Femminicidio: quella libertà delle donne che non va giù ai maschi

È ripreso il tragico conteggio delle donne uccise o sfregiate da compagni, mariti o ex, e due esperte consigliano: ora occupiamoci degli uomini

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Il femminicidio ha ripreso il suo tragico conteggio. Al 16 gennaio, le donne aggredite o uccise dalla violenza maschile sono quattro: Gessica Notaro, 28 anni sfregiata con l'acido dall'ex fidanzato Edson a Rimini; Ylenia Grazia Bonavera, 22 anni, a cui ha dato fuoco sul pianerottolo di casa a Messina, l'ex Alessio, dall'ospedale lei lo difende. Poi si passa tragicamente agli omicidi: ultimo Teresa Cotugno, 50 anni, uccisa dal marito a Santa Maria Capua a Vetere e Rosanna Belvisi, 50 anni, sgozzata dal marito a Milano. Il movente è lo stesso: la gelosia, o la minaccia di lasciare il partner. Si aggiunge al conto la morte di Tiziana Padovani, 54 anni, uccisa sempre a Milano da un tossicodipenente, forse non è femminicidio, ma il risultato non cambia.

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Acido e fuoco

E quando l'aggressione si configura con lo sfregio, ci si chiede se stiamo andando verso una deriva machista, propria di civiltà meno evolute o di culture patriarcali arretrate. «Lo sfregio non è un fenomeno nuovo, e non é solo italiano», precisa la sociologa Chiara Saraceno. «Pensiamo all'uso di sfregiare il viso con il coltello, specie nel Mezzogiorno, alla donna che ha "sgarrato", ma in India si getta acido o olio bollente sulla donna di cui ci si vuole disfare. Quando non c'è l'intenzione di uccidere, c'è comunque quella di menomarla specie nei suoi tratti più visibili e comunicativi, come il viso, con l'intenzione di annullarla. E di farla soffrire molto». Cosa hanno di diverso questi uomini che attaccano mogli ed ex compagne? «L'incapacità drammatica e tragica di gestire la conflittualità o la separazione e di usare strumenti rudimentali, proprio di una civiltà patriarcale atavica per affrontare la frustrazione», aggiunge Maura Misiti, demografa, primo ricercatore presso l' Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr. «La donna è considerata un possesso maschile, poi la violenza di genere si declina secondo il contesto culturale o locale, ma va al di là di religioni e stereotipi sociali come il machismo latinoamericano».

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Il paradosso nordico

Un esempio è l'indagine condotta dall'Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra) che ha indicato il cosiddetto «paradosso nordico». «Tutti si aspettavano che il Sud Europa avesse livelli di violenza di genere più alti, invece sono i Paesi del Nord Europa a guidare la classifica», prosegue Misiti. Guida la classifica la Danimarca con il 52 per cento delle donne che almeno una volta hanno subito violenza, segue la Finlandia con il 47 per cento e la Svezia con il 46 per cento. L'Italia è diciottesima con il 27 per cento. «I fattori sono tanti, le donne nordeuropee sentite al telefono per l'indagine hanno meno reticenza a confessare la violenza subita, noi, e parlo delle italiane, abbiamo vergogna perché in un certo senso ci sentiamo sempre in colpa, poi le donne scandinave hanno raggiunto posizioni più elevate nel lavoro e nella società quindi sono più esposte, alla fine c'è il fattore alcol, il consumo nei Paesi nordici è di molto superiore anche nella dieta normale, e l'alcol è uno dei moltiplicatori della violenza».

Parliamo dei carnefici

Al di là dei dati, ci troviamo di fronte a un modello femminile che rivendica i suoi diritti e scardina gli equilibri. «Il modello maschile non è più dominante, ma è ancora quello di riferimento», conclude Misiti. «Ecco perché l'attenzione si sta spostando sugli autori delle violenze, per le donne l'esigenza di libertà di decidere da sole è un dato di fatto, per gli uomini, rispettarla, non è ancora così scontato».

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