Beyoncé, a Milano un concerto imperdibile

In Italia per una sola data: il 18 luglio, a San Siro. Bisogna andare, per illuderci di somigliarle un po'

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L'incantesimo di Beyoncé si compie nei 150 minuti compresi tra due foto scattate ai bordi di un campo di basket a Cleveland, Ohio. La partita è gara 6 delle finali NBA: importante ma non decisiva (si gioca al meglio delle sette), adatta a consentire digressioni sui tifosi celebri in prima fila. Pertanto l'addetto al Twitter dell'Huffington Post tenta di fare lo spiritoso sottolineando lo sguardo accidentalmente sbieco di Beyoncé al casuale vicino di posto con la didascalia «Mai guardare Beyoncé negli occhi, idiota».

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È la prima foto, e contiene moltitudini. C'è il marito Jay Z, e l'implicita conferma di sana e robusta costituzione matrimoniale; c'è la partecipazione all'evento sportivo più avvincente dell'anno da parte della coppia più bella dello Zeitgeist; c'è l'ossessione timorata della stampa nei confronti di Beyoncé, ma pure la sua naturale tendenza al sussiego. La seconda foto compare 150 minuti dopo, sull'account Twitter del vicino di posto: ritrae Beyoncé irragionevolmente intenta a fissare il fortunato mortale. Contiene una cosa sola: l'ennesima dimostrazione di supremazia. «Beyoncé e Jay Z sono stati cordiali e incredibilmente gentili», ha raccontato il vicino di posto, «Le ho fatto vedere il tweet dell'Huffington: ci è sembrato divertente, e lei ha avuto questa idea». Quella di improvvisarsi umana, cioè, e contestualmente uscirne inespugnabile.

La prima volta che hanno provato a mettere in discussione Beyoncé era il 1999: esistevano ancora le Destiny's Child – il gruppo che il padre Mathew Knowles le aveva cucito addosso – ma dovevano cambiare forma per l'abbandono di due componenti. LaTavia Robertson e LeToya Luckett per anni hanno cercato di monetizzare l'uscita dal gruppo per via legali. Beyoncé, invece, per salutarle ha scritto Survivor, che da allora funziona come manifesto programmatico: «Ora che siete fuori dalla mia vita sto molto meglio: pensavate che non sarei durata, ma sono ancora qui. Non parlerò male di voi per radio, non vi insulterò su internet, io sono migliore di così: io sono una sopravvissuta». Nei 15 anni successivi ci sono stati Jay Z, l'alter ego da combattimento Sasha Fierce, il trionfo definitivo da solista. Ma Beyoncé non ha mai smesso di sopravvivere per mestiere.

La vulnerabilità di Beyoncé è indispensabile per definire i punti di origine delle sue iperboli di rinascita. Non solo: serve a regalarci la convinzione di avere qualcosa – e viscerale – da spartire. Quando io ho avuto un aborto spontaneo, mi sono tirata il lenzuolo sopra alla testa e ho singhiozzato fino al giorno dopo senza capire bene perché. Quando Beyoncé ha avuto un aborto spontaneo probabilmente pure, però poi ha trovato le parole per descrivere quel preciso punto di disperazione – ne bastava una: battito, Heartbeat – e intorno ci ha scritto una canzone. Quando io ho avuto una figlia, ho pensato non fosse mai esistita al mondo rivelazione più annichilente sul senso della vita, quindi per un anno ho parlato solo di rigurgiti (e di che meraviglia fosse la mia bambina). Quando Beyoncé ha avuto una figlia probabilmente pure, però un anno dopo ha prodotto Life is but a dream: un'ora e mezza di documentario autobiografico su come solo gli annichilimenti rivelino «le cose davvero autentiche della vita» (e che meraviglia, incidentalmente, la sua bambina).

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A photo posted by Beyoncé (@beyonce) on

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Quando io sono stata tradita, ho aspettato il mascalzone chiusa in macchina per cinque ore davanti a un portone – era agosto – e alla fine ero talmente esausta che a metà piazzata l'ho dovuto perdonare per andare a reidratarmi. Quando Beyoncé è stata tradita, be', lo sapete: ha preso i limoni e ne ha fatto limonata. Ha spremuto le lacrime e le scenate, i dubbi e le accuse, le ripicche e i pentimenti, e si è presa il tempo di trasformare il dolore in Lemonade: un video album – nell'elenco delle cose che non si usavano prima di Beyoncé c'è pure far uscire dischi a sorpresa: la cronaca diventa promozione – che con la scusa della confessione fornisce anche alle più pettegole un manuale politico di sopravvivenza ai maschilismi del mondo. Per tramandare alle nuove generazioni la sua ricetta di salvezza, Beyoncé ha deciso quindi di fare da madrina a giovani portenti: Parkwood Entertainment è la compagnia che ha fondato nel 2008 – «Ho voluto seguire l'esempio di Madonna, e creare il mio impero, per mostrare alle donne che non devono condividere con nessuno soldi e successo: possono fare tutto da sole» – e che dall'anno scorso produce ragazzine come Halle e Chloe Bailey: un passato da YouTuber, un presente da predilette di Sasha e Malia Obama, un futuro spalancato.

squad #lemonade 🍋thank you @beyonce

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L'incantesimo di Beyoncé si compie nella precisione con cui riesce a mantenersi contemporaneamente artista con un'anima (nera) e celebrità da rotocalco: «È la battaglia della mia vita». Per non rischiare perdite di controllo, a un certo punto ha praticamente smesso di dare interviste, e nei rari casi in cui si è trovata costretta – per esempio: quando ha lanciato una linea di abbigliamento sportivo per donne che non hanno paura di farsi vedere sudate – ha messo in fila risposte così perfettamente noiose da far passare la voglia di chiedere altro. L'unica realtà partecipata è la sua simulazione su Instagram: foto di famiglia, filmini delle vacanze, backstage spettinati a mano. L'unica udienza che ci è concessa è andare a vederla in concerto (a Milano, il 18 luglio): lei sul palco, impeccabile col suo esercito di ballerine in formazione; noi lì sotto, sudate, ma onorate dall'illusione di appartenere alla stessa frangia di umanità.

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