Hillary Clinton, 5 ragioni per la vittoria

Lavoro, sicurezza e cambiamento sono solo alcuni dei motivi per cui, alle prossime elezioni presidenziali americane, siamo con lei​

Lavoro, sicurezza, cambiamento, ma non solo: ecco perché la prima candidata donna alla presidenza degli Stati Uniti si è dimostrata la soluzione migliore.

È la prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti, certo. Ma fare la storia – e poter dire «io c'ero», anche se dalla parte sbagliata dell'oceano, senza diritto di voto, ma con un account Twitter molto attivo – non è l'unica ragione per far vincere Hillary Clinton alle elezioni del prossimo 8 novembre.

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Il futuro

Questa volta non si tratta di scegliere tra destra e sinistra, ha detto Michelle Obama alla convention democratica celebrata a fine luglio a Philadelphia, «ma a chi dare il potere di fare da esempio ai nostri figli per i prossimi quattro, se non otto, anni». E siccome a preoccuparsi del futuro sono soprattutto quelli «che hanno più ieri che domani», nonno Bill si è raccomandato a tutti i coetanei di votare per Hillary: «I vostri nipoti vi ringrazieranno».

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Il tailleur pantalone

Quello scelto per accettare la candidatura – con la molto suggestiva consulenza di Anna Wintour – era perfetto. Bianco: il colore delle suffragette, ma pure di Olivia Pope da buona. Senza immediato comunicato stampa di rivendicazione, come succede per i maschi: il potere si esercita per sottrazione. (Poi abbiamo saputo: era Ralph Lauren). E soprattutto: purissimo Hillary. Per ribaltare la storia bisogna ribaltarne tutti i simboli, ed è servita formidabile tigna – oltre che imprevista autoironia – per trasformare l'uniforme delle segretarie in caposaldo di uno stile.

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Il cambiamento

Hillary «non ha mai mollato niente in vita sua», ha sottolineato Michelle Obama, sottintendendo: neanche Bill, e sì che sembrava la cosa emancipata da fare. Invece aveva ragione lei, ché nella costruzione di una mitologia presidenziale serve anche un marito capace di fare la first lady. Perché non bisogna essere nuovi, per cambiare le cose, né giovani (figuriamoci: innocenti). Bisogna avere pazienza, esperienza, lungimiranza. E l'intelligenza di accogliere pure gli irriducibili di Bernie Sanders, e congratularsi per le brillanti idee.

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Il lavoro

Il problema, vi diranno gli esperti, è la classe media. Quella che la crisi ha disintegrato, e che non si fida di una politica istituzionale. Per conquistarli, Hillary si è inventata un ruolo da mediano: con dei compiti precisi, a coprire certe zone, a giocare generosi. 24 anni di servizio pubblico – first lady, senatore, segretario di stato – durante i quali «mi sono sempre trovata più a mio agio con il "servizio" che con il "pubblico"». Quello bravo a innamorare è Barack Obama: «È la donna nell'arena: è sempre stata dalla nostra parte, anche quando non ce ne accorgevamo».

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L'amore

Contro i bulli, ha detto ancora Michelle Obama, abbiamo una regola: «Più loro scendono, più noi voliamo alto». E l'intera campagna democratica si basa su questo assunto: Trump è il male, noi siamo il bene. Le parole chiave sono le stesse di Guerre stellari: amore, forza, unione, speranza. Agli americani non piace essere dominati: è sempre la storia dell'impero contro l'alleanza. Ma anche della dichiarazione di indipendenza del 1776 (sempre a Philadelphia): «Riteniamo queste verità autoevidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali». Di queste elezioni, Hillary Clinton è il lieto fine.

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