A che punto siamo con i diritti delle donne in Italia e nel mondo?

Uno sguardo ai diritti alla condizione femminile in diversi Paesi, dove vigono ancora incredibili divieti e la parità è molto difficile da ottenere

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A che punto siamo, nel mondo e nel nostro Paese, sul tema dei diritti delle donne? Sul piano delle grandi enunciazioni di principio i diritti per i quali le donne hanno cominciato a combattere fin dalla seconda metà dell'Ottocento (ricordi le suffragette? Loro lottarono per il voto, come documentato anche da un recente film) sono svariati: per esempio all'integrità fisica, all'autonomia, alla libertà sessuale, al voto, a poter accedere alle cariche pubbliche, a stipulare contratti, a un eguale trattamento nel diritto di famiglia, al lavoro, a una paga equa e uguale a quella degli uomini, al controllo sulla riproduzione, alla proprietà, all'educazione.

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Ma in certi casi le discriminazioni più odiose sono anche quelle apparentemente più trascurabili, talvolta folcloristiche al limite del grottesco.

In Arabia Saudita, per esempio, i diritti negati alle donne sono incredibili: le donne non possono guidare né uscire di casa da sole; nello stato indiano del Gujarat le nubili non possono avere un cellulare; nello Yemen non possono testimoniare nei processi per adulterio (guarda caso), sodomia (!), furto e diffamazione; in Sudafrica la legge ammette che le bambine possano sposarsi, sempre che abbiano compiuto 12 anni...

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Ma ci sono casi strani e curiosi anche in parti del mondo che uno crederebbe insospettabili: nel Regno Unito le donne non possono arruolarsi nel corpo dei Royal Marines. In America Latina l'aborto è negato del tutto in alcuni Paesi e concesso in altri (Haiti, Honduras, Venezuela, Ecuador, Guatemala, Argentina e Paraguay) solo in caso di pericolo di vita o di stupro (Brasile e Panama). In Madagascar c'è uno specifico coprifuoco che obbliga le donne, e solo le donne, a starsene a casa dopo il tramonto.

Da altre parti non è nemmeno prevista la possibilità dello stupro ad opera del marito (Bangladesh, Singapore, Sri Lanka, Birmania). In Israele la legge ebraica impedisce alle donne di chiedere il divorzio. In Giordania, Libano, Algeria, Tunisia e Iraq allo stupro si pone riparo non con la galera per il colpevole, ma con la «galera» per la vittima, perché la donna viene costretta al matrimonio «riparatore».

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Una discriminazione molto comune riguarda la retribuzione sul lavoro, generalmente sempre inferiore a quella dei maschi. Secondo un rapporto diffuso dalle Nazioni Unite in occasione dell'otto marzo 2016, in Europa le donne guadagnano in media il 16,1% in meno dei loro colleghi uomini, sebbene da 56 anni viga (in teoria) la parità di retribuzione.

Quello che il rapporto non dice fa altrettanto male. Per esempio, il fatto che di recente la corte di Strasburgo abbia stabilito che, a proposito di aborto in Italia, è «a rischio la salute delle donne» visto l'alto tasso di obiettori di coscienza (esempio di scuola su come auto-affondare una buona legge).

In Europa

Secondo l'Inca Cgil, che è un osservatorio per le politiche sociali in Europa con sede a Bruxelles,

«La quota di donne che lavorano è cresciuta incessantemente in Europa negli ultimi anni, e il livello d'istruzione delle donne è oggi superiore a quello degli uomini. Ciò nonostante, la maggior parte delle donne sono ancora escluse dai vertici della vita sociale, economica e politica. La differenza media di retribuzione tra uomini e donne, ad esempio, si è stabilmente assestata sul 15% dal 2003, scendendo di un solo punto dal 2000, e la maggior parte delle donne recentemente affacciatesi sul mercato del lavoro sono entrate in settori e professioni dove si riscontrava già una forte presenza femminile. La presenza di donne dirigenti nelle imprese ristagna al 33%, mentre progredisce assai lentamente in campo politico; infatti appena il 23% dei parlamentari nazionali ed il 33% degli eurodeputati sono donne. Lo stesso dicasi quanto alla presenza delle donne nei governi nazionali, che da alcuni anni viene regolarmente monitorata dalla Fondazione Robert Schumann per tutti i paesi dell'Unione Europea. Un recente studio della CES (Confederazione europea dei sindacati) mostra come anche tra le organizzazioni dei lavoratori la presenza delle donne nei posti di responsabilità sia ancora troppo debole, nonostante sia in crescita l'affiliazione delle donne ai sindacati di tutta Europa».

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In Italia

Per l'Italia, già i troppi «femminicidi» dovrebbero suggerire che ancora c'è qualcosa che non va, come minimo. E forse non è neanche il caso di ricordare come da noi siamo ancora ben lontani dalla parità di retribuzione a parità di lavoro.

Sul fronte del pittoresco, ti basti pensare al caso piuttosto folcloristico di Cortina d'Ampezzo. A Cortina le (medioevali) Regole d'Ampezzo impediscono alle donne di ereditare terreni, a meno che non abbiano fratelli maschi e a patto che non sposino forestieri o uomini che non appartengono a famiglie regoliere, quelle storiche, per intenderci. Incredibile ma vero: in questa amena landa tra Veneto e Alto Adige vigono ancora leggi vecchie di 1.500 anni, che vengono discusse alla «Ciasa de ra Regoles», la casa delle Regole, da 1.200 regolieri ovviamente tutti uomini, che di adeguarsi ai tempi nuovi non hanno gran voglia.

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I diritti delle donne nel mondo

In Scozia il primo ministro è donna (e il Regno Unito ha avuto Margaret Thatcher), ma, tanto per dire, lo statuto vecchio più di 270 anni del prestigioso club di golf Muirfield vieta alle donne di far parte del consiglio direttivo.

Nicola Sturgeon, la prima ministra, su Twitter ha scritto che «la Scozia ha donne leader in ogni settore. Siamo nel 2016, tutto ciò è indifendibile», ma Peter Allis, commentatore sportivo della Bbc, ha rintuzzato suggerendo che se un'esponente del gentil sesso vuole avere voce in capitolo nel club farebbe bene a «sposare un membro».

Dall'Iran degli ayatollah (dal '78), che aveva promesso più emancipazione, arrivano notizie di modelle, truccatori, fotografi e gestori di saloni di bellezza arrestati per aver pubblicato su Instagram foto di donne non velate, e quindi colpevoli di aver diffuso «promiscuità e cultura immorale e anti-islamica».

In Iran le donne non possono nemmeno cantare da soliste in pubblico, come ha di recente raccontato Kimia Ghorbani a The voice of Italy, né assistere a partite di calcio o di pallavolo.

Non a caso l'Iran è uno dei soli tre Stati (gli altri due sono Sudan e Somalia) che non hanno aderito alla Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne adottata nel 1979 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed entrata in vigore nel 1981.

La Convenzione, che tra l'altro è stata solo firmata ma non adottata dagli Stati Uniti, definisce così le discriminazioni:

Ogni distinzione, esclusione o restrizione compiuta sulla base del sesso che abbia l'effetto o il proposito di ostacolare o annullare il godimento o l'esercizio da parte delle donne, a prescindere dal loro stato civile, sulla base dell'eguaglianza tra uomini e donne, dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel campo politico, economico, sociale, culturale, civile, o in ogni altro campo.

Epperò c'è chi crede, tieniti forte, che le donne «non dovrebbero ridere in pubblico», è l'opinione del vice primo ministro turco Bülent Arınç: per gentiluomini come lui quelle riportate sopra sono solo parole su un pezzo di carta.

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