Katie Holmes: punto tutto sull'amore

Impegnata come attrice e regista sia al cinema che in tv, l'attrice usa il lavoro per prendere le distanze dal passato. Per il futuro, invece, punta tutto su Suri. E sull'amore

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Per molto tempo di Katie Holmes abbiamo creduto di sapere tutto. Perché c'eravamo quando ha dato il suo primo bacio (a un violinista di passaggio sul set di Dawson's Creek) e quando si è innamorata per la prima volta (di Joshua Jackson, che in Dawson's Creek era Pacey). C'eravamo quando ha sposato Tom Cruise, quando poi è nata Suri, quando è diventata l'involucro telecomandato della moglie perfetta. C'eravamo quel giorno del 2012 in cui fece recapitare a Tom Cruise la richiesta di divorzio, congelandolo in un'espressione di eterna incredulità. (Impossibile saperne di più: «Non ho rimpianti, ma preferisco non guardare indietro»).

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Da allora, Katie Holmes ha fatto poche, precise cose. Si è dedicata alla figlia, che lo scorso aprile ha compiuto dieci anni, riconvertendola in bambina. Poi ha guadagnato distanze siderali dal passato con l'aiuto di scelte ragionevolmente coraggiose. Come chiedere scusa a Leah Remini, attrice da reality pentita di Scientology. Come accettare il ruolo da protagonista in Touched with fire, un film prodotto da Spike Lee che parla di sindrome bipolare e approccio farmacologico: fissazione storica di Cruise e sciento-seguaci. E come girare da regista All we had, la storia del riscatto di una ragazza madre – «In cui ogni personaggio sopravvive» – presentata al Tribeca Film Festival.

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Come mai ha scelto questo progetto?

Ho letto il romanzo di Annie Weatherwax e me ne sono subito innamorata, ho deciso di farlo non appena sono arrivata all'ultima pagina! Mi piace raccontare le storie che mi appassionano, storie di donne normali con la loro quotidianità e i loro drammi esistenziali, filtrate dalla mia sensibilità. Sul set è stato difficile mantenere separati il ruolo di regista da quello di attrice – a volte era come se fosse il mio personaggio a dirigere il film! – ma ne è valsa la pena. E comunque è un'esperienza che conto di ripetere, quando troverò una storia altrettanto entusiasmante.

All we had è la storia di Rita, una mamma giovane e disoccupata che vive di espedienti e che, dopo una serie di disavventure on the road, cerca di costruire una realtà stabile intorno a sua figlia Ruthie (l'attrice Stephania Owen, ndr). Una storia che, senza cadere in sentimentalismi, strappa il cuore.

La ringrazio! (Ride, ndr). Mi ha conquistata perché mi è parsa originala. Mi sembrava che nulla del genere fosse mai stato raccontato.

È impossibile guardare questo film senza fare paragoni con la sua esperienze di madre. In che modo ne è stata influenzata?

Da quando è nata Suri la mia vita è cambiata totalmente. E sì: ho sofferto immedesimandosi nel dramma di Rita, perché non riesce a trovare un equilibrio e lo cerca con l'aiuto della figlia. Io ho sempre cercato di non caricare Suri dei miei problemi, delle mia ansie. Sto cercando di crescere una bambina felice, capace di esprimere al meglio i suoi talenti, ma conservando una vita il più possibile normale.

E ci riesce?

Abbastanza, sì. Ho passatempi molto tranquilli: leggo di tutto, ascolto Frank Sinatra. Mi piace correre, perché mi libera la mente e mi fa riflettere: suona paradossale, mi rendo conto, ma per me è come meditare. E con Suri faccio le cose che facciamo tutte: giocare, andare per negozi. Cerco di stimolarla dal punto di vista artistico, la porto a vedere mostre o balletti, e… a Disneyworld, spessissimo.

E la moda? Il suo amico Zac Posen non fa che lodarla per la «incredibile creatività». Da chi trae ispirazione?

Da lui! (Ride ancora, ndr). A Zac mi affido completamente, e non solo per i vestiti. I miei riferimenti di stile, invece, sono donne carismatiche, anche molto diverse tra loro: Patti Smith, Jodie Foster, Rihanna. E naturalmente Jane Rosenthal (produttrice di All we had e co-fondatrice del Tribeca Film Festival insieme a Robert De Niro, ndr) che per me è davvero un mentore.

A proposito di donne forti ed eleganti, dopo la serie tv The Kennedys, del 2011, è di nuovo nei panni di Jackie Kennedy in The Kennedys: After Camelot, di cui è anche produttore e regista di un episodio. Un'altra sfida?

Per me Jackie è sempre stata un modello di stile, ma soprattutto una donna straordinaria. So che molta gente l'ammira ancora oggi, e per questo voglio riuscire a interpretarla al meglio. Penso anche che sia stata un'ottima madre, e in circostanze complicate. Umanamente la sento molto vicina.

In questo momento lei dà l'impressione di aver trovato un equilibrio tra pubblico e privato. Quali sono le sue regole?

Cerco di vivere nel presente, perché il tempo passa velocemente, me ne accorgo con Suri: cresce alla velocità della luce! Per questo, prima di tutto, devo essere una brava mamma. Devo essere positiva, imparare dagli errori, diventare una persona migliore. Fare il lavoro che adoro, senza temere le sfide. E puntare sull'amore. Quando si punta sull'amore, non si sbaglia mai.

Di amore, però, Katie Holmes non parla più. Da oltre due anni alimenta, con la sola forza di una faccia carina in certe foto rubate, un suggestivo pettegolezzo di passione e sotterfugio con Jamie Foxx. Ciclicamente si fidanzano, si lasciano, aspettano un bambino, si sposano, si fidanzano di nuovo. Sarà vero? Chissà. L'unica verità è che di Katie Holmes, ormai, noi non sappiamo più niente. Come tutte le storie di emancipazione: quando gli altri se ne accorgono, è già successa.

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