Barack Obama: cosa lascia il presidente americano

Il 20 gennaio 2017, con l'insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, finiscono gli anni della presidenza Obama: di lui ci rimarranno alcuni insegnamenti, e molte foto con bambini

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Erano gli anni della fighezza ontologica. Erano gli anni della fotogenia politica. Erano gli anni in cui, per essere belli, occorreva innanzitutto essere buoni e giusti (efficaci, anche: meno). Erano gli anni della fiducia programmatica, della condotta esemplare, della reazione nobile. Erano gli anni degli Obama alla Casa Bianca, e sono finiti: «Adesso sappiamo come ci si sente a non avere più speranza» – ha detto Michelle a Oprah, nella sua ultima intervista da first lady.

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Però abbiamo un mucchio di foto ricordo. Due milioni circa, ha stimato Pete Souza – professione: fotoreporter presidenziale – che dell'era Obama ha definito l'estetica, e pertanto la sostanza. Una mole di immagini necessaria: «Il mio obiettivo era di costruire il miglior corpus fotografico possibile di questa amministrazione e di questo presidente. Una selezione troppo ristretta avrebbe restituito un ritratto inaccurato». Pete Souza fotografa Obama da quando Obama era un aitante senatore dell'Illinois che alla convention democratica aveva fatto un figurone, ma di cui per strada nessuno si curava granché. Però aveva già il passo sicuro, il sorriso risoluto, lo sguardo concentrato: tutte le pose del presidente.

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Se fosse il personaggio di una serie tv – e potrebbe: non siamo state mai più avvinte da trame governative di così – sarebbe poco credibile, e per niente spendibile: bello, bravo, repellente agli scandali. Il pettegolezzo più appiccicoso, in otto anni, è stato quella della tresca con Beyoncé: magnifico e impossibile. Barack Obama ha la statura del divo, la grazia dell'eroe. E un formidabile talento per sembrare un essere umano. Quando lui la racconta, la politica diventa epica: storia di uomini e donne con facce normali e valori universali.

Gail O'Brien aveva una diagnosi di cancro, ma nessuna assicurazione né speranza prima dell'Affordable Care Act; sei mesi dopo riceveva le cure necessarie, una troupe della Casa Bianca in tinello, e la telefonata a sorpresa del presidente che con la scusa di farsi ringraziare spiegava l'impatto della riforma sanitaria sulla vita di (circa 20) milioni di persone. Obamacare non ha risolto tutti i problemi dell'assistenza sanitaria negli Stati Uniti, certo, ma le storie di sopravvivenza sono (un po' più che) incredibilmente telegeniche.

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Barack Obama ha sostenuto la sua più grande responsabilità storica – la prima famiglia nera alla Casa Bianca – con l'eleganza implicita delle persone perbene. Ha condiviso comuni goffaggini di marito distratto e padre in affanno, senza mai abbassare il livello del dibattito: dal 26 giugno 2015 il matrimonio tra persone dello stesso sesso è consentito in tutti gli Stati Uniti d'America. Ha mescolato l'empatia alla compostezza, ha aperto lo studio ovale come prima mai – dando modo a Pete Souza di alimentare la sottocategoria di fotografie più popolare: "Obama fa lo scemo con i bambini" – e adoperato ogni mezzo e ogni linguaggio: persino Snapchat (gliel'ha insegnato Sasha).

Poi ci sono i silenzi: quelli di Obama sono importanti quanto le parole. Sono scarti in controtempo, da commediante di mestiere. Sono frasi cadenzate come i ritmi più allenati dell'hip-hop. Sono le pause eterne di chi manovra il tempo più prezioso del mondo. Lo stesso 26 giugno 2015, durante il servizio funebre in onore del reverendo Clementa Pinckney, ucciso nella sparatoria alla chiesa metodista episcopale africana di Charleston da un ventunenne razzista armato a falla di legge, Barack Obama è stato zitto per 13 memorabili secondi, onorando lo strazio della sua comunità; poi ha intonato Amazing Grace, e come un pastore ha consolato tutti gli Stati Uniti d'America.

«La mia più profonda frustrazione da presidente», ha detto in un'intervista consuntiva alla CNN, «è che questo sia rimasto l'unico paese evoluto al mondo con leggi insufficienti sul possesso delle armi». Dove fallisce anche il buon senso, rimane un rigoroso ottimismo: la convinzione che ogni cambiamento sia possibile nei confini del consenso collettivo. Spostandolo, se necessario, questo consenso. Inventandolo. Trovando ogni volta l'equilibrio tra essere il più serio di tutti e insieme il meno noioso di tutti, trasformando la competenza in disciplina dello spettacolo. Per trasmettere genuino rispetto del potere bisogna saperlo mettere in scena con la naturalezza con cui si mettono i piedi su una sedia, e si prende la decisione migliore possibile.

Ma ogni tanto fa freddo pure sulle alte vette della superiorità morale. Perché se prendete gli stessi ingredienti – la pervasività implacabile, la retorica delle passioni, la capacità di suggerire una realtà a misura di chi è determinato a crederci – e li montate al contrario, quello che esce è la vittoria di Donald Trump. Che però in fotografia viene malissimo. Almeno: per il momento.

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