in redazione. Per tre anni ha fatto l'autrice tv per un talk show. A ripensarci... è stato il clou dell'umiliazione. Non solo a 24 anni non avevo chiaro che stavo subendo una molestia (fatico a pensarla così anche ora), anzi credevo fosse nell'ordine delle cose. O addirittura qualcosa che avevo provocato con l'incapacità di interpretare le regole di quel mondo, ma soprattutto con una certa dose di fragilità emotiva. Io a una storia d'amore con il conduttore della trasmissione che mi aveva corteggiato in tutti i modi ci avevo creduto. Certo, avevo sottovalutato le avvisaglie, le sue martellanti richieste sessuali, intervallate da sfuriate senza ragioni apparenti. Un modo per attirare l'attenzione o solo testare le mie reazioni. Impietrita, speravo che qualcuno più alto in grado intervenisse. Lo fece una volta la produttrice con queste parole:"Dagliela una buona volta, così smette di farci vivere in tensione!".

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Nel lavoro ero brava, mi piaceva, e poi lui arrivava solo nel tardo pomeriggio. Con altri autori ci fermavamo per parlare della "scaletta", poi io e lui (entrambi senza vincoli familiari) continuavamo al ristorante. Era nata così quella storia. Proseguita con qualche cena a casa sua, talvolta con la figlia 11enne che aveva voluto farmi conoscere. Però non mi sentivo a mio agio. Oltre ad aver capito che la sua modalità di relazione era quella del gatto con il topo, sul lavoro i rapporti con i colleghi si stavano deteriorando.

La sua modalità di relazione era quella del gatto con il topo

Quando realizzai in che guaio fossi, presi le distanze, dicendogli, con le cautele del caso, che volevo chiudere. Da lì in poi è stato un crescendo d'insulti e ricatti. Mi estenuava costringendomi a lavorare fino a oltre mezzanotte, sosteneva che il mio lavoro fosse da rifare. Come quei picchiatori che sanno dove colpire per non lasciare lividi, non affrontò più l'argomento sesso. Salvo dire, in una riunione coi vertici in cui chiesi di esser spostata su un altro programma, "Ora dirai che ti ho molestato". "No", risposi seria, "sono stata io a molestarti, ora però cambiatemi posto". Tre mesi dopo, il contratto non mi fu rinnovato. Con il lavoro persi anche la casa che pagavo faticosamente con un mutuo. Mi sentivo come chi più cerca di uscire dal pozzo e più ci casca dentro. Non sapevo con che occhi guardarmi: vittima, carnefice di me stessa, credulona o fallita. Mi vergognavo solo all'idea di parlarne a qualcuno. La mia famiglia lontana pensava avessi trovato un bel lavoro.

Mi vergognavo solo all'idea di parlarne a qualcuno

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A un certo punto ho capito: l'unica era accettare di esser stata così debole. Ognuno può sentirsi vulnerabile in una fase o in un aspetto della vita. Non ne ero uscita bene, certo, ma far finta di esser Wonder woman non faceva che aumentare il disprezzo per me stessa. A tre anni da quella porta in faccia ho ricevuto una telefonata. Era il sindacato. "Abbiamo riscontrato un'irregolarità nella sua posizione all'interno dell'emittente". Qualcuno doveva aver fatto una denuncia. "Aspettavo questa telefonata da tempo", dissi tirandomela un po'. Avevo i requisiti per far causa all'azienda, mi dissero. Risultato: un risarcimento di 10.000 euro per adeguamenti contrattuali. Il premio alla mia forza di reagire. Tardiva, ma che soddisfazione.

(testimonianza raccolta da Monica Piccinni)

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