«Le mie amiche mi chiedono: come fate a vivere da separati in casa?»

Si fa, rispondo, per amore delle bambine, e alla fine alla farsa ci si abitua: ha il sapore di un avanzo, ma è pur sempre cibo

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«La mia amica Lucia dice che i separati in casa sono dei poveri cristi, paralizzati dalla paura. Coniugi senza amor proprio, incapaci di rinunciare alla foto incorniciata in salotto, quella bella, dove son venuti tutti da Dio. Può darsi abbia ragione lei, ma io non ce l'ho fatta a lasciare Andrea. Neppure quando ho scoperto (lo sospettavo da tempo) che mi tradiva con la collega di studio. Le nostre figlie Claudia e Giulia hanno otto e quattro anni, sono ancora troppo piccole. Così dopo un mese di tensioni e valigie aperte sul pavimento, abbiamo deciso di restare in casa entrambi, stabilendo civilmente i reciproci turni di uscita serali. Da quel momento le bimbe non fanno che annusarci, ronzandoci intorno. Fiutano distanza, hanno paura di perdere le nostre tracce. Siamo sposati da dieci anni, ma Andrea ha smesso da tempo di chiedermi la sera: «Dai, togliti questa corazza», riferendosi al mio pigiama. Perché la mia risposta è sempre stata la stessa: «Sono stanca morta. Domani». E a furia di domani è finito a letto con la collega, sposata anche lei. Infelice anche lei. La sera in cui l'ho sorpreso in bagno al telefono con quella lì, quando i nonni ci hanno riportato le bimbe, dovevamo avere delle facce tali che Claudia, la nostra grande, ha esclamato: «Dai, tutti insieme nel lettone!». Non avevo fatto i conti con lei. Che adora suo padre. Quando lui le ha detto che sarebbe andato a dormire sul divano, lei l'ha guardato con aria di sfida e ha risposto: «Allora vengo anch'io!».

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Risponde Barbara Alberti

Così è rimasto nel talamo coniugale. Ma lei non smette di starci addosso, sbaciucchiandoci rumorosamente. Più del solito, più del dovuto. Per paura del silenzio e della sottrazione. Quando ci trova per caso vicini in cucina, ci corre incontro e ci abbraccia intimandoci: «Datevi un bacio!». E noi obbedienti, eseguiamo. Ed è tutto così distante e vicino. Così finto e maledettamente reale da farmi salire un groppo in gola. In fondo questa farsa mi rassicura e mi disgusta, perché ha il sapore di un avanzo, ma è pur sempre cibo. È buffo, da quando abbiamo deciso di vivere separati in casa siamo più garbati. Abbiamo ripreso a farci le domande che ci facevamo all'inizio: «Vuoi dell'acqua?», «Ti spiace se leggo un po'?».È solo sparita la parola amore. Poi stiamo molto attenti nel lettone a non sfiorarci con i piedi, con prudenza e un improvviso pudore. Perché il suo corpo, la sua schiena, le sue palpebre chiuse quando si addormenta davanti alla tv, hanno una familiarità così potente e dolorosa che devo distogliere lo sguardo. Ci alterniamo nelle uscite serali, ma quando arriva il suo turno e si prepara per raggiungere "gli amici", io non riesco a fare a meno di notare i dettagli: che camicia si è messo, se si profuma o no. Sia chiaro, non lo amo più, ma continuo a sentirlo parte di me. E il controllo parte in automatico. Abbiamo amici separati in casa che invertendo la trasgressione hanno ripreso a fare l'amore. Molto meglio di prima. È tale il caos che alla fine il gusto del proibito, esausto, si rinfila tra le lenzuola di casa. Quante capriole! A me ne è bastata una. Ora ci tiene uniti la paura di chiudere e fare un salto nel vuoto. Si fa presto a dire lanciate il cuore oltre l'ostacolo. E poi?

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Io a 50 anni suonati non sento pulsioni da riconquista. La sera spegniamo la luce dopo aver depositato il cellulare sul comodino a faccia in giù, come si vergognasse di mostrare la verità. Da un paio di mesi ho iniziato a vedermi con un ex compagno di università, mi piace il suo sguardo su di me. Punto. E a lui, che mi chiede come si possa vivere separati in casa, rispondo come un mantra: «Stiamo insieme per le bimbe». Lo dico a tutti, e alla fine non mi sopporto. L'altro giorno abbiamo dovuto spiegare a mia suocera la situazione. Andrea le ha parlato come uno scolaretto che ricorda male la poesia. Lei ci ha guardato con una distrazione insolita. I suoi occhi erano spenti ma il cristallino della cataratta luccicava con un bagliore freddo, estraneo. Dopo un silenzio interminabile ha bisbigliato: «Che Dio vi benedica». Come fossimo malati. Chissà, forse un po' lo siamo davvero.

Quella stessa notte, siamo rimasti svegli, di spalle, fingendo un respiro regolare. Occhi aperti nel buio, fermi come gechi sul muro, pronti a inghiottire la verità.Quale? Che la nostra storia è finita da quel dì. Ma la locomotiva coniugale continua ad andare perfettamente. Il tavolo, la mattina, è sempre apparecchiato per quattro con le tazze colorate, i tovaglioli di carta, i cereali. A volte mi sveglio sopraffatta dal rancore. Poi mi basta vedere Giulia per mano a suo padre mentre scende le scale di casa per quietarmi. Quanto dureremo così? Chissà. Dipende da noi e da come butta il domani. Il compromesso coniugale è una dolorosa alternanza di luce e buio, di solitudine e vicinanza. Come il faro bianco e rosso di Peggy's Point in Nuova Scozia, dove andammo in viaggio di nozze».

(testimonianza raccolta da Francesca Tumiati).

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