Il compleanno di Elisabetta, 90 anni di un simbolo

Se non fisica, di certo storica. Regina da oltre 64 anni, ha plasmato il regno con il rigore implacabile di un direttore marketing, e il senso della scena di una rockstar

Il 21 aprile la regina Elisabetta II compie 90 anni: una credibile ipoteca sull'ipotesi di immortalità. Se non fisica, di certo storica. Sul trono da oltre 64 anni, ha plasmato il regno – passato, presente e futuro – con il rigore implacabile di un direttore marketing, il senso della scena di una rockstar, e sette formidabili prove di infallibilità

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La storia

Sulla sua prima copertina Elisabetta aveva tre anni, e posava (profeticamente) vestita di giallo. Era il 1929, e il canarino si impose come colore d'elezione per le camerette delle bambine di buona famiglia. Ciononostante, nessuno poteva immaginare che la paffuta Princess Lilybet ivi ritratta – all'epoca soltanto adorabile primogenita del duca di York – sarebbe diventata non solo la sovrana più a lungo sul trono d'Inghilterra (superando l'ostinata Vittoria) ma anche fonte di ispirazione rinnovabile per tutte le generazioni successive.

Il prodotto

Il destino di Elisabetta – dell'Inghilterra, dell'umanità – cambiò di colpo l'11 dicembre 1936, con l'abdicazione di Edoardo VIII per amore di Wallis Simpson e la conseguente ascesa al trono di papà Giorgio VI; e poi ancora il 6 febbraio di 16 anni dopo, alla morte del re, quando Elisabetta si svegliò regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, ma anche di Canada, Australia, Nuova Zelanda, e poi Giamaica, Barbados, Bahamas, Grenada, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone, Tuvalu, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, Belize, Saint Kitts e Nevis, oltre che capo del Commonwealth e governatore supremo della Chiesa d'Inghilterra, comandante delle forze armate e signore dell'Isola di Man. E si fece trovare preparata.

Il mezzo

Dall'incoronazione del 2 giugno 1953, per la prima volta trasmessa in tv, il mondo è cambiato in maniere che non è neanche più possibile elencare. Elisabetta è una costante universale: immutabile nella sua perenne attualità. Il suo primo discorso fu via radio, nel 1940, ai bambini impauriti di una nazione bombardata. Adesso che la monarchia britannica presidia con disinvoltura comunicazioni di massa e social network, occasionalmente twitta di suo pugno, con l'aria concentrata di chi deve provarle tutte, firmandosi agilmente Elizabeth R. (sta per Regina, in latino, nel caso sfuggisse).

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Il messaggio

Il segreto dell'eterna rilevanza della regina Elisabetta è nella consapevolezza, da principio riluttante, che «un monarca deve essere visto, se vuole essere creduto». Il che spiega le 266 visite ufficiali in 116 paesi (tutte senza passaporto, ché dovrebbe emetterselo da sola), ma soprattutto l'approccio strumentale al guardaroba. Gli abiti sono di colori brillanti, spesso inusuali, per agevolare l'individuazione tra la folla; il cappellino aggiunge qualche centimetro all'altezza reale, ed è sempre disegnato in modo da lasciare il volto scoperto. L'obiettivo è che anche la vecchietta in ultima fila possa tornare a casa e gongolare: «Oggi ho visto la regina». All'uopo, nel 1970 Elisabetta si inventò "la passeggiata": un breve tragitto da compiere a piedi tra la macchina e la destinazione finale per (farsi) salutare il più possibile.

Il simbolo

La silhouette della regina è riconoscibile quanto quella della bottiglia di Coca-Cola (e i dipinti di Andy Warhol che ne celebrano l'iconicità sono dal 2012 parte della Royal Collection). È grazie a questa capacità di farsi souvenir di Britannia che, più di qualunque altro reale in carica, Elisabetta è patrimonio dell'umanità. Una vocazione ecumenica coltivata con l'ausilio di cordiali silenzi: la regina non esprime opinioni, non tifa (se non i cavalli alle corse) e non predilige (se non la compagnia dei cani). La regina è di tutti, immedesimabile per nessuno. È venerabile, non replicabile.

Il rilancio

La regina (questa regina) è altresì indistruttibile. Quando nel 1992 la monarchia inglese scivolò nel baratro dell'impopolarità – divorzi improrogabili, principesse strizzoline, alluci fedifraghi e castelli in fiamme – Elisabetta decise di aprire al pubblico Buckingham Palace, trasformando la famiglia reale in un'attrazione turistica miracolosamente sospesa tra patriottismo e messinscena. E dopo la morte di Diana, nel 1997, con un deliberato – e ancora, da principio, riluttante – cambio di passo, riuscì a convogliare il lutto collettivo in un sentimento di incondizionata protezione nei confronti degli eredi orfanelli di cui, in quanto nonna affettuosa, si fece garante. La monarchia è martirio, ma indossato come fosse un privilegio.

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Il futuro

Elisabetta è l'ultima regina: dopo di lei ci saranno Carlo, William, George – e poi chissà. Ma è chiaro che l'unica in grado di raccoglierne l'eredità è Kate Middleton. In comune hanno un'infanzia (quasi) normale, e la facilità a fingersi (quasi) accessibili che ne deriva. Entrambe hanno fama di parsimoniose: la giovane ricicla cappotti, la vecchia si preoccupa di spegnere le luci. Entrambe stringono le mani di veterani e celebrità con lo stesso impeccabile entusiasmo. Per Elisabetta, Kate rappresenta l'unica possibilità di mantenere viva l'attenzione sulla famiglia senza scandali (ora che è diventata rispettabile, a chi interessa davvero Camilla?). Per Kate, che sa già misurare le parole, la regina è «una guida gentile», ovvero: l'unico manuale di sopravvivenza a disposizione.

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