Diana Vreeland, la signora «perché no?»

​Il titolo della sua rubrica su Harper's Bazaar dice tutto di lei, racconta il nipote Alexander. E del primato della bellezza sulla verità

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Diana Vreeland non era una bellezza – anzi: di suo era piuttosto bruttina – ma raramente qualcuno se ne accorgeva. La bellezza era la sua vocazione. In quanto signora straordinariamente benvestita della scena mondana di New York, nel 1936 venne notata, mentre ballava in pizzo bianco Chanel e rose tra i capelli, dall'allora direttore di Harper's Bazaar Carmel Snow, la quale il mattino dopo le offrì un lavoro.

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Nasceva la rubrica Why don't you? – "Perché no?" – di consigli stravaganti per donne audaci. Per esempio: perché non indossare la frutta come cappello? Perché non dipingere la mappa del mondo sulle pareti della stanza dei bambini per non farli crescere provinciali?

«Lo spirito di quel "Perché no?" è la morale di tutto il suo lavoro», mi racconta Alexander Vreeland, suo nipote, a Milano per presentare il libro Diana Vreeland: The Modern Woman(Rizzoli International) e far conoscere i profumi più recenti della linea di gran lusso – naturalmente – che ha ideato per celebrare il ricordo di sua nonna.

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Alexander Vreeland. (Foto: Inez & Vinoodh, dal libro Diana Vreeland Modern Woman Rizzoli International 2015)

Erano i profumi che usava lei?No, è un progetto moderno: sono i profumi che indosserebbe se fosse viva oggi. Abbiamo voluto identificare il DNA di Diana Vreeland e incorporarlo in ogni aspetto: i suoi colori per le bottiglie – rosso, ma non solo; le parole che usava per i nomi –Devastatingly Chic, o Smashingly Brilliant – e soprattutto i suoi ricordi: l'ambra dei viaggi i Russia con Jackie, i limoni di Capri, il gelsomino della Tunisia, il sandalo che metteva dietro le orecchie. Le sue storie.

A proposito di storie: ci sono tantissimi aneddoti magnifici nella vita della signora Vreeland. Si dice che abbia conosciuto Buffalo Bill, venduto biancheria intima a Wallis Simpson, studiato balletto coi maestri russi. È tutto vero?

No, non lo è. C'era sempre una componente onirica nei racconti di mia nonna. Per dirle: da bambino ho vissuto in Marocco con la mia famiglia, e lei si era convinta andassi a scuola col cammello. Non era vero, naturalmente, ma un cammello è una storia più bella da raccontare di un autobus.

Che rapporto aveva sua nonna con la bellezza?La bellezza era obbligatoria. Secondo lei esisteva un solo modo di fare qualsiasi cosa: quello giusto. Era irremovibile sulle questioni di forma. Quando riceveva gli amici tutto doveva essere splendente: la casa profumata, i fiori freschi, il cibo delizioso. Non era contemplata l'approssimazione.

Dopo essere stata fashion editor per Harper's Bazaar, Diana Vreeland fu direttore di Vogue fino al 1971. Si dice fosse pressoché impossibile lavorarci insieme. Questo è vero?Sì, sono sicuro di sì. Eppure so che molte sue redattrici l'hanno rimpianta. Certo: era sempre sicura, sapeva quello che voleva, tutto doveva essere come diceva lei. Ma se sei il capo, la chiarezza è un vantaggio.

Nel libro uscito per Rizzoli Inernational ha raccolto il lavoro di sua nonna ad Harper's Bazaar dal 1936 al 1962. Perché?È il suo capolavoro. Lei intuì prima di tutti che le donne comincivano ad avere un rapporto più diretto con il corpo e con la sessualità. Per questo il libro si intitola The modern woman: definisce una donna intelligente, con una visione precisa di se stessa e del futuro, alla quale mia nonna ha dato un'estetica e una legittimazione. Se nelle stesse riviste si guarda la pubblicità, si vede che lì la donna era ancora rigida, vuota, vestita con abiti duri.

Secondo sua nonna, i giornali dovevano offrire un punto di vista: la gente ha bisogno di istruzioni. È ancora così?È piacevole sentirsi nelle mani di qualcuno che ha occhio, affidarsi a una voce ben definita. Come quando entri in un negozio come questo (10 Corso Como, ndr) e riconosci una precisa cura editoriale: solo certi libri, solo certe borse. È più interessante.

Diana Vreeland cominciò a lavorare nella moda che aveva più di trent'anni, e a settanta divenne collaboratrice del Metropolitan Museum, curando per il Costume Institute mostre passate alla storia. Ciononostante, a un certo punto decise di non farsi vedere più da nessuno. Questa rifiuto della vecchiaia non le sembra una contraddizione?No, perché rientra nella sua determinazione a voler fare le cose soltanto nel migliore dei modi. Quando non è più riuscita a coprire i capelli bianchi, o ad avere un bell'aspetto da truccata, ha smesso di provarci. C'è chi si ritira in campagna: lei è rimasta a New York, ma senza mostrarsi. Invitatava ancora gli amici a cena: loro si sedevano a tavola, e con lei parlavano al telefono. Aveva fatto tutto, capisco che a un certo punto si sia detta: basta così.

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