Burkini, la Francia ora permette il costume da bagno integrale in spiaggia

Dopo le proteste per il divieto ​di indossarlo al mare per le donne musulmane, il Consiglio di Stato francese ha sospeso il provvedimento

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 L'ordinanza che vietava di indossare il burkini (emessa da 30 comuni francesi e poi sospesa dal Consiglio di Stato, ndr) non ha nulla a che fare con il terrorismo e molto, invece, con le battaglie sul corpo delle donne. «Il futuro e la pace non dipendono dai centimetri quadrati di stoffa indossati in spiaggia», dice con il tono di chi sottolinea un'ovvietà Chaima Fatihi (23 anni, studentessa in Legge a Modena e autrice, per Rizzoli, di Non ci avrete mai, lettera-libro contro il terrorismo islamico che le è valsa il premio Casato Prime Donne 2016). In poche parole, come ha fatto notare il New York Times, non c'è molta differenza tra la signora che a Nizza è stata costretta da tre poliziotti a togliersi il velo e spogliarsi e le ragazze in bikini multate sulle spiagge italiane negli anni '50. 

Un particolare del burkini creato in Australia dalla stilista Aheda Zanetti.
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Non a caso, quando Aheda Zanetti (stilista musulmana che vive in Australia) 12 anni fa inventò il burkini, lo fece, dice lei, «per dare alle donne la libertà, non per togliergliela». La libertà di andare in spiagga, di fare il bagno, di fare sport senza morire di caldo. Vero o no, dal 2004, le vendite di burkini sono aumentate ovunque (la catena Mark&Spencer, principale venditore di burkini nel Regno Unito e online nel mondo, quest'estate ha esaurito le scorte) e, assicura Zanetti, il 35-40 per cento delle richieste arriva da donne non musulmane.   

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Non è un burka

Chaima Fatihi, però, non lo chiama burkini. «Preferisco chiamarlo costume da bagno integrale: il volto, infatti, lo lascia scoperto». E a  chi vede nel burkini l'ennesimo atto di sopraffazione maschilista in una comunità che usa la religione per imporre una sudditanza di genere, risponde: «Non c'è base religiosa nel Corano per cui un uomo possa imporre a una donna di indossare l'hijab, e la comunità islamica in Italia sostiene con forza la libera scelta». Altrove non è così. «In Arabia Saudita o in altri luoghi del mondo le donne sono calpestate e umiliate. Ma trovo sinistro che la Francia, in nome di una supposta laicità, si comporti nello stesso modo». Le faccio presente che le musulmane hanno un codice di abbigliamento restrittivo. «Sì, ma esistono regole precise anche per gli uomini», ribatte. «Niente pantaloncini sopra il ginocchio, niente vestiti troppo attillati, trasparenze, gioielli d'oro, abiti in seta». Lei il bikini, in spiaggia non lo mette, ma molte sue amiche sì. «Musulmane e non. Spero che da noi in Italia una vera integrazione sia possibile. Abbiamo una storia diversa dalla Francia e dal Belgio, e la sensazione è che le seconde generazioni riescano piano piano a trovare un'identità e un ruolo».  

Il divieto in Francia

È stato il tema dell'estate il divieto di indossare il burkini in spiaggia, emanato dopo la strage di Nizza da 30 sindaci francesi. Poi il Daily mail ha pubblicato una foto in cui tre agenti costringono  una donna  in spiaggia a togliersi il costume integrale, in pratica a spogliarsi. In un attimo, la difesa della laicità è sembrata un atto di violenza. Forse anche al Consiglio di Stato francese che, il 27 agosto, ha sospeso il divieto.   

Fashion in Giappone

Più integralista del burka: si chiama Zentai la tuta in spandex simbolo dell'omonima sottocultura urbana giapponese  che permette «di essere avvolti e immersi in una tranquillità sublime» (la foto è tratta dal nuovo magalog di Benetton, Clothes for humans, in uscita a settembre). 

L'ultima novità in Giappone è Zentai, la tuta in spandex che permette di isolarsi dal mondo. Se volete saperne di più – e se vi va di approfondire le infinite sfacettature del vestire umano – sfogliate le interessantissime pagine del nuovo magalog di United Colors of Benetton, Clothes for humans.

Protezione in Cina

Molto simile all'idea del burkini è la tuta-costume fai-da-te che le cinesi indossano al mare. Lo scopo è di proteggere la pelle dall'inquinamento, quindi per farlo sono costrette a tuffarsi agghindate  con prendisole e t-shirt sovrapposte e con tanto di maschera sul volto (ma i braccioli sono un optional).      

Ecco come si proteggono le cinesi al mare.
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