«Ecco in che modo mia sorella è riuscita a rubarmi il fidanzato»

Una pubblica umiliazione davanti alla famiglia intera è una sofferenza immensa, ma utile: ti insegna a perdere senza andare in pezzi, a smettere di gareggiare con le altre a capire che non devi essere perfetta, ma felice a modo tuo

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«Così potranno mangiarsi un hamburger in santa pace»: questo il commento di mio fratello alla notizia che il mio fidanzato aveva preferito nostra sorella a me. Quella assennata, con la testa sulle spalle e senza fisime vegane. Bea e Fabrizio in mia assenza si sarebbero finalmente lasciati andare al piacere della carne. Oddio, soffrivo solo all'immaginazione. Non sono stati molti i fidanzati che mi hanno lasciato, e forse anche per questo la volta con Fabrizio me la ricordo bene. Nel suo cinismo, mio fratello aveva dato voce ai suoi pensieri.

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I nostri genitori invece si erano astenuti. Non volevano prender posizione nei confronti dell'una o dell'altra figlia

Ma scegliere il silenzio in quel frangente significava proteggere se stessi dall'imbarazzo. Prendere le distanze dalla sofferenza, la cui unica destinataria rimanevo io. Una pubblica umiliazione. Sedotta e abbandonata davanti a coloro che per tutta la vita avevo cercato di portare dalla mia parte. Era come se Fabrizio, che prima di esser stato il mio fidanzato era un amico di famiglia, avesse confermato le loro convinzioni su di me: sì affascinante, ma a debita distanza. Molto meglio Bea, che al mio improvviso ritorno in Italia era rimasta in California, dove Fabrizio lavorava da sei anni in un'azienda hi-tech e dove io e lei qualche mese prima eravamo andate a frequentare un corso di lingua.

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Avevo preceduto Bea di tre mesi, mentre lei più giovane di un anno finiva gli esami all'università. Al suo arrivo ero contenta: avrei avuto una compagna di avventure. Le avevo organizzato un party di benvenuto. Emozionata le avevo confidato: «Con Fabrizio ci siamo messi insieme dopo due settimane dal mio arrivo. Te lo volevo dire di persona, non al telefono». Avevo anche trovato lavoro part time in un negozio di vestiti vintage. Quando rincasando una sera, sulla porta di casa Fabrizio mi gelò: «Devo dirti due cose, una brutta e una bella». Quella bella non l'ho mai saputa, perché quella brutta diceva qualcosa come «Mi sono innamorato di Bea». Immagino fosse accaduto nei pomeriggi in cui in negozio cercavo di distinguere un tessuto suede, scamosciato, da uno embossed, goffrato. Mi sono sentita come un pugile suonato.

È vero che con Fabrizio, a parte l'entusiasmo iniziale, erano più le volte che non ci capivamo che quelle che andavamo d'accordo. Una volta mi aveva domandato: «Come immagini la tua vita tra dieci anni?». «Ma se non so neanche cosa faccio domani!», avevo risposto notando il disappunto nei suoi occhi. Mannaggia, risposta sbagliata, pensai. Avevo 24 anni e il sogno impervio di fare la musicista. Difficile avere le idee chiare. Bea invece sapeva già dove andare, allenata da una ferrea disciplina da nuotatrice. Mentre mi disperavo, era lei la mia unica compagnia nei giorni prima del mio ritorno in Italia. Lei l'unica con cui sfogarmi. Mi ascoltava senza giustificarsi, come se quel loro amore fosse la cosa più inevitabile del mondo. E, nonostante io cercassi di farla sentire in colpa, lei non mi ha mai dato un appiglio. L'ho apprezzata per questo, perché così facendo mi ha aiutato ad accettare prima la situazione.

Il loro sarebbe stato un fidanzamento in piena regola, anche se inizialmente a distanza. Il Natale successivo infatti Fabrizio venne a festeggiare con noi in famiglia. Per fortuna nel frattempo avevo imparato la lezione: non si può piacere a tutti. Anzi, già piacere a se stessi è un'abilità. E io non l'avevo ancora sviluppata. Per questo cercavo il verdetto di un autorevole giudice: i miei, Fabrizio o chiunque altro. Saperlo è stato decisivo.

Dovevo reagire, lasciando perdere le gare più o meno inconsce con mia sorella e con le altre più alte, più magre, più determinate di me

Dovevo permettermi di perdere senza andare in mille pezzi. Senza una botta simile avrei impiegato ere geologiche ad accettare i miei «chissà che faccio domani». Non dovevo essere perfetta, solo felice a modo mio. È stato doloroso, ma per fortuna alternative non ce n'erano. In quel periodo, ho cominciato a suonare in un'orchestra multietnica, stavo prendendo la mia strada. Dopo tre anni di fidanzamento atlantico Bea si è fidanzata con il vicino di casa e ha salutato via Skype un Fabrizio esterrefatto. Le etichette non valgono per nessuno. Avevo superato la prova. E con Bea non c'è stato bisogno di aggiungere altro.

(testimonianza raccolta da Monica Piccini)

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