Terremoto in Centro Italia: le storie di chi vuole ricominciare a vivere

Da Camerino a Norcia, da Visso a Tolentino: ecco come si convive con le scosse quotidiane tra la tentazione di scappare e il desiderio di normalità

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Le scosse del 26 e 30 ottobre hanno epicentri che sono cartelli lungo le strade della mia infanzia: Castelsantangelo sul Nera (5,4 della scala Richter); Ussita (5,9); Preci (6,5). Sono indirizzi di compagne di scuola, pomeriggi a pattinare sul ghiaccio, primi amori inevasi. Il terremoto, se cresci sui monti Sibillini, è un'abitudine spaventosa. Ma questa volta è diverso. Perché è stato fortissimo, sì. Devastante. E non sai quanto sei legata a certi profili di tetti, finché non li vedi rovesciati per terra. Ma anche perché, questa volta, è la mia generazione a essere "terremotata". Nostre le case da reinventare, nostri i bambini da tranquillizzare; nostri i lavori da conservare, i genitori da mettere in salvo. Tocca a noi, stavolta, trovare il modo di ripartire. Magari altrove.

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Laura, 46 anni, Camerino

Noi eravamo già sfollati, tra i pochi qui dopo la scossa del 24 agosto, e avevamo ben presente il rischio. La mia generazione, in queste zone, è cresciuta col terremoto: 1979 a Norcia, 1997 a Colfiorito, e adesso questo. Ma da bambina era tutto più vago: si dormiva con la tuta, le scarpe sotto il letto, la luce accesa – questo mi ricordo. Invece ai miei figli è crollata addosso casa loro. Mio marito lavora alla protezione civile, e li avevamo preparati: in caso di terremoto sapevano cosa fare, e hanno aspettato immobili che raccogliessimo l'essenziale prima di scappare. Subito abbiamo cercato di non drammatizzare, ma dopo le scosse di ottobre, dopo essere fuggiti un'altra volta, dopo aver passato notti in macchina, abbiamo capito che ce ne dovevamo andare.

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Abbiamo mostrato loro le macerie e i filmati, abbiamo cercato di spiegare che la paura è sana, ma bisogna reagire. Siamo vivi, stiamo bene, possiamo ripartire. Ci siamo trasferiti a Siena, perché mio marito lavora qui; li ho iscritti a scuola, ho chiesto la domiciliazione sanitaria. Non credo che tornerò ad abitare a Camerino, ma mi sento ancora parte di quella comunità, e il mio contributo adesso è stare lontana: non impicciare. Abbiamo perso tutti tutto, questo è sicuro, ma è più importante la serenità dei ragazzi. E come sull'aereo, prima di pensare agli altri, la maschera devi mettertela tu.

Federica, 44 anni, Tolentino

Abito a Milano, ma i miei genitori sono di Tolentino, e già dopo il terremoto di Amatrice ero preoccupata: mamma viveva sola con papà, completamente invalido, in un appartamento al settimo piano. Impossibile scappare. Per questo avevo provato a fare una segnalazione, quest'estate, ma in comune non avevano pensato a un coordinamento preventivo dell'emergenza. Quando ci sono state le due scosse del 26 ottobre, e tutti hanno passato la notte fuori, mamma e papà sono rimasti in casa: immaginate lo stato d'animo. Li ho raggiunti appena possibile, ma dopo la terza scossa è bastato affacciarmi alla finestra per capire che lì non si poteva rimanere. Abbiamo caricato papà in macchina – e la sua carrozzella, le sacche, le medicine, i pannoloni – e siamo partiti.

Il punto di smistamento sembrava un girone dantesco: non potevamo aspettare. Dopo una prima notte a Pesaro ci hanno segnalato l'Hotel Cosmopolitan di Civitanova, con camere attrezzate per disabili. A 80 euro a notte, pasti esclusi, sembrava una soluzione. Certo: temporanea. Ma mentre cercavo di capire con i servizi sociali quale potesse essere quella definitiva, dall'albergo arrivavano i primi segni d'insofferenza. Per questo mi sono affrettata a prenotare la stanza per altri 10 giorni, verificando la disponibilità e saldando il conto fin lì come caparra. Poi sono ripartita, vagamente sollevata. La mattina dopo mia madre è stata convocata in direzione: per un errore al desk, tutte le (sei!) stanze per disabili risultavano «da tempo» prenotate, non è che potevano cortesemente trasferirsi in una camera normale? Umiliata e furibonda, mamma ha deciso di togliere il disturbo. Ora sono ospiti di un'amica generosa.

Giuseppina, 47 anni, Visso

Sono assistente capo del Corpo forestale dello Stato, presso il Coordinamento territoriale per l'ambiente nel Parco nazionale dei monti Sibillini. Il nostro ufficio è inagibile: ci siamo trasferiti a Macerata, da dove coordiniamo le pattuglie sul territorio in collaborazione con la protezione civile. La mia famiglia invece è in un campeggio di Porto San Giorgio: faccio la pendolare. Ma rimanere a Visso, con l'inverno che si avvicina, non era possibile. Non solo.

Dopo il terremoto del 24 agosto mi sono messa a disposizione: mi hanno subito mandato a Pescara del Tronto, a scavare tra le macerie. Ho estratto solo persone vive – per fortuna – ma è stata un'esperienza sconvolgente. La sera del 26 ottobre, durante la scossa, per la prima volta ho pensato: «Adesso muoio. Adesso mi casca il tetto in testa come a quei poveretti». E sono rimasta lì, paralizzata. Ho visto cosa può fare il terremoto da vicino – ho visto la gente per terra coperta da un lenzuolo – e ora ho più paura.

Rosella, 45 anni, Camerino

Abitavamo tutti nella zona rossa: io, mio fratello, i miei genitori ottantenni. Dopo la prima scossa mi sono mossa per andarli a prendere: ero a pochi metri dal campanile quando è crollato. Un rumore indescrivibile – di pietra e di campane – e una valanga di detriti in bocca, negli occhi, nel naso. Mi sono buttata a terra, sopra di me oscillava il palazzo dei miei genitori, e ho urlato disperata: «Mamma! Papà!». Per fortuna è andata bene. Quando i vigili del fuoco ci hanno riaccompagnato a prendere l'indispensabile, sembrava che ovunque fosse passato un rullo compressore. E poi l'odore: la puzza del cibo in avaria.

Adesso siamo a San Benedetto del Tronto, qui funziona tutto: mio padre può continuare le sue terapie, i figli di mio fratello vanno a scuola, io ho una camera, un bagno, e col tempo riprenderò a fare l'avvocato. Si ricomincia dalle piccole cose: una cena con gli amici, una messa in piega, un corso in palestra. Ma per la prima volta penso che potrei non tornare. E fa male: è il mio territorio che si spegne.

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