Il futuro del pianeta è in mano alle bambine

Secondo l'ultimo rapporto delle Nazioni Unite, le bambine sono l'indicatore del benessere globale, a un'età precisa: 10 anni, quando decidono se sottomettersi a una cultura che le discrimina o se esercitare i loro diritti

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Sono le bambine di 10 anni l'unità di misura del benessere presente e soprattutto futuro del nostro pianeta. È questa la rivoluzionaria indicazione del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) nel Rapporto 2016 reso noto giovedì 20 ottobre in oltre 100 città nel mondo tra cui New York, Bangkok, Città del Messico. In Italia, è presentato a Roma da Aidos, ong che da 35 anni si occupa di costruire, promuovere e difendere i diritti delle donne. Ed ecco su queste pagine le storie di dieci bambine di dieci anni, «cartine di tornasole» dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ovvero i 17 punti che le Nazioni Unite intendono raggiungere nei prossimi 15 anni: tra di essi, salute e benessere, accesso all'acqua, città sicure, sradicamento della povertà.

La copertina del Rapporto Unfpa 2016 con i volti di 10 bambine di 10 anni.
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Perché le bambine di 10 anni?

Si legge nel Rapporto: «Quando una bambina compie dieci anni il suo mondo cambia… Dove andrà a finire dipende dal sostegno che riceverà e dalla possibilità che avrà di plasmare il proprio futuro… Potrebbe essere costretta a sposarsi per cominciare una vita fatta di gravidanze e di servitù verso il marito… oppure avere la possibilità di esercitare i propri diritti, in salute, finire gli studi e decidere della sua vita: questa è la vittoria per lei, per coloro che la circondano». L'Agenda 2030 Onu riguarda anche l'Italia, ci dice Maria Grazia Panunzi, presidente Aidos: «Siamo chiamati in causa, ad esempio, sul quinto obiettivo, l'uguaglianza di genere: dobbiamo impegnarci perché le decenni italiane – native e migranti – nel 2030, a 25 anni, non siano più esposte alla violenza né a subire l'ingiustizia del gap salariale, abbiano tutte accesso a istruzione e assistenza sanitaria di qualità».

In Africa il flagello delle ragazze è l'Hiv: due terzi dei 250.000 nuovi casi di infezione tra gli adolescenti tra i 15 e i 19 riguardano le femmine (2013). Nei Paesi dell'Africa sub-sahariana, dove solo l'8,5 per cento dei giovani usa il condom, le ragazze hanno 5 probabilità in più di essere infettate rispetto ai maschi

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Una strada obbligata

In realtà, ogni Paese ha la necessità di includere le donne, fin da bambine, nella società attiva se vuole raccogliere il «dividendo demografico», ovvero la quota di crescita economica potenziale che risulta dall'aumento della popolazione produttiva. Tra i più poveri perché tutte le prove confermano che «le ragazze, in salute ed istruite, migliorano la produttività agricola, abbassano il tasso di mortalità infantile, creano famiglie meno numerose, accedono a posizioni di potere e garantiscono una maggiore resilienza ai cambiamenti climatici e alla crisi» (Unfpa). Tra i più ricchi perché «sostenere i guadagni e massimizzare i dividendi dipende quasi sempre dalla presenza di donne all'interno della forza lavoro». Vedi l'Italia: il pil potrebbe crescere del 22,5 per cento entro il 2030, se il tasso di occupazione femminile aumentasse fino al livello di quello maschile, sostiene l'Ocse.

Medio Oriente, una bambina irachena: nel suo Paese (come nei Paesi arabi e in quelli dell'Africa orientale e meridionale) è più difficile che le ragazze frequentino la scuola secondaria. Un grave problema anche per l'economia, che non può avvalersi del potenziale professionale delle donne.

La rivoluzione è a scuola

Se 10 anni è l'età cruciale, la scuola è il luogo strategico. Le bambine sono 60 milioni e il 60 per cento vive in Paesi dove le norme e le usanze le discriminano a causa del loro genere. Per tutte la scuola è il luogo della sicurezza: stare sui banchi ritarda matrimoni e gravidanze aumentando le chance di autodeterminazione e di produzione di reddito. Se dal 2000 al 2014 si è passati dai 100 ai 60 milioni di bambini esclusi dalla scuola primaria, nell'Africa subsahariana il 56 per cento delle piccole non è scolarizzato, mentre nel Sudest asiatico la quota scende al 47 per cento. Se poi parliamo di Stati arabi, Africa orientale e meridionale (dove risiede circa il 70 per cento della popolazione mondiale di decenni), è più improbabile che le ragazze siano iscritte alla scuola secondaria.

Norvegia: Ingeborg vive a Oslo con la madre e il padre, vicino alla scuola che frequenta. Ha cominciato a leggere e scrivere quando aveva circa 4 anni. Il suo Paese è ai primi posti nelle classifiche internazionali per parità tra i sessi e welfare.

Gloria vive in Uganda; vorrebbe diventare infermiera. Le piacerebbe sposarsi a 28 anni e avere 5 figli. Il suo sogno è una scuola di qualità per tutti. Nel suo Paese, l'aspettativa di vita è di 54 anni, il tasso di natalità per mille abitanti 46,6 (in Italia è 8,18).

Rimuovere gli ostacoli

Per attuare l'Agenda 2030, rendendo le bambine protagoniste, servono però tre interventi specifici. Il primo è eliminare i matrimoni precoci (700 milioni di spose minorenni nel mondo, oltre un terzo under 15); stop alle mutilazioni genitali (3 milioni di bambine a rischio ogni anno) e, ovviamente, universalizzare l'istruzione gratuita, equa e di qualità. Giovanna Badalassi e Federica Gentile, economiste che firmano il blog Ladynomics, sottolineano: «La condizione delle bambine è ancora oggi la più trascurata dalle politiche pubbliche globali. Usarle come parametro dell'agenda 2030 è di sicuro un salto di qualità nel riconoscimento dei loro diritti e del fatto che il loro destino è dirimente per il benessere di tutto il pianeta, ma al momento c'è davvero ancora molto da fare».

Stati Uniti: Isabelle vive con i genitori e la sorella nel Maryland. Sotto molti punti di vista, è fortunata: non dovrebbero mancarle in futuro opportunità di formazione e possibilità di scelta. Gli Usa sono l'unico Paese ricco tra i 10 al mondo con il maggior numero di bambini di 10 anni; guidano la classifica India e Cina.

Il diritto al futuro

Una ragazza su tre nel corso della vita subirà una violenza, i dati sono dell'Oms e spesso i responsabili sono proprio le persone di cui le ragazze si fidano di più. La violenza nei confronti delle bambine di 10 anni si esprime anche attraverso pratiche che causano grande dolore, come il matrimonio in età precoce e la mutilazione genitale, ma anche tramite la violenza di genere, l'imposizione di rapporti sessuali e l'abuso psicologico, incluso il bullismo e la molestia sessuale. Quando la denunciano, spesso si scontrano con un muro di incredulità, mentre l'accesso alla giustizia penale è raro. Nella Nigeria settentrionale, per esempio, due terzi delle ragazze dai 15 ai 19 anni hanno preso parte ad attività generatrici di reddito, ma solo un decimo di loro aveva un conto corrente. In India, risulta che le ragazze dai 15 ai 19 anni possano risparmiare i loro guadagni e avere un conto corrente: tuttavia, è improbabile che possano decidere autonomamente che cosa fare con questi soldi. Questa situazione ha ripercussioni economiche anche sul Paese, che perde 56 miliardi di dollari all'anno di potenziali guadagni a causa di gravidanze nell'adolescenza, dell'alto tasso di dispersione scolastica durante la scuola secondaria e del tasso di disoccupazione tra le giovani donne.

Vietnam: Tuong Anh è una delle testimonial del Rapporto Unfpa 2016. Vive a Hanoi con i genitori e tre fratelli, dopo la scuola aiuta nelle faccende domestiche. Vuole diventare insegnante di lingua vietnamita; si sposerà, ma «solo dopo aver finito gli studi» Nel suo Paese i bambini lavoratori sono 1.750.000.

Temawelase, una delle protagoniste del Rapporto, frequenta la prima media in una comunità rurale in Swaziland. Partecipa anche a un programma che istruisce le bambine sulla salute e il benessere.

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