Jovanotti: dietro le quinte di Lorenzo negli stadi 2015

Nel backstage del suo tour-evento Lorenzo si racconta a Guia Soncini

A ogni concerto del suo tour-evento, Lorenzo ringrazia chi l'ha «lasciato giocare al grande gioco del rock'n'roll» . Nel suo caso, far finta che sia tutto semplice è il trucco del successo. E il lato più invidiabile del matrimonio.

Se dovessi girare un documentario sull'essenza del pop, le immagini che prenderei dal tour di Lorenzo Cherubini sono quelle di Emiliano. Ci sono un paio di canzoni in cui, sullo sterminato schermo che fa da scenografia allo spettacolo, non vanno film o cartoni animati o gag di amici famosi o spunti spiritosi, ma solo facce sudate: Lorenzo in mezzo alla folla, sceso dal palco. Cioè: l'impressione che resta è che ci sia solo lui, e il suo pubblico. Ma in tutte quelle immagini lì, 20 centimetri più indietro, 20 centimetri che bastano a non spezzare la magia del rito "popstar si getta tra i fan", c'è Emiliano, che è l'uomo-ombra di Lorenzo, ma soprattutto è quello che in quel momento lì ha il compito più difficile del pop: farla sembrare facile. Far sembrare che non ci sia un lavoro di un anno dietro al modo in cui stai mettendo in scena quella e le altre canzoni, che non ci siano mille cose da tener presenti mentre continui a cantare con la gente che ti abbranca. Farla sembrare una ricreazione non solo per noi ma anche per il performer. A fine concerto, Lorenzo ringrazia il pubblico «per avermi lasciato giocare al grande gioco del rock'n'roll», e tutti vanno a casa contenti, perché il trucco è riuscito ancora una volta: è sembrato facile anche stasera.

Comincerò riciclando una domanda che feci a Madonna quando aveva più o meno l'età che ha lei ora: quando sarà troppo vecchio per fare quelle performance ginniche che sono i suoi spettacoli di questi anni, che farà? Canterà da seduto?

La risposta ce la sta dando Mick Jagger: si può continuare fino a cent'anni. Ti aiutano molto le frange: tu ti muovi meno, ma la frangia amplifica.

Quindi quei pantaloni argentati sono un trucco.

Elvis non è stato Elvis a caso: ha capito prima di tutti che il vestito che prolunga il corpo ti amplifica. Il costume è importante, ma anche quand'è il maglione a trecce di Guccini: tra il suo maglione e il trucco di David Bowie non c'è nessuna differenza, è un costume tanto quanto. Nel momento in cui vai in scena, vai in scena.

A proposito di cantautori: introducendo una delle canzoni in concerto parla di uno che era stato «un mistico, un aviatore». Immagino che la citazione di Com'è profondo il mare non sia casuale.

Certo che non è casuale, quello è l'apice della poesia in musica in Italia, no? Era il primo testo che Lucio aveva scritto da solo: se pensi che il mio primo testo è stato La mia moto. E non è che poi mi sono spostato tanto da lì. Che poi non pensavo neanche di stare scrivendo un testo: stavo riempiendo le caselle di un ritmo. Ma Dalla è talmente fuori da tutto il resto, secondo me non è neanche associabile ai cantautori. Erano anni in cui le cose non erano frammentate, erano schierate. Era il '77: c'erano i Bee Gees, e c'era lui che parlava a un pubblico di giovani che si sentivano pronti alla letteratura. Dalla creava linguaggi e poi li abbandonava come si mollano gli appartamenti, senza portarsi via neanche un mobile. È un musicista, uno che le parole le fa suonare, uno che infila le mani nella realtà. Io l'ho sempre visto in mezzo alla gente, l'ho sempre incontrato in ambienti molto affollati. Una volta lo incontrai al Cocoricò.

La discoteca di Riccione?

Gli dissi «C… fai qua?», e lui rispose: «Vengo spesso, vengo a vedere: qui c'è la vita». Gli piaceva sporcarsi con la realtà. Era il periodo di Henna, che a me piaceva perché mi piacciono le canzoni sfacciate, che non hanno paura delle parole sacre: Amoooooore. Quelle di cui il cantautore di solito s'impaurisce.

Perché non vuole rendersi ridicolo.

E invece, se dovessi fare un decalogo, le altre nove regole non ce le ho, ma la prima per fare questo mestiere sì: non aver paura di rendersi ridicoli.

Lei detesta la nostalgia e io la sto facendo parlare da mezz'ora del passato.

Non sono nostalgico però mi interessa il passato, proprio nel senso della parola "passare": da dove siamo passati per arrivare fin qui? Siamo passati da Dalla, dai Bee Gees, siamo passati da una barca di roba. È un esercizio piacevole, anche se non utile: forse la cosa più utile che c'è è l'ignoranza. L'ingenuità, nella musica, quando uno la perde è un dramma. È una disgrazia quando controlli i tuoi mezzi espressivi. La musica pop è una musica di bambini che giocano: non esiste il pop sapiente.

Mentre qui c'era il Family day e negli Stati Uniti si stabiliva che il matrimonio fosse un diritto anche per i gay, lei in concerto mandava le immagini di un film, Louisiana, in cui a un certo punto c'è lo striscione «Legalize freedom».

È la direzione giusta, l'ho visto nella mia vita: avevo uno zio gay e quando eravamo bambini questa cosa era un po' nascosta, un po' finta. Poi a un certo punto mia madre si liberò di questo segreto e da quel momento fu tutto più semplice, più bello. Questa cosa del matrimonio ormai è innescata, è solo questione di tempo. E non dovrebbe essere decisa a maggioranza: se uno non vuole le nozze gay basta che non si sposi con un gay. Non stiamo parlando di legalizzare le macchine che vanno a 400 km orari, non è un incidente che ti può danneggiare. Ma stiamo dicendo delle cose di buon senso? Io il buon senso lo odio.

I social hanno cambiato il rapporto col riscontro, hanno facilitato le polemiche?

Una volta ci mettevano di più a crescere, adesso sono immediate. Però quando sono cazzate, come capita quasi sempre a me, si sgonfiano subito: dopo tre o quattro giorni a parlarne restano solo gli hater e i troll, cioè i bischeri. Quando facemmo il tour con Eros e Pino nel '94, io la mattina leggevo i giornali, e Eros: «Ahò, ma che leggi?». Aveva questa saggezza: all'estero gli portavano la rassegna stampa in lingue che non capiva, «e allora faccio finta che non le capisco neanche qui».

Perché, tra tutte le sue canzoni d'amore, la gente è impazzita proprio per A te?

È quello che dicevo poco fa: in quella registrazione non ho il controllo dei miei mezzi espressivi. L'ho cantata una volta sola, la voce era un provino. Avevamo scritto il pezzo con Franco (Santarnecchi, ndr), l'ho cantata sul pianoforte, l'abbiamo arrangiata, io ho provato a ricantarla e non c'era più quella magia nella voce. Quindi abbiamo recuperato il provino e io ogni volta che la risento mi ricordo che mentre la cantavo pensavo «Ammazza che botta, questa roba qui muove le montagne».

Quindi i grandi successi si sanno da subito?

Certe volte sì. Con le cose atomiche lo sai.

Foto: Getty

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Lorenzo con i mitici pantaloni argentati con le frange durante il concerto di Bologna del suo tour Lorenzo negli stadi 2015.

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La storia di Jovanotti raccontata attraverso i suoi dischi: ecco il primo, Jovanotti for President. E' il 1988 e lui è un ragazzino scatenato.

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In versione cowboy per La mia moto, 1989.

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Un po' bravo ragazzo un po' flower power per Giovani Jovanotti, del 1990: qui c'è la hit "Ciao mamma"

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1991: è l'anno di "Una tribù che balla".

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A torso nudo per Lorenzo 1992 e la hit "Ragazzo fortunato".

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Per Lorenzo 1994 in camicia a quadri: tormentoni del disco, "Serenata rap" e "Penso positivo".

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Lorenzo 1997 – L'albero è il nono album di Jovanotti, pubblicato il 30 gennaio 1997.

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Lorenzo 1999 - Capo Horn contiene la hit "Per te", dedicata alla figlia Teresa, dedicata alla piccola Teresa, nata il 13 dicembre 1998.

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Lorenzo 2002: Il quinto mondo, un disco caratterizzato dall'impegno politico su vari fronti (diritti umani, ecologia, pacifismo).

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