Ricky Martin in tv come compagno di Versace: "Sono gay, sono padre, sono io"

Dopo il coming out, il re del latin pop, papà di due gemelli, torna in tv nei panni del partner dello stilista in American Crime Story: The Assassination of Gianni Versace: "Un'esperienza dura: per anni ho nascosto la mia omosessualità, con il dolore di tenere segreto un grande amore"

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A guardare la vita di Ricky Martin da qui, dall'alto dei quasi quarant'anni di carriera, dei milioni di dischi venduti, dell'affetto inossidabile dei fan - sopravvissuto con entusiasmo al più schietto dei coming out - e dei due amatissimi gemelli nati da una madre surrogata, Livin' la vida loca, la canzone che nel 1999 l'ha reso famoso, più che una hit fortunata suona come una premonizione. Il canto di battaglia di un uomo generoso e coraggioso: a partire dagli esordi, giovanissimo figlio di uno psicologo e una ragioniera a Porto Rico, nella boy band dei Menudo, fino agli album da solista che lo hanno incoronato re del latin pop. Un ritmo caldo, libero e sincero come la sua vita sentimentale. Dopo una relazione con la presentatrice televisiva messicana Rebecca de Alba, durata oltre 14 anni, nel 2008 ha deciso di diventare padre di due gemelli, Matteo e Valentino, portati in grembo da una madre surrogata; nel 2010, sul suo sito ufficiale, ha dichiarato apertamente la sua omosessualità, nel 2016 ha precisato di essere attratto da donne e uomini e di odiare qualsiasi tipo di etichetta sessuale.

Ricky Martin, 46 anni il 24 dicembre 2017.
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Per il momento, anzi da un anno esatto, l'oggetto del suo amore è il pittore siriano-svedese Jwan Yosef. L'ultima follia lavorativa, dopo una gavetta, giovanissimo, a teatro e in tv, nella soap opera americana General hospital, è invece una parte in The assassination of Gianni Versace, seconda stagione di American crime story, serie tv antologica basata su fatti di cronaca nera o casi giudiziari che hanno avuto un forte impatto mediatico negli Stati Uniti. La miniserie in dieci puntate, su FoxCrime dal 19 gennaio 2018, è dedicata al famoso stilista italiano e al suo omicidio. Ricky Martin veste i panni di Antonio D'Amico, il modello e stilista che all'epoca dell'omicidio era il compagno di Gianni Versace, interpretato dal bravo Édgar Ramírez (famoso, tra i vari film, per Point Break e Gold), mentre una bionda Penélope Cruz (vedi intervista a pag. 78) è la sorella Donatella.

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Ha mai incontrato di persona Gianni Versace?

Mi hanno invitato a tanti eventi durante i quali avrei potuto incontrarlo, ma non ci sono mai andato perché ho un accordo da anni con Giorgio Armani. Insomma, l'ho evitato per un motivo puramente professionale ed etico.

Ha confessato che interpretare Antonio D'Amico, il compagno di Gianni Versace, l'ha coinvolta moltissimo dal punto di vista emotivo.

È vero: mi sono immerso completamente in quel ruolo, ci credevo davvero tanto, e ogni sera finivo per sentirmi esausto, avendoci investito moltissime emozioni.

Come mai?

Beh, sono un gay che si è nascosto per molti anni: vedere Gianni Versace sedere di fronte a un giornalista e discutere della sua realtà, della sua vita, cercando di non andare troppo sul personale mi ha emozionato. Il fatto che Gianni e Antonio non manifestassero al mondo la loro relazione, come invece io oggi posso fare a proposito della mia, mi ha fatto provare tanta frustrazione e dispiacere per loro. So bene che cosa significa, perché ci sono passato.

Lo avrebbe accettato questo ruolo prima di decidere di fare coming out?

No, prima non ero pronto. Ora lo sono e non ho dubbi in proposito. Prima avevo davvero paura di distruggere la mia carriera perché ero gay. Ero letteralmente terrorizzato: quello del coming out è un problema che riguarda sia gli uomini sia le donne ed è tuttora molto attuale.

Come ha reagito il suo partner quando gli ha annunciato che avrebbe recitato nel ruolo di Antonio?

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Lui sa che può incontrare due persone ogni sera: posso essere il solito portoricano o, come il mio personaggio, posso essere un modello italiano. Dipende dalla notte: si spengono le luci e qualcosa accade.

Quando torna a casa, riesce a staccare completamente da questa full immersion emotiva?

Le racconto una cosa: quando finisco sul set, di solito mi metto in macchina e guido verso casa. Appena arrivo, me ne resto seduto nella mia auto per un po', apro il finestrino e inizio a urlare e a piangere: lo faccio per buttare fuori tutte le emozioni prima di vedere la mia famiglia. È solo così che riesco a mantenere un equilibrio.

Com'è ritrovare i suoi bambini dopo una lunga giornata in cui ha recitato un ruolo intenso e drammatico?

Spesso le giornate sul set sono talmente lunghe che, quando torno a casa, li trovo già addormentati. Cerco di stare il più possibile con loro, naturalmente, e di godermeli: crescono così in fretta.

C'è mai stato un momento in cui si è sentito in difficoltà?

Quando sono andato al dipartimento di polizia per studiare una serie di fotografie di Andrew Cunanan (l'assassino di Versace, ndr), in ognuna di queste sembrava una persona diversa: sono entrato in confusione. Una volta era grasso, l'altra magro, i suoi capelli erano totalmente differenti nella terza immagine, e nella quarta era ancora più irriconoscibile. Una specie di camaleonte, cambiava di continuo: davvero spiazzante.

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Ha sentito di avere qualcosa in comune con il suo personaggio?

Nella relazione tra Gianni e Antonio ho trovato momenti che ho sperimentato anch'io nel corso della mia vita, nel bene e nel male. Questo ruolo mi ha aiutato a crescere spiritualmente, è stato come un'autoanalisi per diventare una persona migliore.

In che modo?

Non è semplice, ma posso dire di aver rivisitato una serie di atteggiamenti e comportamenti con i quali pure io ho avuto a che fare nel corso della mia esistenza. Prenda la rabbia, per esempio, o la gelosia: è stato interessante, recitando, osservarli dall'esterno, guardarli come attraverso una lente, con il giusto distacco, senza il coinvolgimento emotivo e personale. Mi ha aiutato davvero tanto a riflettere sulla mia vita, è stata un'esperienza profonda che mi ha toccato l'anima e cambiato davvero.

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Ricky Martin, a sinistra, col compagno, il pittore siriano-svedese Jwan Yosef e i due figli, Matteo e Valentino.

Non se lo aspettava?

Per niente. Non ho nemmeno parlato con Antonio prima di cominciare a girare, perché la produzione non voleva. Sicché mi sono adeguato: mi sono preparato studiando le sue interviste e parlando con persone che lo avevano conosciuto. Ho incontrato Antonio solo alla fine delle riprese e ho avvertito subito l'amore che provava per Gianni Versace, mi ha commosso. Spero che la mia interpretazione riesca a trasmettere al pubblico il sentimento indistruttibile che lo legava a Gianni.

Come è stato lavorare con Penélope Cruz, che interpreta Donatella Versace?

Abbiamo pianto tantissimo insieme, e riso ancora di più. Mi ha dato ottimi consigli ogni giorno e siamo diventati buoni amici, so che ci sarà sempre per me e le voglio molto bene. È diventata parte della mia vita e ha anche già collaborato con la mia fondazione (la Ricky Martin Foundation, che si batte contro il traffico di esseri umani, rickymartinfoundation.org, ndr).

Pensava che sarebbe tornato su un set, prima o poi?

Non ho davvero mai messo da parte l'idea, ma ho avuto bisogno di tempo perché ero concentrato sulla musica.

Continuerà a recitare?

Certo, ma per il momento voglio restare con i piedi per terra e capire bene come il pubblico giudicherà questa mia performance da attore.

Ma di sicuro continuerà a cantare.

La musica pulsa nelle mie vene, è quello che sono, non ho dubbi. Spero di continuare a fare entrambe le cose, recitare e ballare.

Dove trova l'energia per fare tutto? Il compagno devoto, il papà pieno di attenzioni, l'attore in un ruolo ad alto tasso di coinvolgimento emotivo. E infine il cantante che sprizza energia allo stato puro sul palco, come di recente a Las Vegas...

Las Vegas per me ha rappresentato la fuga: è una città davvero favolosa, piena di follia, di voglia di divertirsi, di entusiasmo, di sognatori, di avventurieri, di anime alla deriva. È come ritrovarsi in un parco giochi per adulti: per questo mi ha fatto molto piacere trascorrerci un periodo. È fantastica anche per sperimentare, di fronte a un pubblico ogni giorno diverso. Salire sul palco ogni sera è un grande impegno, ma mi dà anche tanta energia, mi carica. Anche perché quando canto sono davvero me stesso, quando recito invece mi devo "trasformare" in qualcun altro.

Tra set e palco, dove si sente più a suo agio?

Posso essere di fronte a 100.000 persone in un'arena e sentirmi tranquillo. Al contrario, è incredibile come ci si senta vulnerabili come attori. Non sono ammessi errori: non riesco a spiegare a parole come mi sono sentito indifeso e intimorito. Al tempo stesso, recitare è un'esperienza talmente totalizzante da creare dipendenza: sicché, lo confesso, non vedo l'ora di tornare sul set.

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