Pedofilia: noi che siamo sopravvissuti agli orchi

Nella Giornata nazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, che si celebra il 17 novembre, facciamo il punto sul fenomeno degli abusi sui bambini: per le vittime è un abisso di sofferenza dal quale è difficilissimo risalire, Gioia! ha incontrato quelli che ce l'hanno fatta

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L'inferno è un posto fatto di vampiri e di orchi e di incubi che non finiscono la mattina. L'incubo più recente l'hanno smantellato pochi giorni fa le forze di polizia internazionali: una rete di pedofili di 45.000 affiliati (tra cui sette italiani), che si scambiava foto e filmati e adescava minori sul Web. L'inferno, dunque, è insospettabilmente vicino e minaccioso, ma spesso sottovalutato. Per misurare tutto il male che può fare, ho guidato quattro ore, un sabato mattina, fino a un piccolo paese al fondo di una valle di montagna. Mi sono trovata in un albergo colmo di persone scelte a caso dal destino, con vite segnate dalla paura e dalla vergogna, da segreti cattivi e dall'esperienza di corpi umiliati, violati, venduti. Nell'infanzia di tutti loro c'è stato un buco capace di risucchiare i pensieri belli, i giocattoli, la copertina della nanna e il lieto fine delle favole, trasformando un papà nell'uomo nero, la casa di un vicino nel palazzo degli orrori e l'esistenza intera in una tragedia dell'assurdo, dove i buoni diventano cattivi e i grandi torturano i bambini nel silenzio e nell'indifferenza di chi sa. C'è stata la pedofilia. Un orrore spesso invisibile agli occhi, non perché a distanza di sicurezza, ma perché troppo spaventoso e troppo vicino per metterlo a fuoco senza rimetterci il sonno.

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Tuttavia, dall'inferno si può tornare indietro. Tornare e ricominciare a vivere. A patto di volerlo. A patto di spezzare la consuetudine con la sofferenza. A patto di avere qualcuno che ti accompagna lungo la strada di ritorno alla vita. Questo qualcuno c'è e si chiama Massimiliano Frassi. Uno che, a sentirlo parlare, potrebbe essere uscito dai Fioretti di san Francesco come da un film di Almodovar, e che ha un cuore e un'anima grandi a sufficienza da tenerlo a galla tra tsunami di dolore che affogherebbero chiunque. Molti lo ricordano per il libro che scrisse vent'anni fa sui bambini delle fogne di Bucarest e finì in tv, da Costanzo, diventando un caso, ma non tutti sanno che da allora, con la sua associazione Prometeo, dedica la vita alle vittime degli abusi. Bambini, ex bambini, genitori. Piccoli e gente di 80 anni. Li accoglie, dà loro un supporto sociale e giuridico, li indirizza sul percorso terapeutico.

Per uno che denuncia l'aguzzino, nove restano in silenzio

È lui che mi ha invitata qui dove i «sopravvissuti», come li chiama, si incontrano per condividere le loro storie. «Li vedo arrivare con uno zaino pieno di sassi. Se lo portano dietro da quando erano piccoli. E non hanno l'idea della forza che hanno avuto per arrivare fin qui. Sono eroi, ma non lo sanno. E qui non insegniamo niente: facciamo solo da specchio perché loro vedano chi sono realmente», racconta prima che comincino a parlare loro, i portatori di sassi. Che sono tanti, tantissimi, un'infinità inaspettata per me che guardo e ancora non so che la pedofilia è come un colossale blob che entra ovunque, nelle case borghesi come nei palazzoni popolari, e di cui è impossibile dire le dimensioni esatte. «Gli ultimi dati della polizia rivelano che gli abusi su minori sono cresciuti del 30 per cento, che i potenziali pedofili nel nostro Paese sono 100.000 e che negli ultimi tre anni sono state arrestate 2.000 persone per reati connessi alla pedofilia», dice Frassi. «Ma questi numeri non vogliono dire niente. Per una persona che denuncia il suo aguzzino, nove restano in silenzio. Ogni volta che organizziamo una conferenza, qualcuno ci chiama per chiedere aiuto. L'altra settimana eravamo in Calabria: il giorno dopo ci hanno cercato in 16. Dopo l'ultimo post su Facebook hanno scritto in 18. Tutte vittime di abusi. Dovessi basarmi sull'esperienza, direi cheuna persona su quattro ha un passato di violenze».

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Era il vicino di mia nonna. Un vecchietto apparentemente dolcissimo con la casa piena di oggetti meravigliosi.

Entro in sala e ascolto Elisabetta che è una «veterana» dei gruppi. Una di quelli che hanno completato la digestione del dolore e ora sono lì per dire agli altri che rinascere è possibile. Aveva nove anni quando è cominciato l'incubo. «Era il vicino di mia nonna. Un vecchietto apparentemente dolcissimo con la casa piena di oggetti meravigliosi. Un giorno esce sul pianerottolo e mi dice: vieni, c'è il tè con i biscotti. Ha cominciato a usare su di me gli oggetti con cui prima giocavo. Mi torturava usando la Barbie e, intanto, sua moglie toglieva la polvere. Ho provato a dire a mia madre che non volevo più andare dalla nonna, ma se l'è presa. Così ho chiesto dei pattini per avere una scusa per tutti quei lividi con cui tornavo a casa. Mi vergognavo troppo per dire la verità». Le violenze sono durate due anni. Poi la vita è andata avanti e i ricordi brutti sono finiti in qualche angolo della memoria. «Ho retto finché a mia figlia non hanno regalato una Barbie. Lì ho fatto bum: tutti i ricordi sono tornati a galla. Ho cercato di schiantarmi con l'auto contro un pilone. Mi ha salvata la telefonata di un'amica». Così approda a Prometeo. «Lì non ho potuto dire: ma tu non sai. E ho capito che con quel dolore posso convivere. Non vuol dire che non piango più, ma che oggi ho il volante della mia vita. Al primo Natale, Frassi mi ha regalato una Barbie. Mi ha detto: guardala per quello che è. Io l'ho fatto. Era un giocattolo».

Ho iniziato a pensare che le cose brutte che mi capitavano fossero colpa mia. Il cortocircuito della vittima.

Le parole di Sofia fanno la staffetta con lunghi silenzi pieni di lacrime. «Mio padre era un militare, mia madre depressa. Una famiglia anaffettiva in cui lo zio era l'unico dispensatore di attenzione. Ma erano attenzioni malate in cui il bene e il male si confondevano. Quando lui si avvicinava a me vivevo una specie di morte apparente: credo che la passività lo attirasse. Nel resto del tempo piangevo per ogni cosa. Ho iniziato a pensare che le cose brutte che mi capitavano fossero colpa mia». Il cortocircuito della vittima. «Ancora cerco pretesti per soffrire: sono abituata al buio, nelle giornate di sole mi sento un pesce fuor d'acqua. Ma qui riesco a mettere ordine. Le parole escono dalla cantina e tutto diventa reale».

Reale come la storia di Marianna. «Era l'estate dei miei otto anni ed ero in vacanza da mia nonna, al Sud. Ero in cucina a guardare i cartoni. Mio zio che aveva 20 anni si è avvicinato e mi ha detto: vuoi giocare con me? Ha iniziato così e continuato tutta l'estate e anche quella dopo, violando ogni parte del mio corpo, infilandosi nel mio letto di notte, trascinandomi in cantina con lui. Mi sentivo colpevole e tacevo. Finché ho detto a mia madre una mezza verità. Lei ha risposto: pazienza, è successo, dimentica. Lui si è giustificato dicendo che il vicino lo faceva con la sorellastra. Io però a 12 anni ero già anoressica». Ci ha messo anni per spezzare la catena del dolore. Oggi ha una vita serena e un marito che chiama "principe azzurro", ma gli anni persi a curarsi dalla depressione, dai disturbi alimentari, dalla voglia di morire, dice, non glieli restituisce nessuno. «Il pedofilo è un vampiro che ruba l'anima dei bambini e lascia lì un corpo vuoto».

I pedofili non sono malati, la loro è una scelta lucida

Bianca ha trent'anni, una bella faccia, tre bambini e gli occhi limpidi di chi ha chiuso i conti con i ricordi. A Prometeo ci è arrivata perché aveva denunciato il suo aguzzino e non sapeva se la denuncia era in regola. Come spiega Frassi, le carte erano a posto, ma non sempre questo basta. Perché magari le denunce arrivano sul tavolo di giovani appuntati senza formazione specifica, o perché la follia del dolore toglie credibilità a chi accusa. La sua storia sembra un film dell'orrore. Perché di pedofili ne ha incontrati tanti e con uno ci viveva. Era suo padre. «Da quando ho memoria ricordo le sue violenze. Lui abusava di me e mia madre faceva finta di niente. Alle medie, ha cominciato a vendermi ad altri. Venivano a casa o venivo portata io da loro. Mi dicevano: sei brutta, sei cattiva, fai schifo. Pensavo di meritarmelo. I professori non capivano perché scoppiassi a piangere senza un motivo o perché avessi le braccia piene di tagli. Io così chiusa, mio fratello così brillante». A 18 anni è scappata di casa. «Non dimentichi, ma trovi un cassetto in cui chiudere i tuoi ricordi. E decidi tu quando riaprirlo». All'inizio si chiedeva perché suo padre fosse così, poi ha smesso. «Mio padre è così perché al mondo esistono persone del genere. Non sono malati. I pedofili non lo sono mai: il male è una scelta consapevole e lucida. Mio padre e mia madre sono laureati. Non ci mancava nulla: una bella casa, scuole private. Lui ha una bella carriera, è impegnato in politica, è un cristiano praticante. E così i conoscenti a cui mi vendeva: un farmacista, un parroco, dei medici, dei politici. Nessuno di loro ha una giustificazione. Neppure essere stati abusati lo sarebbe. C'è sempre una possibilità di scelta. Io, che questo male l'ho subito, non lo farei a nessuno. Io ho scelto un'altra strada».

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