Rihanna e le altre femministe pop

Le nuove icone della rivoluzione femminista sono Rihanna, Beyoncé e persino Kim Kardashian: spudorate, ambiziose, diverse e invincibili

Le nuove icone del pop sono Rihanna, Beyoncé, Kim Kardashian e le loro seguaci: donne forti che riscoprono il femminismo e insegnano a vincere.

Nella vita di Rihanna c'è spazio per molti errori e un solo rimpianto: «Non aver indossato un tanga tempestato di brillanti sotto il vestito dei CFDA Awards». L'abito probabilmente lo ricordate ancora: più che un vestito, un velo spalmato di Swarovski avvolto intorno al suo corpo (a parte il tanga) nudo. Un'audacia che la Sandy di Grease non avrebbe osato neanche per la trasformazione finale, quando butta quei golfini ridicoli e prova a essere coraggiosa come Rizzo. Un'audacia che le dive fisicamente impossibilitate a conformarsi al modello tradizionale di Barbie hanno immediatamente replicato, come fosse la divisa di una nuova confraternita: le spudorate. Quelle che non sono come le altre. Quelle che, quando sbagliano, non frignano. Quelle che sanno perdere, e quindi non perdono mai.

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La capobanda

Oltre che al nuovo disco Anti, uscito alla fine di gennaio, negli ultimi mesi Rihanna ha lavorato come direttore creativo della linea Fenty x Puma – per palestrate alla fine del mondo – e ha collaborato con Manolo Blahnik a una collezione di scarpe ispirate ai suoi tatuaggi. Per questo, nonostante non sia certo stato un successo planetario, Rihanna non rimpiange i tre anni che le sono serviti per completare Anti: aveva bisogno di tempo per cambiare. Vendere meno dischi «è un diritto che mi sono guadagnata»: riacquistando dalla vecchia casa discografica i master degli album precedenti, fondando una sua etichetta (con la benedizione di Jay Z) e diventando abbastanza ricca da poter fare quello che le pare. Medesima sfrontatezza è stata applicata alla vita sentimentale. Dopo la pubblicazione nel 2009 delle foto con i segni lasciati dalle botte di Chris Brown, Rihanna ha provato a credere nell'amore che vince su tutto, ed è tornata da lui contro ogni buon senso. Un errore che non rimpiange: «Certe volte non puoi fare altro che andartene, ma continuerò a volergli bene». Dopodiché ha spezzato il cuore di Drake – rapper canadese scelto come cuscinetto – e fatto sognare le romantiche del mondo facendosi fotografare nelle immediate vicinanze di Leonardo DiCaprio. Ma non c'è tempo, non c'è spazio per una storia seria. Le ragazze di carattere non hanno fretta di sistemarsi.

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Il leader ideologico

Le ragazze di carattere, pure quando si sistemano, non si addomesticano. Tutte prese come eravamo a decifrare i pettegolezzi in codice di Lemonade, abbiamo tralasciato di considerare il disco di Beyoncé come atto politico. Perché il tradimento al centro delle 11 canzoni non è soltanto quello del marito Jay Z con chissà quale insignificante biondina, né quello del padre, un «mago capace di essere in due posti contemporaneamente» che alla madre raccontava un sacco di bugie. Quando non sfascia a bastonate macchine per strada, o non fa ballare una falange di amiche col dito medio alzato, Beyoncé accusa i maschi di mandare avanti la loro versione di mondo senza garantire alle donne dignità di mogli, madri o esseri umani. E lo dice con le parole di Malcolm X: «La persona meno rispettata in America è la donna nera. La persona meno protetta in America è la donna nera. La persona più trascurata in America è la donna nera». È per combattere l'ingiustizia sociale che le donne nere hanno imparato a trasformare la sopravvivenza in bellezza, e i limoni in limonata.

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La guerriera

Tra le ballerine che fanno il coro nel video di Sorry – la canzone di Beyoncé più arrabbiata e chiacchierata di Lemonade, quella in cui viene menzionata la «Becky» incarnazione di ogni amante senza futuro – a tenere il dito medio alzato e bene in vista c'è pure Serena Williams, acciocché sia chiaro quanta poca benevolenza si coltivi nei confronti di certi maschi inaffidabili. Un diritto che Serena ha maturato: perché è la tennista più forte di sempre – anche se non ha mai vinto il Grande Slam, come invece l'implacabile bionda Steffi Graf – e perché da anni combatte con quel pallone gonfiato di Drake, fidanzato intermittente, che nelle canzoni si dà arie da rapper impunito, ma poi corre come un cagnolino ogni volta che Rihanna fischia.

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Il rimorchio

Non tutte sono portate per la supremazia. Quando andavano di moda le bionde affilate, Jennifer Lopez doveva rimpiazzare Gwyneth Paltrow al fianco di Ben Affleck. Adesso che il mondo appartiene alle culone (occasionalmente) ricciolute, lei rimane in affanno. È appena uscito il video del suo inno femminista: s'intitola Ain't your mama – «Mica sono tuo madre» – e contiene frasi di Hillary Clinton (che ha ringraziato) e tailleurini da donna in carriera blu elettrico (che pensavo sepolti nello scorso millennio). Contiene pure la possibilità per Jennifer Lopez di rimanere rilevante: pare non avesse abbastanza soldi per girarlo, ma dopo aver cantato la canzone ad American Idol in molti si sono incuriositi – ehi, c'è J. Lo che fa la suffragetta – e il video si è riempito di inquadrature pubblicitarie come neanche Masterchef. Persino Rihanna ha contributo, regalandole per la scena finale un paio di stivali inguinali della sua collezione per Manolo Blahnik. Ballarci dentro è stato complicatissimo, sostiene Lopez, ma mica poteva mancare di rispetto a una consorella.

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La pioniera

Le donne potenti coltivano rancori, ma non praticano la gratitudine. Perché, anche se adesso quasi fingono di non conoscerla, la fondatrice del movimento è stata Kim Kardashian. La quale ha cominciato come ancella di Paris Hilton, e in dieci anni ha ribaltato l'estetica dominante e ridefinito le regole della celebrità: faccia tosta e sedere impossibile, approccio pervasivo al social network, solidarietà femminile tra fotogeniche, marito rapper e devoto. Senza di lei, saremmo ancora circondate da svenevoli biondine.

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